La Commissione Difesa del Senato della Repubblica ha approvato, su proposta dalla presidente Roberta Pinotti, il 10 marzo la risoluzione n.31, con la quale saranno riabilitati giuridicamente e riconosciuti come vittime di guerra i 750 soldati fucilati durante la Grande Guerra in seguito ad una sentenza di condanna a morte emessa dai Tribunali militari, spesso in seguito ad un processo sommario e quindi senza le dovute garanzie giuridiche, per aver commesso un “reato contro la disciplina”, cioè per aver compiuto un atto di indisciplina o di diserzione. 

Infatti i 750 soldati fucilati (su un totale di circa mille condannati a morte dai tribunali militari) non sono finora considerati “caduti per la patria” ed il loro nome  non figura nell’Albo d’Oro dei Caduti nella Grande Guerra e nemmeno nei monumenti in ricordo dei Caduti nelle guerre, presenti nei Parchi della Rimembranza istituiti in tutti i Comuni ed anche nelle Frazioni comunali. Cioè i militari fucilati in seguito a condanna a morte non esistono. Ora finalmente saranno considerati “caduti in guerra” e quindi i loro nomi saranno inseriti sia nell’Albo d’Oro che nei monumenti ai  Caduti.

La risoluzione è stata approvata in seguito alla presentazione dei Disegni di legge n.991 (presentato il 19 dicembre 2018 da vari Senatori) e n.2034 (presentato il 20 dicembre 2020 dalla senatrice De Petris) relativi alla riabilitazione dei militari fucilati in seguito ad una condanna a morte emessa dai tribunali militari oppure vittime delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni. Il problema, comunque, era già stato sollevato nella precedente legislatura. Al riguardo erano state presentate alla camera dei deputati alcune Proposte di legge, discusse nella Commissione Difesa, che  elaborò un testo unificato che riconosceva la riabilitazione, approvato all’unanimità in Aula il 21 maggio 2015. Purtroppo, al Senato la Commissione Difesa ha stravolto il testo approvato dalla Camera, prevedendo non più la riabilitazione dei militari fucilati  ma la concessione ad essi del “perdono”, come se essi non siano le vittime.

In particolare, la risoluzione impegna il Governo ad apporre, a cura del Ministero della Difesa, nel Complesso del Vittoriano (Altare della Patria), a Piazza Venezia, a Roma, una “iscrizione (lapide) in memoria dei militari fucilati nel corso della Prima guerra mondiale per reati contro la disciplina, a seguito di processi sommari e senza l’accertamento delle loro responsabilità, per offrire una testimonianza di solidarietà ai militari caduti, ai loro familiari e alle popolazioni interessate”.  Questa “iscrizione” sarà “svelata nel corso di una cerimonia pubblica, da tenersi auspicabilmente  nell’ambito delle commemorazioni del centenario della traslazione  del Milite Ignoto nel sacello dell’Altare della Patria, previste per il prossimo 4 novembre”.  

Inoltre, la risoluzione impegna il Ministero della Difesa a pubblicare i nomi dei fucilati e le “circostanze delle loro morte”, dandone comunicazione al Comune di nascita, per la “eventuale pubblicazione nell’albo comunale”. Ci auguriamo che il Ministero riesca a fare “gli opportuni approfondimento storici” in breve tempo, magari per il prossimo 4 novembre, anniversario della Vittoria nella Grande Guerra e festa delle Forze Armate.

Inoltre la Risoluzione impegna il Governo a “garantire la piena fruibilità degli archivi della Forze Armate e dell’Arma dei Carabinieri per tutti gli atti, le relazioni ed i rapporti  legati alla gestione della disciplina militare ed alla repressione degli atti di indisciplina o di diserzione”.  Al riguardo, confidiamo che si riesca finalmente a fare piena luce sulle centinaia di militari vittime delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni fatte al fronte, in seguito anche a minimi atti di indisciplina e senza la garanzia di un giusto processo, molto spesso per dare l’esempio.

A questo proposito l’unico studio finora esistente è la relazione presentata  al Governo dal generale Donato Antonio Tommasi, già a capo della magistratura militare nella Grande Guerra, nell’estate 1919 (quando nel corso della discussione alla Camera sulla relazione della Commissione di inchiesta sulla disfatta di Caporetto, vari Deputati socialisti sollevarono il problema delle esecuzioni sommarie e delle decimazioni fatte al fronte), che accertò, in seguito ad una indagine durata appena un mese, circa 350 casi di giustizia sommaria al fronte. La relazione è stata dimenticata per quasi 50 anni e fu scoperta casualmente dal giornalista Stefano Canzio nell’autunno 1966, che poi  pubblicò un articolo sulla rivista Calendario del popolo. 

Pertanto, confidiamo che ora, con l’apertura di tutti gli archivi militari, si riesca finalmente a fare luce sulle esecuzioni sommarie e decimazioni, che sono sicuramente molte di più di quelle accertate dal generale Tommasi.

Infine, la risoluzione impegna il Governo “a promuovere ogni iniziativa volta al recupero, anche a livello locale, della memoria di tali caduti ed ogni attività di ricerca storica che contribuisca alla ricostruzione delle vicende dei militari condannati alla pena capitale”.  Al riguardo, ricordiamo che già alcuni Comuni, sollecitati dai familiari dei militari uccisi, hanno preso la iniziativa di riabilitare moralmente i concittadini ingiustamente fucilati, spesso per dare l’esempio, inserendo i loro nomi nel Monumento ai Caduti o dedicando ad essi una strada. A questo riguardo, ricordiamo la trentennale battaglia intrapresa dal signor Mario Flora, nipote del caporale maggiore Silvio Gaetano Ortis, fucilato dopo un processo sommario, il primo luglio 1916 a Cercivento (Udine), insieme ad altri tre alpini del battaglione Monte Arvenis, come “agenti principali” del reato di “rivolta in faccia al nemico” per aver proposto al capitano di attaccare di notte, e non di giorno, una postazione austriaca, difesa con varie mitragliatrici, ubicata sulla cima del monte Cellon, a 2.200 metri di altitudine, che controllava il passo di Monte Croce Carnico. La iniziativa è stata sostenuta dai Comuni di nascita dei quattro alpini, che hanno dedicato ad essi una strada. 

Ricordiamo inoltre il Comune di Castelfidardo, che da alcuni anni ricorda il proprio cittadino Attilio Ruffini, fatto fucilare immediatamente dal generale Andrea Graziani  (nominato il 2 novembre 1917, dal generale Cadorna, Ispettore del “movimento di sgombero” delle truppe in ritirata verso il Piave dopo la disfatta di Caporetto), senza alcun processo, neppure sommario, per non aver tolto di bocca la pipa mentre sfilava con il suo reparto davanti a lui, nel paese di Noventa Padovana (vicino a Padova) il 3 novembre 1917. Anche questo Comune ha solennemente ricordato il soldato Ruffini in occasione del centenario della sua fucilazione. Si deve anche ricordare che il generale Graziani è considerato responsabile di almeno altre 51 fucilazioni, alcune delle quali collettive, tutte documentate.

Giorgio Giannini

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