Pochi scrittori possono vantare il background della scrittrice turca Asli Erdoğan. Nata nel 1967 a Istanbul, laureata in fisica, ha proseguito i suoi studi al Cern di Ginevra agli inizi degli anni Novanta, ambiente sul quale ha lasciato una immagine tutt’altro che edificante relativamente agli studiosi che lo frequentano (“gente che pensa solo al successo personale” e altro). Dieci anni prima, in Turchia, in seguito al colpo di stato del 1980, ha visto arrestare i suoi genitori, esperienza che vivrà anche lei quando nel 2016 (dopo il falso colpo di Stato del luglio di quell’anno), verrà a sua volta arrestata insieme ad altri venti giornalisti del giornale curdo Özgür Gündem, situazione che darà vita in Italia all’iniziativa “Scrittura libera” che ha visto coinvolte diverse librerie con lettura pubblica di brani del suo libro “Il mandarino meraviglioso”, edito da Keller. Tra gli studi al Cern e la prigionia del 2016 (sarà scarcerata 4 mesi dopo) molti soggiorni all’estero, fondamentale quello a Rio de Janeiro come insegnante, poi a Zurigo e a Cracovia, danza, traduzioni, giornalismo, volontariato, la partecipazione alla marcia di scrittori sul confine turco-siriano durante l’assedio di Kobane da parte dello Stato Islamico, premi letterari nazionali e internazionali. E libri, naturalmente, molti tradotti in tutto il mondo.

In Italia, oltre al citato “Il mandarino meraviglioso”, ambientato a Ginevra, anche “Neppure il silenzio è più tuo”, pubblicato da Garzanti, editore che proprio in queste settimane ha mandato in libreria il libro che più l’ha fatta conoscere nel mondo, ovvero “La città dal mantello rosso”, per la traduzione di Giulia Ansaldo. Ma non aspettiamoci, da quest’ultimo, un libro sulla Turchia, se non in parte, per pochi agganci esistenziali, soprattutto.

Scritto nel 1998, “La città dal mantello rosso” racconta attraverso l’alter ego, l’insegnante turca Özgür, il lungo soggiorno a Rio de Janeiro dell’autrice. La cronaca di una discesa agli inferi di una donna che s’immerge nella vita di una città perduta, dilaniata dalla corruzione e dalla violenza, ma attraversata con il coraggio di chi l’affronta per mettersi alla prova, fisicamente e spiritualmente, come per una sfida, per una scoperta di se stessa posta in condizioni limite. Il risultato è un libro bipolare. Da una parte l’io narrante che, nel clima umido e torrido di quella città, vissuta nei quartieri più malfamati, le pericolose favelas, alla cui periferia la protagonista Özgür abita rischiando ogni giorno la vita; dall’altra il libro che la protagonista scrive secernendo una scrittura di grande cronaca, ma anche, a tratti, di forte e pregnante lirismo, in grado di esprimere, in brani che si alternano alle esperienze quotidiane di Özgür,  non la paura che le strade e i personaggi di quella città da lei magistralmente descritte suscitano nel lettore – la vedremo anche finire in mezzo a una sparatoria e scontrarsi con tipi assai poco rassicuranti – ma una sorta di allucinata libertà. Tanto da riuscire a capirla perché non se ne va da quei luoghi, quando la madre da Istanbul la esorta a tornare a casa.

Il romanzo di Asli Erdoğan rivela, infatti, non solo nelle due scritture, quelle in terza persona che racconta la vita di Özgür, e quella in prima persona della protagonista del romanzo che Özgür scrive, ma anche nel significato profondo del libro, come la fascinazione, in questo caso di una città, possa essere tanto forte da sconfiggere la paura che il rischio, il pericolo, il vivere al limite, comporta. Già l’incipit è poco rassicurante: “Ai viaggiatori del posto più bello del mondo ormai non posso che augurare di concludere il proprio viaggio senza incidenti. Ricordo loro che tutte le avventure in Brasile terminano nel sangue (…) consiglio loro di non togliersi mai dalla mente il primato dei casi di AIDS e di criminalità a Rio, di non girare mai da soli in nessun caso, di non portare orologi, oro e simili, e di prendere ogni tipo di precauzione ragionevole perché il sangue della città non si sparga su di loro.” Il che non è certo un invito a mettere Rio de Janeiro tra le mete dei propri viaggi, non solo di lavoro com’è per la protagonista del romanzo, così come lo fu anche per Asli Erdoğan, ma anche di piacere. Anche se poi, con un improvviso switch, alla fine di tutto, la stessa frase ripiega su un ultimo consiglio sdrammatizzante, quello “soprattutto di osservare il tramonto da Corcovado, la collina dove si trova la famosa, gigantesca statua di Cristo e di provare assolutamente il succo di papaya fresco…”

Pare una contraddizione, ma non lo è, perché tutta Rio de Janeiro è una contraddizione, un incontro dell’inferno con il paradiso, a beneficio dei sensi prima di tutto.

Ah, dimenticavo, il libro è dedicato “a Eduardo, morto a Santa Teresa per un proiettile vagante”.

Diego Zandel

Asli Erdoğan, La città dal mantello rosso, Garzanti, pag. 151, €. 17,00