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Sicilia greca, quel che Montesquieu definì il più “bel Trattato di pace di cui la storia parli”

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Nell’autunno 480 a.C. i Cartaginesi, guidati da Amilcare I, sbarcano con circa 300.000 soldati (il numero, riportato dallo storico Diodoro Siculo, è esagerato, forse moltiplicato dieci volte) e migliaia di mercenari provenienti dalle varie colonie fenicie, nel porto di Imera (o Himera) con l’obiettivo di conquistare la città. Massacrano il presidio militare posto a difesa della città da Terone, tiranno di Agrigento, che controlla Imera, il quale chiede aiuto al genero Gelone, tiranno di Siracusa, che ha sposato sua figlia Damarete (o Demarete), il quale invia un contingente di 50.000 soldati (secondo Diodoro Siculo), che arriva ad Imera in pochi giorni, con marcie forzate, accampandosi fuori della città in un campo fortificato.

Poco dopo viene catturato dai soldati di Gelone, mentre cerca di entrare nell’accampamento cartaginese, un ambasciatore di Selinunte, alleata della città punica, che ha un messaggio per Amilcare che annuncia l’arrivo di un contingente di cavalleria nel giorno da lui stabilito per fare sacrifici a Nettuno.

Gelone elabora un piano molto ardito. Nel giorno stabilito nell’accordo tra Amilcare e Selinunte, poco prima dell’alba fa arrivare la sua cavalleria al presidio cartaginese vicino al porto. I Cartaginesi, pensando che sono i cavalieri di Selinunte, aprono le porte. Così, i Siracusani entrano, annientano il presidio cartaginese ed incendiano le navi, mentre i soldati cartaginesi stanno facendo i riti religiosi al dio Nettuno, con sacrifici di animali. Contemporaneamente, il resto dell’esercito siracusano e quello imerese attaccano l’accampamento dei Cartaginesi, che combattono valorosamente, ma poi, avendo visto la distruzione delle loro navi, si ritirano. Molti sono fatti prigionieri e portati come schiavi a Siracusa ed a Agrigento, dove sono impiegati nella costruzione di opere pubbliche e di templi. Altri si rifugiano sul Monte S. Calogero, dove sono costretti a arrendersi dopo pochi giorni per la mancanza di acqua. Solo alcuni riescono a ritornare a Cartagine, dove annunciano la sconfitta militare.

Riguardo alla sorte di Amilcare, secondo Erodoto, egli continua a partecipare al rito religioso per il dio Nettuno mentre infuriano i combattimenti. Poi, quando vede che il suo esercito è sconfitto, si suicida gettandosi nelle fiamme. Invece, secondo Diodoro Siculo è ucciso dai Siracusani.

Gli storici antichi non sono concordi in merito al giorno nel quale si combatte la battaglia di Imera. Infatti, secondo Erodoto, la battaglia si combatte nello stesso giorno della battaglia navale di Salamina (23 settembre 480 a.C.), nella quale i greci sconfiggono i Persiani, guidati dal re Serse, che hanno invaso la Grecia per conquistarla. Esclude però che ci sia stato un accordo tra i Persiani ed i Cartaginesi per attaccare simultaneamente i Greci e le città greche della Sicilia in modo che non possano aiutarsi reciprocamente.

 

IL TRATTATO DI PACE E LA RINUNCIA AI SACRIFICI UMANI

I Cartaginesi inviano a Gelone, a Siracusa, gli ambasciatori per stipulare il Trattato di pace, che risulta molto vantaggioso per loro. Infatti, Cartagine deve dare ai Siracusani, per le spese della guerra, duemila talenti d’argento, due navi e deve costruire due templi. Sono così contenti di queste condizioni di pace, che per mostrare la loro gratitudine a Damarete, la moglie di Gelone, che si è adoperata molto per la pace, le donano una corona del valore di cento talenti d’oro; che lei vende e con il ricavato fa coniare delle monete d’argento, del valore ciascuna di dieci dramme (o dracme), che sono chiamate, dal suo nome, demaréteon (o demarazie).

Il Trattato inoltre prevede l’abolizione dei sacrifici umani che i Cartaginesi fanno al loro dio principale Baal Hammon, sacrificando non solo i prigionieri di guerra ma anche i loro figli primogeniti, al compimento dei 10 anni, di cui si sono trovati i resti nei cimiteri vicini ai santuari, detti tophet (o tofet), rinvenuti a Cartagine, a Mozia (vicino a Marsala, in Sicilia) ed a Tharros (Sardegna).

Il contenuto del Trattato di pace (di cui non ci è giunto il testo) è descritto da Niccolò Palmieri nella Somma della Storia di Sicilia, pubblicata a Palermo da Giuseppe Meli nel 1856, nel quale scrive, nelle pagine 29-30: «La moderazione di Gelone dopo la vittoria fu pari alla solerzia mostrata nell’ordinare la battaglia. Pace concesse agli oratori, che da Cartagine a lui furono spediti. Il partito fu: che pagasse Cartagine duemila talenti ai Siciliani, per le spese della guerra; che mandasse a Siracusa due navi allestite, in segno di riconoscenza per la pace ottenuta; e che abolisse la rea consuetudine d’immolare umane vittime a Nettuno…Tanto furon lieti i Cartaginesi di tali condizioni, che per mostrare la gratitudine loro a Demarata moglie di Gelone, che s’era adoperata per la pace, la presentarono d’una corona del valore di cento talenti d’oro; della quale essa fece coniare monete, ognuna delle quali pesava dieci dramme, e, dal suo nome, demarazie furono dette».

Anche Santi Correnti, nella Breve Storia della Sicilia, pubblicata da Newton Compton nel 1994, a pag. 8, scrive: «la pagina più bella della storia della Sicilia antica – e, purtroppo, una delle meno conosciute – è quella del trattato di pace del 480 a.C., in cui i Siciliani vincitori imposero agli sconfitti Cartaginesi, dopo la battaglia d’Imera, la rinunzia ai sacrifici umani nei loro riti religiosi».

E’ sorprendente, per quei tempi, che nel Trattato di pace sia inserita la clausola che impone agli sconfitti di non compiere più i sacrifici umani nei riti religiosi, senza alcuna distinzione riguardo lo status giuridico delle vittime, siano esse prigionieri di guerra o cittadini cartaginesi.

Però la presenza di questo divieto è contestata da vari storici moderni perché non è citato dagli storici antichi che hanno raccontato la guerra combattuta nel 480 a.C. dai Siracusani e dagli Agrigentini contro i Cartaginesi. Infatti, Diodoro Siculo, che racconta la battaglia di Imera ed il successivo Trattato di pace, scrive: «Quando infatti giunsero presso di lui [Gelone] da Cartagine gli ambasciatori che gli erano stati inviati, e che gli chiedevano con le lacrime agli occhi di trattarli con umanità, concesse loro la pace, riscosse da loro le spese sostenute per la guerra, duemila talenti d’argento, e comandò loro di costruire due templi, nei quali si dovevano depositare gli accordi». Quindi non dice quindi nulla in merito al divieto imposto dal dittatore di Siracusa Gelone ai Cartaginesi sconfitti di non compiere più sacrifici umani nei riti religiosi:

Erodoto invece racconta la battaglia di Imera, ma non scrive nulla sul Trattato di pace.

Comunque, anche se il divieto dei sacrifici umani non compare in nessun testo di storia, secondo Montesquieu quello di Imera è il più “bel Trattato di pace di cui la storia parli”.

 

LA DISTRUZIONE DI IMERA nel 409 a.C.

Dopo la vittoria sui Cartaginesi del 480 a. C, Siracusa si rafforza molto sulle altre città siciliane di origine greca, tanto che Atene decide di intervenire per ristabilire il suo primato, organizzando spedizioni militari nel 427, nel 425 e nel 424 a. C. A questo punto Ermocrate di Siracusa, chiede al Congresso delle città siciliane, già colonie greche, tenutosi a Gela nel 424 a. C. di dichiarare formalmente la loro autonomia dalla Grecia, loro madrepatria.

Negli anni seguenti nasce un conflitto, per questioni territoriali, tra Selinunte e Segesta, che chiede nel 215 a. C. l’aiuto di Cartagine, che non interviene, e nel 213 a. C quello di Atene, che invia un contingente militare, che è sconfitto da Selinunte. In seguito, Segesta chiede di nuovo contro Selinunte l’aiuto di Cartagine, il cui Senato nel 410 a. C. decide di intervenire, anche perché le città greche sono impegnate nella Guerra del Peloponneso ed in particolare Siracusa ha inviato la sua flotta da guerra nel Mar Egeo.

Pertanto, dopo 70 anni dalla battaglia di Imera del 480 a. C. in cui è stata sconfitta ed umiliata, Cartagine interviene di nuovo in Sicilia per cercare di prenderne il controllo. Invia nel 410 e nel 409 a. C. due spedizioni militari, guidate da Amilcare Magone, nipote di Amilcare I, contro Selinunte, che viene distrutta. Quindi Annibale muove contro Imera e la assedia. Per far crollare le mura, Annibale fa scavare un tunnel sotto di esse, facendo poi appiccare nella galleria un incendio che indebolisce le mura facendone crollare un tratto. Però gli imeresi riescono a difendere la breccia nelle mura ed a ripararla. Poco dopo arrivano in loro aiuto 3.000 opliti siracusani, 1.000 soldati agrigentini e 1.000 mercenari, guidati dal siracusano Diocle, che attacca i Cartaginesi, mettendoli in fuga. Però Annibale contrattacca con altre sue truppe, alle spalle, le truppe siciliane, che perdono molti uomini. Intanto entrano nel porto di Imera 25 triremi siracusane mentre al largo arrivano varie navi cartaginesi venute da Mozia. Annibale adotta un acuto stratagemma, come ha fatto Gelone nel 480 a. C.

Fa diffondere la falsa notizia che le truppe cartaginesi avrebbero attaccato Siracusa, rimasta sguarnita di navi e di soldati. Allora, i Siracusani decidono di lasciare Imera, portando con loro molte donne e bambini imeresi, dato che non sarebbe più stato possibile difendere la città. Così, di notte, Diocle evacua Imera, che è ben presto occupata dai Cartaginesi. Annibale decide di attuare una feroce repressione per vendicare l’umiliazione della sconfitta del 480 a. C. facendo sacrificare 3.000 prigionieri imeresi nello stesso posto dove è stato ucciso il nonno Amilcare I. Le donne ed i bambini catturati sono ridotti in schiavitù e la città è totalmente distrutta e non è più ricostruita.

Annibale ritorna a Cartagine, dove è accolto con grandi onori.

Due anni dopo, alcuni esuli di Imera, insieme con coloni libici, fondano a 12 km ad ovest della loro città distrutta, un nuovo abitato, che diventa l’odierna Termini Imerese.

Giorgio Giannini

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