Il recente anniversario, lo scorso 9 novembre, dei 32 anni trascorsi dalla caduta del muro di Berlino,  è stato ricordato dai media, ma, rispetto al nazifascismo, vive come assopito nelle coscienze il male che dietro quel muro,  simbolo dell’altro devastante totalitarismo del Novecento, il comunismo, ha procurato a milioni di persone. Lo stesso comunicato del Pd sull’anniversario della caduta del Muro non ha fatto il minimo cenno al comunismo, si è limitato a definirlo vagamente un “simbolo tangibile di una divisione territoriale e politica, non solo tedesca”. Silenzio sull’oppressione dei popoli, sulle vittime dei gulag, dalla lontana Siberia alla vicina isola adriatica di Goli Otok, che ha tragicamente segnato tutti i paesi dell’Europa orientale, i cui abitanti, se non appartenevano alla oligarchia di partito e, fintanto che anche qualcuno dei suoi membri non cadeva in disgrazia, vivevano in condizioni di estrema illibertà e terrore. 

Anche se non sempre la caduta del muro di Berlino, e quindi dei regimi comunisti, ha ipso facto, rimesso in gioco i valori liberali in tutti i paesi ex comunisti, come le cronache politiche anche di questi giorni purtroppo insegnano, in alcuni di essi questi sono stati fatti propri dalle nuove classi dirigenti grazie all’abilità e al coraggio di personaggi che hanno dedicato la loro vita, a quei tempi, alla lotta per la libertà, pagandone le conseguenze negli anni bui della dittatura e, una volta caduta questa, dando esempio di una coerenza mantenuta intatta anche quando le condizioni di sopraggiunta democrazia hanno loro consentito di assumere il potere.

É il caso della Repubblica Ceca, ma già prima, per un certo tratto, fino alla reciproca indipendenza con la Slovacchia, della Cecoslovacchia, che ha visto lo scrittore Vàclav Havel passare dalle carceri del regime e, con la caduta di questo, alla presidenza delle Repubblica. 

La sua vita, esemplare in questo senso, ce la racconta ampiamente in “Havel, una vita”, edito da La nave di Teseo, un volume di quasi 700 pagine, Michael Žantovský, che è stato prima portavoce e quindi responsabile politico dell’ufficio di Presidenza di Havel, fino a che non è stato nominato ambasciatore della Repubblica Ceca negli Stati Uniti. Attualmente è direttore esecutivo della Biblioteca Vàclav Havel, istituzione responsabile della conservazione dell’eredità culturale di quello che è stato l’ultimo presidente della Cecoslovacchia e il primo della Repubblica Ceca.

Žantovsky non nasconde la sua ammirazione per Havel e, nei limiti in cui è vissuto con lui,  lavorando al suo fianco, in cui si è preso cura di lui, nell’aver provato il piacere della sua compagnia e  dei segnali di approvazione che riceveva, ricambiandoli, di averlo amato come essere umano. Ciò nonostante l’autore si è ben guardato dallo scrivere un’agiografia, raccontando la vita di quello che è stato il leader di Charta 77, ovvero del più importante movimento di dissenso in Cecoslovacchia, chiamato così dal documento omonimo del gennaio 1977, redatto appunto da Havel, insieme ad altri intellettuali del Paese come Jan Patočka, Zdenek Mlynàr, Jiri Hàjek e Pavel Kohout, e sottoscritto da altri 247 cittadini comuni.  Un’iniziativa che è valsa ai cinque redattori del documento il carcere, preceduto dagli arresti domiciliari cautelativi fino alla celebrazione del processo che li ha condannati mediamente a 5 anni (4 e mezzo Havel) di lavori forzati. 

“Il 29 maggio 1979 era un martedì e Havel non era tornato a casa dalla sera prima. L’arresto fu improvviso, ma non era inaspettato, a giudicare dalla borsa blu che Havel aveva con sé, con quattro t-shirt, biancheria intima, articoli da toeletta, un maglione, pigiama, pantofole e una copia della traduzione ceca di Qualcuno volò sul nido del cuculo di Ken Kesey” dal quale Miloš Forman, compagno di Havel al collegio di Podebrady, aveva tratto un film che avrebbe conquistato tutti gli Oscar in tutte le principali categorie. Mentre veniva arrestato, la polizia aveva fatto irruzione anche a casa di lui, perquisendola al cospetto della moglie Olga, una donna con la quale Havel visse molti anni, fino alla morte di lei, avvenuta nel 1996,  un matrimonio non sempre in armonia, anni segnati da altre relazioni dell’uomo che la donna aveva il più delle volte tollerato, accettando ménage che sembravano contraddistinguere, da come scrive Žantovský, gli ambienti della dissidenza. Havel poi nel 1997 avrebbe sposato Dagmar Havlova.

Havel affrontò il carcere, e gli va dato atto anche di aver rifiutato una borsa di studio negli Stati Uniti che Miloš Forman stesso, lì riparatosi, era riuscito a procurargli per dargli modo così di conquistare, a prezzo dell’esilio, la libertà.

Degli anni in carcere si sa poco, come spesso accade negli uomini che hanno subito umilianti trattamenti. Žanteleski è riuscito ugualmente a raccogliere informazioni in parte negli archivi del penitenziario, dai pochi ricordi dei compagni di prigionia e dalle sue lettere dal carcere inviate a Olga, finite nella raccolta Lettere a Olga, lettere brevi perché gli era proibito scriverne più lunghe di due facciate. Per il resto tutto si confonde in una “strana foschia”. “Havel non riusciva a ricordare specifiche punizioni e umiliazioni, come i periodi in isolamento per non aver rispettato le quote (del lavoro assegnatogli, n.d.r.), il sequestro delle lettere e dei pacchi, il divieto di ricevere visite e altri modi nei quali gli veniva ricordato – in un paese che negava l’esistenza dei prigionieri politici – che era molto peggio di un comune delinquente.”

Ma l’uscita dal carcere, dovuta anche a un grave deperimento organico – che costrinse il regime a trasferirlo in una clinica e a curarlo per evitare, con il rischio della sua morte, reazioni internazionali per il trattamento riservato a uno scrittore già tradotto in tutto il mondo – non fu la fine di una situazione che poi fu altre volte ripetuta come accadde, ad esempio il 21 agosto del 1988, ventesimo anniversario dell’invasione sovietica e della fine della primavera di Praga di Alexsandr Dubček, quando “diecimila persone marciarono attraverso piazza Venceslao cantando l’inno nazionale cecoslovacco e chiedendo il ripristino della libertà e della sovranità popolare”. Oppure come accadde anche il 28 ottobre dello stesso anno, anniversario della indipendenza della Cecoslovacchia quando Charta 77 e altri 5 gruppi di opposizione avevano organizzato una manifestazione, anch’essa controllatissima dalla polizia, armata di tutto punto e dai cani lupo, che sarebbero intervenuti, dopo che il giorno prima, sia Havel che un’altra decina di dissidenti furono arrestati, sollevando reazioni in tutto il mondo . “Police round up dissidents to block protest” la polizia arresta i dissidenti per bloccare la protesta, avrebbe trasmesso la Reuters. Ma quella manifestazione sarebbe stato l’inizio della cosiddetta Rivoluzione di velluto che in varie tappe avrebbe portato a un’altra grande manifestazione, quella del 24 novembre del 1989, durante la quale la polizia, per la prima volta non intervenne e che segna ufficialmente “la fine dell’era comunista in Cecoslovacchia” con Havel e Dubček che si sarebbero trovati insieme a brindare al nuovo inizio, tanto che solo pochi giorni dopo, il 10 dicembre,  in una piazza San Venceslao gremita fino all’inverosimile, Havel, libero, pronunciò il suo discorso con la frase “Amore e verità devono prevalere sulle menzogne e sull’odio”. Scrive, a riguardo, Žantelevský: “Se i comunisti in Cecoslovacchia avessero deciso di usare la forza contro le manifestazioni del 24 novembre 1989, ci sarebbero stati sangue e martiri, come è successo in Romania nello stesso anno, e gli eventi potrebbero essere più facilmente qualificati secondo lo stereotipo della rivoluzione (violenta), ma non è detto che il risultato sarebbe stato più radicalmente rivoluzionario”.  

Infatti, il 29 dicembre del 1989, Vaclav Havel, su proposta di Alexandr Dubček, sarebbe stato proposto come presidente dell’Assemblea federale e come tale eletto, per poi, nelle prime libere elezioni del 1990, essere confermato Presidente della Cecoslovacchia, carica che mantenne per un paio di anni, fino alla separazione tra Repubblica Ceca e la Slovacchia, per diventare, poi, con il 2 febbraio del 1993, primo presidente della Repubblica Ceca per dieci anni.

Naturalmente la bella e intensa biografia di Žantelevský non racconta solo la vita politica di Havel, ma la sua vita intera, dalla nascita,  il 5 ottobre del 1936, a Praga in una famiglia benestante, alla sua feconda attività di scrittore e, soprattutto, di drammaturgo, i suoi tanti amori, e i suoi ultimi anni e giorni, questi gravati dalla malattia, fino alla sua morte, con il funerale celebrato nella cattedrale di Praga dal suo compagno di prigionia, il cardinale Duka, anche se Havel non morì cattolico né chiese l’estrema unzione. “Ma il suo senso della teatralità e della ritualità” scrive il suo biografo che, ben lo conosceva, gli avrebbe fatto apprezzare ugualmente la liturgia.

Diego Zandel

Michael Žantovský, Havel, Una vita, La nave di Teseo, pag. 682, €. 25,00

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