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Storia di Ellis Island: da Island of Hope a Island of Tears

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La storia dell’immigrazione in Italia e negli Stati Uniti è legata, in entrambi i casi, anche a quella di due isole, più vasta quella italiana (Lampedusa, la maggiore delle isole Pelagie nel Mediterraneo meridionale, di circa 20 km) e quella assai più piccola americana (Ellis, nella baia di New York, alla foce del fiume Hudson, di 110 m²) nelle quali, nel corso dei secoli, approdarono migranti provenienti da ogni parte del mondo.

Sono note le vicende recenti a Lampedusa (dal 1 gennaio 2000 al 31 dicembre 2018 sono sbarcati oltre 100.000 migranti, di cui a tutt’oggi rimangono nell’isola circa 6000, a rotazione nei vari CIE – centri di identificazione di espulsione, secondo stime ufficiali), assai meno conosciute da noi quelle legate all’isolotto di Ellis, la cui storia riguarda l’immigrazione (anche italiana) negli USA è di circa 15 milioni di persone dal 1892 al 1954.
Ellis Island è una piccola isoletta che, in origine constava di tre acri di terra sabbiosa e che solo nel 1906 raggiunse e 27 acri attuale a seguito dell’unione con altri due piccoli isolotti costruiti artificialmente accanto.

È una delle 40 isolette sparse nella baia di New York alla foce dell’Hudson, nell’omonima contea. Essa fosse fu oggetto, sino al 1998, di un contenzioso fra due Stati confinanti con il fiume, New York e new jersey, che ne rivendicavano entrambe il possesso. In quell’anno la Corte Suprema degli Stati Uniti decreto definitivamente che la parte primigenia dell’isoletta (i naturali 3 acri) fosse proprietà della contea di New York e quella artificiale (27 acri) appartenesse a quello del New Jersey: attualmente sotto l’amministrazione congiunta dello Stato Federato New York – New Jersey.

Le origini

L’isoletta e prese il nome di Ellis nel 1785, a seguito del suo acquisto da parte di un mercante, Samuel Ellis, che l’aveva acquistata per ultimo da un commerciante locale. Era appartenuta, fino al 1630, agli indigeni della tribù indiana dei money gang che abitavano nel new jersey, il quale gli avevano dato il nome di “Kiosk” (o Gull Island, isola degli uccelli).

In quell’anno isoletta fu venduta a un marinaio olandese che al Palau il quale aveva scoperto che i vicini fondali erano ricchi di ostriche (e per questo le mutò il nome in Oyster Island) intendeva sfruttarne il commercio. Nel 1700 isole mutò nuovamente nome in Gibett Island cioè isola degli alberi, (Gibbet galloni tree è un albero locale) ai quali pescatori di ostriche impiccavano i pirati catturati che infestavano le acque dell’isola rovinando i loro commerci. Successivamente, quando la pesca delle ostriche divenne impossibile a causa dell’accumulo di rifiuti attorno alle sue coste, l’isoletta passò a diversi proprietari che diedero i propri nomi, sino a che fu acquistato da Ellis che diede il suo definitivo nome a sua volta.

Ellis chi costruì una taverna per pescatori e alla sua morte (1797) suoi eredi vendettero l’isoletta allo stato di New York che nel 1810 inizio a costruirvi un forte (forte Gibson) armandolo con cannoni e un arsenale militare come difesa della Baia di New York. Esso si dimostrò assai efficace nel corso della guerra anglo-americana (1812/1815) quale deterrente verso la flotta inglese spinta sino all’ingresso della baia, senza usare entrarvi. Ristrutturato e disarmato alla fine della guerra, il forte fu ceduto nel 1892, dall’autorità militare al servizio federale per l’immigrazione, ente nazionale preposto al controllo e alla gestione del fenomeno immigratorio. Sino a quell’anno, questo servizio veniva svolta nell’isola di Manhattan, in un vecchio edificio costruito nel 1855, il Castel Garden (noto anche come Kasel o Kasi Castle) costituito di otto grandi stanzoni atti ad accogliere i migranti.

In seguito all’aumento del fenomeno migratorio (8 milioni di persone transitarono nel Castle tra il 1855 e il 1891) il Governo Federale dovette cercare una soluzione alternativa e identifico l’isoletta di Ellis come luogo adatto alla raccolta e allo smistamento dei migranti, in quanto vicino al porto del loro sbarco; facilmente controllabile e al momento occupato solo dal forte Gibson in disuso.

Vi venne costruito un vasto edificio rettangolare in legno di pino con quattro basse torrette di osservazione gli spigoli e 20 locali nei quali vennero trasferite tutte le strutture per la distribuzione dei migranti al “Castle Garden Immigration Depot” chiuso nell’anno successivo, mentre gli uffici del servizio di immigrazione trovarono posto nei locali del forte.
Questo complesso, inaugurato con l’arrivo dei primi 700 migranti il 1 gennaio 1892, venne distrutto da un incendio nel 1897 (si salvò solo il forte) e fu sostituito con un’analoga struttura in muratura, inaugurata 17 dicembre 1900.

Il Novecento

A causa del forte afflusso di migranti tra il 1903 e il 1906 e il Governo Federale provvide ad affiancare l’isoletta con due isolotti artificiali, formati con terra di riporto proveniente dagli scavi in corso per la costruzione della metropolitana di Manhattan.

L’area edificabile raggiunse così 27 acri complessivi, che consentì la costruzione di altri 13 bassi edifici in muratura: 3 di essi (2 per uffici e uno per ricovero di malati psichiatrici) in un isolotto e 10 (con ristorante, deposito bagagli, ambulatori medici, cucina, mense, biblioteca) sull’altro per lo stazionamento dei migranti in attesa di destinazione.
Nel corso della prima guerra mondiale (1917) il flusso di migranti subì un notevole rallentamento: gli ambulatori medici furono ampliati e adibiti al ricovero alla cura dei feriti provenienti dal fronte e l’edificio dei malati psichiatrici fu destinato ad accogliere i “Suspected Enemy aliens”, cioè cittadini residenti negli USA che erano originari di Paesi con i quali la nazione era in guerra (giapponesi, italiani, tedeschi) e lo stesso avvenne durante la seconda guerra mondiale. Nel 1918, dopo la fine della guerra, nell’isola furono internati anche sovversivi, anarchici, comunisti sotto stretta sorveglianza dal Dipartimento della polizia di New York. Al termine della seconda guerra mondiale il servizio di immigrazione e tutti i suoi apparati furono trasferiti nuovamente a Manhattan e gli edifici dell’isola vennero momentaneamente occupati da un centro di addestramento della guardia costiera, a sua volta trasferito nel 1954, così che su Ellis rimasero solo edifici e Fort Ellis completamente vuoti.

Dopo anni di oblio ed incuria, nel 1965 Ellis fu ceduta dal governo federale al National Park Service, che lo incorporò nel parco storico nazionale dell’Isola della Libertà dello stato del New Jersey su cui nel 1886 era stata eretta la famosa statua dichiarata monumento nazionale nel 1924. Anche l’isoletta di Ellis venne dichiarata monumento nazionale nel 1965 dal presidente Lindon Johnson, per quanto aveva rappresentato nella storia degli Stati Uniti.

In quest’ottica, Grandi opere di restauro e ripristino degli edifici ancora presenti sull’isola cominciarono agli inizi degli anni 70 (presidente Richard Nixon) allo scopo di valorizzare la vicenda storica e durarono fino al 1976, anno in cui furono completati e venne inaugurato il grande “Ellis Island Immigration Museum”, edificio che su tre piani che celebra la storia dell’immigrazione straniera negli USA e nell’isoletta.

È stato visitato dal 1980 al 2017 da oltre 57 milioni di persone. Dopo un ampliamento effettuato nel 2008 oggi il museo ospita diversi padiglioni e, l’ingresso, vi campeggio la statua bronzea di Annie Moore, la fanciulla irlandese di 17 anni, che nel gennaio del 1892, fu la prima persona a porre piede come migrante a Ellis. Costituiscono il museo il padiglione “Peopling of America Center” che illustra l’iniziale afflusso dei migranti negli anni 1550 /1890; la “American Immigrant Wall of Honour” che riporta, nella più lunga galleria del mondo, sulle pareti nomi di oltre 700.000 immigrati; la “Flag of faces”, cioè le fotografie dei volti di immigrati composte in modo da formare la bandiera americana; l’”American Family Immigration history Center” che, dal 2013, consente al pubblico la ricerca telematica delle persone censiti nell’isoletta; e la “Registration Room”, vasta sala mantenuta volutamente buia e vuota onde consentire ai visitatori di immedesimarsi nella situazione psicologica dei migranti in attesa dei controlli per ottenere l’accesso negli USA.

La procedura

Subito dopo lo sbarco dalla stiva delle navi che li avevano portati negli Stati Uniti (con un viaggio allucinante, stipati all’inverosimile, in condizioni igieniche fatiscenti) i migranti erano trasferiti, con apposito ferry-boat, all’isoletta di Ellis e condotti all’ufficio postale del Main Building, dove dovevano esibire i loro documenti, loro identità e il nome della nave che li aveva trasportati in America. Subito dopo erano inviati alle visite mediche, effettuati in due tempi, il primo da un medico generico che ne valutava le condizioni generali (per individuare eventuali malattie contagiose, infezioni, alcolismo, disturbi psicologici) e il secondo da un medico specialista oculista che valutava l’eventuale presenza di tracoma: al termine delle due visite, sul dorso del migrante veniva posto, con un gessetto, un diverso segno a seconda che fosse stato giudicato: clinicamente “idoneo”, “non idoneo”, o “necessitante di ulteriori esami” prima dello sbarco. I “non idonei” venivano subito ricondotti sulle navi che li avevano portati negli Stati Uniti, i cui comandanti per accordi internazionali con le autorità portuali avevano l’obbligo di riprenderli a bordo e riportarli nei porti di provenienza. Per costoro, Ellis, da isola della speranza, “Island of Hope”, di una vita migliore auspicata alla partenza si era trasformata in isola delle lacrime, “Island of Tears”, per la fine di quella speranza. Coloro per i quali erano stati richiesti ulteriori esami (donne incinte, segnate con la lettera PG; i portatori di ernie – K; i deboli di mente o di costituzione – X) venivano sottoposti a una nuova visita da parte di un collegio di tre medici e quindi giudicati o meno “idonei fisicamente all’ingresso” negli Stati Uniti; in genere il giudizio di questi medici era abbastanza favorevole ai migranti. Solo il 3% degli esaminati veniva definito “non idoneo” all’ingresso. Tutti gli “idonei” erano puoi inviati alla registrazione nella “Registration Room” dove ispettori federali sottoponevano a nuovi, più minuziosi interrogatori (nome, luogo di nascita, età, sesso, mestiere, nazionalità, stato civile, precedenti penali, eventuali conoscenze negli USA) E quindi, se giudicati “idonei allo sbarco” erano portati al molo donde, con il ferry-boat, erano trasferiti al “Battery” di Manhattan, e di qui a edifici di accoglienza e di assistenza. Da quel momento, per costoro, Ellis era diventata la “Island of Hope” di un futuro migliore.
Ricordando i milioni di immigrati transitati a Ellis, la metà circa degli americani di oggi può contare su almeno una persona della sua famiglia che vi è passata. Gli italiani, tra il 1890 e il 1925, erano giunti negli USA in oltre 3.500.000 di persone, i cui eredi, oggi, costituiscono il 6% dell’intera popolazione degli USA.

Nomi celebri e il cinema

Dai registri della “Registration Room” risultano essere i passati anche personaggi divenuti famosi quali il compositore Irving Berlin (1883), lo scrittore Rudyard Kipling (1890), il musicista Giacomo Puccini (1907), gli psicanalisti Carl Jung e Sigmund Freud (1909), l’attrice Lily Chaucoin (Claudette Colbert – 1911), l’attore e regista Charlie Chaplin (1912), il produttore Walt Disney (1919), il fisico e premio Nobel Albert Einstein (1921) e il direttore d’orchestra Arturo Toscanini (1933).

L’isoletta compare anche in alcuni film, qua­ li ”My boy” di Albert Austin (1921), ”Il Padrino” di Francis Ford Coppola (1972), “Il nuovo mondo” di Terence Malik (2006) e “C’era una volta a New York” di James Gray (2013).

Gustavo Ottolenghi

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