Agosto tempo di vacanze, tempo di costa, così conversando con Arturo Viale, scrittore di confine del ponente ligure, mettiamo a punto 3 puntate in cui parleremo-ci racconterà – di personaggi noti e meno noti del passato della Riviera. 
Vengono cosi magicamente fuori personaggi incredibili, appassionanti, storie note e sconosciute, personaggi inaspettati e ricchi di magia. 
La prima conversazione con Arturo Viale è tutta al femminile.
Nell’ordine scomodiamo la Regina Margherita, Freya Stark, Caterina Gaggero ed Evita Peron.
Buone storie !

1 – La Regina Margherita

« C’è una via a Ventimiglia che nella toponomastica del dopoguerra ha preso il nome di via Dante Alighieri ma per molte generazioni senza nostalgie o rimpianti ma soltanto per tradizione e abitudine continuiamo a chiamarla via Regina sottintendendo Margherita, la prima Regina dell’Italia Unita.
Il marito Umberto I era stato vittima del regicidio ad opera dell’anarchico Gaetano Bresci nel 1900.
Intorno al 1915, la regina fece costruire una villa a Bordighera come residenza privata che abitava per parecchi mesi all’anno.
Varie istituzioni Ventimigliesi giravano intorno alla Regina che dava il suo appoggio insieme al vescovo Daffra e al medico Ughetto.
Quest’ultimo era presidente della Croce Rossa e aveva acquistato lo stabile situato in quella via, adibito tuttora a sede del volontariato e nel tempo a diverse funzioni, tra cui nell’estate a colonia marina. Tra l’altro la Regina intervenne anche l’8 ottobre 1922 all’inaugurazione del mercato dei fiori. Molto attenta alle esigenze dalla politica e della casa reale, fece nascere il figlio a Napoli, da poco riunita all’Italia.
E il nome dato al figlio, Vittorio Emanuele Ferdinando Maria Gennaro di Savoia, fu un capolavoro di sincretismo e tutti furono accontentati.
Durante le feste di Natale del 1925, a Bordighera, la Regina Madre sembrava aver superato un periodo di problemi di salute ed era ormai in convalescenza.
Ogni giorno veniva diramato un bollettino medico e stava cominciando a lasciare il letto. La mattina di Capodanno, avendo sentito la banda cittadina che suonava in un albergo vicino, chiese ed ottenne che un concerto si tenesse anche nel giardino della sua villa. Verso sera comparve di nuovo un poco di febbre.
Intorno alle 23 la Regina Madre ebbe un improvviso malessere; all’alba una automobile andò a Bordighera alta a prendere Don Domenico Sismondini, abate della chiesa dove per molto tempo la regina era andata ogni domenica alla messa delle 11.30.
Più recentemente il sacerdote andava ogni domenica a celebrare una messa nella Villa.
Quella mattina verso le cinque, Don Sismondini somministrò la sacra unzione.
Il bollettino medico del tre gennaio dava notizia del peggioramento delle condizioni di salute dell’Augusta inferma.

Morì nella sua villa il 4 gennaio 1926

Ci furono visite di personalità, Principi Reali e famigliari tra cui Mussolini.
Il 10 gennaio 1926 tra ali di folla viene celebrata messa in piazza del municipio e la salma viene trasferita alla stazione su un affusto di cannone trainato dai cavalli e portata a Roma per essere tumulata al Pantheon.
Tutti i fiori di Bordighera erano stati raccolti e sparsi sulla strada lungo il percorso del corteo. »

2 – Freya Stark

« Madama Stark, come la chiamavano a Mortola, è riuscita a superare i cento anni di vita ed è difficile stabilire dove sia stato il suo baricentro.
Ci sono luoghi in questo mondo in cui è stata felice, luoghi in cui ha lottato, luoghi in cui molte cose della sua vita hanno avuto inizio e altri luoghi meno rilevanti ma da cui la sua esistenza doveva necessariamente passare.
Per capire il personaggio basti sapere che la nonna paterna parlava il tedesco, quella materna che abitava a Genova parlava l’italiano e Freya naturalmente l’inglese anche se era nata a Parigi durante un viaggio bohémien dei genitori.
Era arrivata a Ventimiglia poco dopo la fine della Prima guerra Mondiale e con l’aiuto del padre aveva comprato una casa con terreno agricolo con l’idea di guadagnarsi da vivere coltivando e commerciando i fiori.
“La regione era bellissima screziata dal sole e ricoperta di campi di fiori color gioiello che punteggiavano scogliere che cadevano a precipizio sul mare blu…
Tutto intorno a lei c’erano le grandi ville dei ricchi mentre sulla riva del fiume le donne battevano il bucato con pietre”.

Così si legge in una biografia

La terra era di circa diecimila metri o, come dicevano loro, due acri e mezzo, la casa rurale aveva quattro stanze, quanto bastava. Una delle svolte nella vita di Freya avvenne nel 1921 quando cominciò ad andare a Sanremo, a fianco del Casinò, da un frate cappuccino che aveva vissuto trent’anni a Beirut e che le insegnò l’arabo.
Prendeva il treno due volte alla settimana, camminando a piedi per circa un’ora fino alla stazione di Ventimiglia, trascurando l’attività floricola.
Studiò per sette anni, si perfezionò a Londra e finalmente era pronta per realizzare il sogno. Questa fu la prima chiave per aprire le porte del Medio Oriente.
Diventò una delle più grandi viaggiatrici e raccontò le sue esperienze in numerosi libri finché mise le radici ad Asolo a villa Freya dove visse la seconda metà della vita tanto da riempire una stanza in modo permanente nel museo della città.
La casa di Mortola, a fianco dei giardini degli Hanbury, finisce alla nipote Ceci, Contessa Costanza Blanchi di Roascio, figlia della sorella Vera ed ora agli eredi.
Uno dei ritratti più espressivi di Freya, quando aveva trent’anni, glielo aveva fatto un pittore vicino di casa a Mortola, Herbert Olivier, zio del famoso attore Lawrence Olivier. Il ritratto si trova nella National Portrait Gallery di Londra.
Quella era la Riviera un secolo fa . »

3 – Caterina Gaggero Viale

« Era nata a Bordighera durante la migrazione della famiglia da case Loa, località del paesino di Mele, dietro Genova, alla zona di Ventimiglia dove visse la vita adulta.
Fu una piccola conquista del West per famiglie dell’entroterra genovese come i Gaggero, i Bruzzone a volte al seguito di famiglie benestanti come i Tonet o i Migone.
Nata nel 1891 si era sposata a diciott’anni con un Ventimigliese di dieci anni più grande che aveva navigato in gioventù, avevano avuto due figli.
La Lilla aveva gestito un’osteria che per più di trent’anni era stata un riferimento per molti, soldati della caserma Gallardi, pescatori di canna di ritorno da Muru Russu, e cittadini in cerca di ristoro domenicale fino a quando nel 1959 la Lilla morì.
L’osteria da Bataglia era già allora a chilometro zero.
I conigli erano allevati nelle “lapiniere” (gabbie per i conigli) sotto casa, le uova nel gallinaio a cento metri, le fragole da condire col limone, le fave da accompagnare ai salamini, e avanti così. I pochi prodotti foresti erano lo stoccafisso, i bieleti e il formaggio da grattare.
Nella camera da letto dove sono nato anch’io, c’era il solito comò con lastra di marmo e specchiera con due cassetti ai lati. In quello di destra erano conservati sette quaderni che ho ancora con me, contenenti il diario scritto dalla nonna.
Lo scopo primo era stato quello di predisporre una memoria il più possibile completa per il figlio Aldo (mio padre) che era partito per la guerra ed era finito prigioniero dei Francesi a Tunisi e poi a Marrakech e rimasto lontano per cinquantaquattro mesi.

Questa la devo raccontare

La presentazione del Diario di Guerra pubblicato a cura della Cumpagnia di Ventemigliusi e stampato da Alzani era stata fissata per sabato 19 novembre 1988 nei locali dell’archivio di Stato di Ventimiglia in via Hanbury.
Era un pomeriggio piovoso. Il titolo forse un po’ didascalico del libro lo aveva deciso il maestro Renzo: “Diario di guerra della zona intemelia 1943 -1945” .
L’indomani compro il Secolo decimonono e mi capitano sotto gli occhi le estrazioni del lotto che a quei tempi si facevano solo al sabato.
Sulla ruota di Genova, ve lo devo dire, sono usciti 11 -45 -44 -43 -90.
Io non ero sicuro che alla nonna facesse piacere vedere pubblicato il suo diario intimo ma ho interpretato quei tre numeri in fila, come un lasciapassare, una sua benedizione dal cielo. »

4 – Evita Peron

« Nel 1984 ero stato una settimana a Londra da solo alla ricerca di libertà.
Avevo cercato cartoline e stampe dei miei posti sul mercato di Portobello, avevo contemplato più volte le Water-Lilies di Monet alla National Gallery e un pomeriggio ero andato al Prince Edward Theatre a Soho nel West End allo spettacolo del musical “Evita” che era in replica da sei anni.
Nella biografia di Evita c’è un viaggio in Europa su invito del caudillo Franco, in rappresentanza del marito generale Peron, organizzato non senza difficoltà e con diverse città in competizione per ottenere la visita della “Encantadora”.
Se ne occupò per Bordighera un fantasioso personaggio che meriterebbe una storia a parte, il Barone Leonino da Zara, aviatore, pilota automobilistico, già ambasciatore dell’Argentina che riuscì ad ottenere una sosta in riviera di Evita che il 13 luglio 1947 venne ad intitolare il lungomare di Bordighera col nome che conserva tuttora di lungomare Argentina. Anche il chiosco della musica prese il nome di Evita.
Aveva ventisette anni e in Italia visitò solo Roma e Milano oltre a Bordighera.
Alla sua morte il 26 luglio del 1952 si volle evitare che il suo corpo diventasse oggetto di idolatria o, peggio ancora, fossero diffuse delle reliquie.
La sua morte a 33 anni aumentò il suo carisma; il suo corpo venne esposto per tredici giorni all’omaggio di una folla immensa. Nei tre anni successivi la radio Argentina interrompeva le trasmissioni ogni sera nel momento in cui era deceduta Evita, comunicando che “sono le venti e ventitre, l’ora in cui Evita Peron è passata all’immortalità”.

Ma nel 1955, Peron fu destituito e fuggì in Paraguay

Persino il possesso di una immagine di Evita divenne illegale. Nascostamente fu cercata una collocazione segreta alla salma e per un periodo il feretro fu caricato su un furgone e fu fatto girare e sorvegliato in diversi edifici militari dell’Argentina.
Furono anche realizzate delle copie finte della salma in pietra o cera per sviare eventuali ricerche da parte di peronisti fedeli.
Così per un certo periodo le sue spoglie vagarono in luoghi diversi finché fu sepolta segretamente a Milano al cimitero maggiore del Musocco sotto il falso nome di Maria Maggi de Magistris con la collaborazione di religiosi, probabilmente anche del Vaticano e fingendo il ritorno in patria del corpo di una migrante italiana desiderosa di tornare in patria dopo la morte. Finché nel 1971, dopo tredici anni, fu portata a Madrid nella casa dell’esiliato Peron poi rieletto presidente dell’Argentina nel 1973. Infine, nel 1974 fu possibile traslarla in Argentina a cura della ultima moglie di Peron, Isabelita e riporla nella cappella della famiglia Duarte dove tuttora è oggetto di visite e devozione ».
Eraldo Mussa
eralmussa@gmail.com

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