Senza tregua rischiamo davvero di rimanere senza pane e pasta? Ci bombardano con un terrorismo mediatico strumentale oppure tale rischio è reale? Dopo la pandemia, la guerra, le super bollette dell’energia dobbiamo prepararci anche ad una nuova forma di carestia  causata dal conflitto in Ucraina? Insomma, pensavamo di aver iniziato la resilienza e invece ci ritroviamo di nuovo qui, al punto di partenza, spersi e confusi in un’altra “tempesta perfetta”?

Beni primari a rischio per milioni di persone

Il paradosso che viviamo in questi giorni in estrema sintesi è questo. Da un lato un’offerta di prodotto che sarebbe, a brevissimo termine, (per evitare la sua distruzione) a disposizione ma non si può sbloccare per ragioni militari. Dall’alto lato una domanda mondiale, sempre più crescente, che non trova risposta per le ragioni che andremo ad esporre. E che prospetticamente potrebbe risentire di gravi deficit di importazione. Stiamo parlando di beni primari come pasta e pane!

Analizzare lo scenario per capirne contorni e condizioni

Le fonti di questa analisi sono i documenti ufficiali pubblicati in questi giorni sia dal PAM (l’agenzia dell’ONU denominata Programma Alimentare Mondiale) sia dalla FAO. “Dopo il disastro legato all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, del carburante e del costo del trasporto merci questa è la vera catastrofe finale”. Scrive David Beasley, direttore esecutivo del PAM. “Diventa decisiva la questione dei porti che si affronterà nei prossimi mesi. Se dovessero rimanere chiusi ci sarà una carestia mondiale di proporzioni inimmaginabili”.

Alcuni paesi dipendono dalle risorse russe e ucraine

Le ripercussioni internazionali della crisi ucraina per alcuni Paesi sono e saranno devastanti. Dipendono quasi totalmente dalle risorse russe e ucraine l’Eritrea (100%), la Somalia (90%), il Libano e il Congo (80%). Comunque la stragrande maggioranza dei Paesi africani per almeno un 50% dei loro fabbisogni di grano.

Le due nazioni, Russia e Ucraina – si legge nella relazione del PAM – rappresentano infatti il 30% dell’esportazione globale di grano. E il 20% di quella del mais, dando da mangiare a oltre 400 milioni di persone nel mondo. Prima dell’invasione russa, Kiev esportava circa 5 milioni di tonnellate di prodotti agricoli ogni mese. E lo faceva attraverso i porti, ora chiusi, di Odessa e Mykolaiv. Per questo i volumi sono crollati del 90%, a circa 500 mila tonnellate di grano al mese.

Tonnellate di grano fermi nei porti

L’ultimo report della FAO, delle scorse settimane, parla di 25 milioni di tonnellate di grano bloccate dalla guerra nei silos ucraini. Circa la metà ferma nei porti di Odessa e Mykolaiv. “Non è solo colpa della guerra. Noi abbiamo seminato il grano a settembre insieme con l’orzo ma nell’autunno e nell’inverno abbiamo sofferto di una grave assenza di piogge“. Dice Volodymyr Varbanet, presidente dell’associazione degli agricoltori del distretto di Odessa, il cuore cerealicolo dell’Ucraina con 5.200 aziende e una produzione annua di grano che supera i 4,5 milioni di tonnellate. “Il conflitto ha poi aggravato la situazione. Questo è il momento in cui dovremmo piantare il mais ma non esiste più il sistema bancario interno che ci finanziava l’acquisto di sementi e fertilizzanti. Oltretutto non si trova più il carburante per i macchinari agricoli”.

Estorsione, furto e danneggiamento

Gli agricoltori ucraini sono spesso, costretti dagli occupanti russi a vendere i propri prodotti a prezzi ridicoli se non a vedersi confiscato tutto il raccolto dai militari invasori. “Di sicuro tre parole descrivono questa situazione”. Ha spiegato il ministro dell’agricoltura tedesco Cem Ozdemir. “Estorsione, furto e danneggiamento. I russi stanno bombardando le ferrovie verso l’ovest anche per impedire il trasferimento di grano ucraino verso i mercati occidentali”.

Questo è il quadro che emerge dalla lettura dei dati provenienti dalle citate Agenzie internazionali che non dovrebbero essere manipolate dai “poteri forti”. In un momento però di informazione necessariamente di guerra, non dobbiamo mai escludere, come metodo di lettura, anche tale ipotesi.

I campi devastati dalle bombe restano inproduttivi

Le immagini televisive o le fotografie che arrivano dall’Ucraina ci raccontano di un  granaio del mondo massacrato e devastato dai bombardamenti russi. I campi, più o meno seminati, sono caratterizzati da enormi voragini causate dalle bombe esplose sul terreno. In più, gli imprenditori agricoli ucraini lamentano di non poter svolgere il loro lavoro in un momento chiave della stagionalità del grano, per mancanza di sicurezza che si trascina dietro l’assenza di risorse lavorative anche per la semina dei futuri raccolti. Ma non è finita!

Prodotti inservibili perché marciscono nei silos

I silos sono pieni di prodotti che stanno marcendo per mancanza di funzionalità della filiera del trasporto e della logistica locale. Silos pieni di grano sono anche, come abbiamo detto, quelli dei porti come Odessa dove è impossibile procedere allo scarico e al trasporto perché la zona è chiusa per ragioni militari. Le navi russe presidiano il Mar Nero impedendo qualsiasi movimento di navi mercantili.

Proprio in queste ore l’ONU ha lanciato un grido d’allarme alle parti del conflitto per una immediata liberazione proprio dei traffici nei porti sul Mar Nero. In questo modo di  eviterebbe un blocco dell’export dell’Ucraina che causerebbe devastanti carestie nei Paesi che sono dipendenti totalmente da questo bene di prima necessità.

Il granaio ucraino conta 32 milioni di ettari coltivati

Il granaio del mondo, e cioè l’Ucraina, conta più di 32 milioni di ettari coltivati. Di questi, 15 milioni a grano e 10 milioni a mais. Per capire la dimensione delle cifre in ballo, basti pensare che l’Italia intera, comprese la Sardegna e la Sicilia, conta su 30 milioni di ettari coltivati a grano. Insomma, per rispondere alle angosce iniziali, crediamo sia iniziato un conto alla rovescia.

Bisogna arrivare a una tregua che duri nel tempo e permetta di non buttare via tutto il prodotto immagazzinato. Una tregua che consenta di raccogliere quello sui campi e seminare quello destinato alle prossime stagionalità. Oppure tutta l’Africa e i Paesi occidentali, potrebbero avere delle pesanti ripercussioni sul loro import di questo bene primario. A maggior ragione al di là delle polemiche più o meno strumentali sulle forniture di armamenti all’Ucraina, l’Europa e il nostro Paese, si concentrino sull’apertura di un tavolo di trattative per la pace. Un tavolo concreto e visionario, mirando “a non umiliare la Russia”, ma a raggiungere in poco tempo una tregua delle armi.

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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