Nelle ultime settimane, c’è chi ha manifestato una certa preoccupazione circa la tenuta democratica del nostro Paese, mostrando una sorta di ostinata volontà a continuare a leggere la realtà con le stesse lenti con cui le dinamiche politiche italiane sono state lette sino a ieri.

Non sfugge a nessuno che quella che stiamo vivendo è una emergenza senza precedenti; un’emergenza che stravolge il nostro Paese, ma che non risparmia il resto del mondo: una tragedia che, nel suo manifestarsi, ha, per così dire, una natura democratica, dal momento che colpisce tutti i paesi indistintamente a prescindere dal loro PIL, dallo sviluppo economico, dalla consistenza demografica; ma che, non possiamo tacerlo, per quel che riguarda gli effetti comporta conseguenze assai diverse sul piano umano, perché,  nel momento in cui l’emergenza va concretamente affrontata, il livello di ricchezza, di stabilità istituzionale e di democrazia dei singoli ordinamenti fa la differenza e incide pesantemente sulle condizioni in cui i cittadini sono chiamati a “far passare la nottata”.

L’Italia è stata tra i primi paesi a dover affrontare l’epidemia da Covid-19. Potremmo anzi dire che l’Italia è stata, invero, la prima democrazia liberale a doversi confrontare a viso scoperto con la pandemia. Non potersi avvalere di termini di comparazione in condizioni straordinarie di urgenza non è elemento che possa essere facilmente sottovalutato…

In questo contesto, tentando di formulare alcune prime e provvisorie considerazioni, anche nella volontà di voler prendere sul serio l’apprensione di molti, bisognerà, dunque, distinguere due piani, spesso interconnessi ma non coincidenti. Quello strettamente costituzionale e quello politico.

Per quel che concerne il primo, i più critici non hanno mancato di sottolineare come, a differenza di altri paesi, la nostra Costituzione non preveda espressamente l’ipotesi dello stato di necessità. In quest’ottica si sono levate voci che sono arrivate a invocare, per analogia, il ricorso alla procedura dello stato di guerra, considerando che, diversamente e in assenza di previsioni ad hoc, gli interventi restrittivi per il contenimento del contagio sarebbero stati assunti in detrimento della protezione costituzionale dei diritti fondamentali.

In realtà, come spesso accade, affidarsi alle denominazioni può non bastare, perché il contesto costituzionale in cui ci muoviamo è assai più articolato di come appare.

In effetti, vale la pena sottolineare in questa sede che, pur non prevedendo espressamente la procedura per la dichiarazione dello stato di necessità, non di meno, i nostri costituenti sono stati così attenti e lungimiranti da aver previsto una procedura per affrontare lo stato di necessità: procedura, definita nell’art. 77, che, in quanto affidata nelle sue fasi agli organi costituzionali di vertice, tende a rendere, per così dire, “ordinaria” la gestione di una situazione straordinaria di necessità e urgenza. Non è dato sapere se il legislatore costituente nel redigere la procedura della decretazione d’urgenza stesse pensando a una condizione di pandemia…ma è pur vero che è stato l’uso sconsiderato che dei decreti legge è stato fatto nel nostro Paese (al punto da renderli elemento costitutivo della nostra formula politica istituzionalizzata) ad averci fatto dimenticare la ratio (leggasi: la volontà di affrontare l’eccezionalità) che ha accompagnato le previsioni di cui all’art. 77 della Costituzione.

Sugli attuali presupposti straordinari di necessità e urgenza, credo che non vi siano dubbi. Sul fatto che al Governo la Costituzione offra gli strumenti della decretazione di urgenza per affrontare la crisi neppure. In quest’ottica si può comprende anche la scelta dell’Esecutivo di articolare la procedura coinvolgendo a cascata i singoli ministri con i loro poteri normativi: siamo davanti a una situazione in continua evoluzione, che tocca tanti e diversi aspetti della vita dello Stato, di modo che il ricorso a strumenti normativi più snelli, se inteso nel rispetto del principio di legalità, appare adeguato alle esigenze concrete che stiamo vivendo.

Credo che neppure si possa mettere in dubbio che, nel ricco decalogo dei diritti riconosciuti e difesi dalla nostra Carta, alla salute sia dedicata un’attenzione e un livello di protezione superiori: un bene speciale richiamato espressamente in diverse occasioni e la cui salvaguardia comporta se necessario la riduzione di altre libertà.

E dunque, tutto bene? Direi di no…ma nel dirlo ci spostiamo inevitabilmente dal piano del diritto costituzionale a quello della politica.

È in questo cambio di prospettiva che risulta evidente come non sia l’impianto costituzionale a non essere all’altezza del momento, a non fornire gli strumenti adatti.

È probabile, infatti, che il senso di inadeguatezza che si avverte chiaramente in questi giorni non sia dato dalle carenze della nostra Costituzione e neppure da presunte violazioni dello stato di diritto che starebbero colpendo la vita dei cittadini. Le ragioni di questa percepibile inadeguatezza sarebbero piuttosto da ricercarsi sul piano politico. In particolare, aggiungerei, sarebbero da imputare all’inadeguatezza a occuparsi di politica della nostra classe politica, di maggioranza come di opposizione. Una inadeguatezza che ha radici profonde e che in condizioni di estrema emergenza non può che rivelarsi in tutta la sua potenza. È sicuro che siamo davanti a un evento mondiale che non ha precedenti, che non esistono azioni predeterminate e saggiate nei loro esiti da mettere in campo. Altrettanto sicuro è che a fronte di ciò che si poteva fare, con gli strumenti messi a disposizione dalla Costituzione, al netto delle estreme condizioni di incertezza in cui si è chiamati a prendere decisioni, ciò che fa la differenza è il “come” si agisce.

Non vi è chi non guardi con disagio alla farraginosità degli interventi normativi fatti cadere a pioggia sulla vita degli italiani: una pioggia di decreti, accompagnati da circolari, che contraddicono comunicati, che si intersecano con certificazioni, per essere infine superati da un nuovo decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, integrato da un decreto ministeriale…così all’infinito (…parliamo, ad oggi, di oltre 130 atti normativi…). Del resto, che il male riguardi la classe politica del nostro Paese nel suo complesso è dimostrato dal ruolo giocato dal Parlamento nelle ultime settimane…o per meglio dire dal ruolo “non” giocato da una istituzione, cuore pulsante della democrazia che non ha saputo esprimersi, riorganizzarsi, far sentire rappresentati gli interessi dei cittadini. Superato questo momento, bisognerà aprire una seria riflessione su quel che resta del Parlamento in Italia. E’ evidente che i timori espressi in passato da molti costituzionalisti erano più fondati di quello che non si pensasse…ma ancora una volta direi che il problema non sta nell’impianto, quanto nel sistema che lo anima.

Per non parlare dell’imbarazzo, che trova sfogo nell’ironia, davanti agli evidenti limiti di comunicazione delle istituzioni (con l’encomiabile eccezione del Quirinale, che ha saputo trasformare il Presidente Mattarella in “uno di noi”). In un momento in cui la spiegazione della ratio degli interventi e la diffusione delle decisioni deve essere chiara, in cui la forma delle notizie fornite deve contribuire a dare ufficialità, ma anche a rassicurare la cittadinanza, nessuno pare aver saputo mostrarsi all’altezza delle circostanze.

Disordine, disorganizzazione, incertezza…non proprio il meglio da aspettarsi, nelle condizioni che ci troviamo a vivere. Ed è probabilmente in condizioni come queste che si misura la classe politica di un paese. La sua attitudine al governo…quell’attitudine che distingue il fare come si può, dal fare bene, che non significa solo prendere le decisioni giuste, ma guidare il Paese.

Dunque: al netto della bassa lega del nostro personale politico (…ma è davvero una scoperta? O piuttosto la dimostrazione lampante di quanto sapevamo già?), il tema della tenuta del nostro sistema democratico non mi pare sia un problema dell’oggi. Mi pare piuttosto che sia una questione che interroga il domani.

Se le condizioni estreme in cui ci troviamo, necessitano l’adozione di strumenti estremi a tutela di un bene superiore come la salute, la legittimità anche costituzionale dei provvedimenti presi e che incidono profondamente sulla nostra riservatezza e sulla nostra libertà personale non pare poter essere messa in dubbio. Ma domani? Quando l’emergenza sarà passata? Sarà allora che il nostro sistema sarà chiamato a dimostrare la sua stabilità, la sua vocazione alla tutela dei diritti, la capacità di ritrovare i suoi fondamenti nella protezione della dignità dell’uomo. La tenuta dell’impianto costituzionale democratico, infatti, si dimostrerà se e quando il sistema sarà in grado di fare un passo indietro rispetto a tutti gli interventi, al limite della costituzionalità, presi ora in condizione straordinarie di necessità e urgenza. Un passo indietro sul piano delle procedure; un passo indietro sul piano della limitazione dei diritti.

La maturità della nostra democrazia si dimostrerà domani: quando superata l’emergenza saremo in grado di abbandonare gli strumenti del governo d’emergenza. E quando saremo in grado di confrontarci con le criticità che questa emergenza ha messo in luce, tragicamente.

Per esempio per quel che concerne lo stato di fragilità del nostro sistema sanitario che regge per la dedizione e il sacrificio del suo personale, del suo patrimonio umano nella ricerca e non certo in forza delle strutture ad esso assegnate, smantellate progressivamente negli ultimi anni in favore della progressiva preferenza assegnata al privato sul pubblico.

Bisognerà ripensare al sistema dell’istruzione e della ricerca, che in questi giorni boccheggiano, abbandonati e travolti da plurime riforme che si sono susseguite negli anni per nascondere l’unico vero problema, ossia la sottrazione di fondi e di investimenti, perpetrata nell’indifferenza dei diversi governi che si sono susseguiti negli ultimi decenni.

Per non parlare delle profonde criticità che l’emergenza ha messo in luce sul piano dell’organizzazione territoriale italiana. Il tema del coordinamento, della distribuzione delle competenze, della perequazione, della definizione del superiore interesse nazionale nelle relazioni tra Stato e regioni: tutte questioni aperte…Si è sentito parlare poco di lealtà costituzionale in queste settimane a dimostrazione del fatto che siamo lontani dal concepire in maniera matura il nostro decentramento.

Bisognerà, infine e ancora, fare i conti con quella stessa classe politica che oggi non è in grado di gestire la crisi dal punto di vista del procedimento e della comunicazione…e che domani potrebbe non essere in grado di gestire in maniera virtuosa le risorse economiche che con fatica stiamo ottenendo dall’Europa e che dovrebbero servire a portarci fuori da una nuova crisi, quella economico-sociale che seguirà a quella sanitaria, inevitabilmente.

Allora mentre cerchiamo di fare i conti con uno scenario nazionale e mondiale inimmaginabile sino a qualche mese fa, restiamo vigili sul presente, ma con uno sguardo al domani.

Quello che sta accadendo lascerà un segno. Cambierà in maniera più o meno evidente le dinamiche della nostra vita istituzionale. A noi il compito di tracciare nuove coordinate.

Se c’è qualcosa che il Covid-19 insegna è che ci sono mali del mondo rispetto ai quali o ci si salva tutti o non si salva nessuno e che la via per la gestione di alcune questioni non può che essere quella dell’integrazione regionale. A partire dall’Europa, aggiungo io.

Oggi appaiono drammaticamente evidenti, i limiti già più volte denunciati rispetto a un’Unione incapace di far fronte alle sfide del nuovo millennio se non aprendo un nuovo processo di integrazione politica, se non ponendo al centro i suoi cittadini e i loro diritti, se non adottando un comune testo costituzionale roccaforte della dignità di tutti gli europei.

Per l’Europa è il momento della verità…di questa Unione pare non farsene più nulla nessuno.

Un’altra Europa è possibile. È il momento di costruirla.

Anna Mastromarino

Anna Mastromarino

Anna Mastromarino

Insegna diritto costituzionale all'Università di Torino ed è membro della Fondazione Benvenuti in Italia