Da tempo Giancarlo Scaglione (cfr. “Una gomma squarciata e un’occasione fortunata”; “Vigne antiche e orchidee fiorite: Pian dei sogni”; “Una Gaja giornata a Barbaresco”) mi aveva promesso di organizzare questo incontro. La stradina sale a una villetta tra le vigne.
Siamo a Loazzolo, delizioso paesino della Langa astigiana già noto per la più piccola D.O.C. d’Italia, il Loazzolo D.O.C. Vendemmia Tardiva (prestigioso passito di Moscato, con un disciplinare rigidissimo e frutto di un progetto per il quale tanto si è speso Giancarlo) e per la antica chiesetta dei Battuti, in attesa di ristrutturazione. Rosa ci accoglie con un sorriso solare.
Il racconto si snoda con naturalezza. Come tanti, all’inizio degli anni 60 lascia – da fresca sposina – le colline affacciate sulla Val Bormida e approda a Torino, dove il marito trova un lavoro alla Fiat. Sono gli anni della grande affluenza nel “Triangolo industriale”, in cui le città “cambiano pelle” per il percorso di inurbazione di tanti immigrati. Quando la figlia raggiunge l’età scolare, alla fine degli anni 60, anche Rosa cerca lavoro: viene assunta alla Carello (quelli della mia generazione si ricordano il famoso “Carello Sirio” e gli altri fanali ad alte prestazioni utilizzati dalle Ferrari in pista e dalle Fiat e Lancia nei rally).
Nel 1972 passa alla Fiat e per i primi anni assembla quadri elettrici delle automobili. Nel 1974 la Fiat ha l’idea di inserire una componente femminile nella squadra dei collaudatori: una donna per ogni parte d’Italia (nord, centro, sud e isole). Quattro donne. Rosa Scavino si candida. Inizia un percorso lungo e complesso di formazione meccanica: il collaudatore deve conoscere bene l’auto che esamina, saper individuare ogni anomalia, ogni “rumorino”, qualsiasi “neo” perché venga risolto.
È l’epoca della Fiat 132, che aveva raccolto l’impegnativo testimone della fantastica 125 (ricordiamone l’onore raccolto sulle strade di tutto il mondo e sui percorsi agonistici). La svolta, la vera svolta, quella che fa brillare gli occhi a Rosa, avviene a metà degli anni ’80. È il momento in cui prende corpo l’ambizioso progetto di inserire un motore Ferrari 8 cilindri 32 valvole nel telaio (ovviamente opportunamente modificato) della Lancia Thema, eccellente vettura che aveva eroso con efficacia ai marchi tedeschi il mercato delle berline di fascia medioalta.
La Lancia Thema Ferrari 8.32 (questo il nome completo), che ancora oggi ha una nicchia di strenui amatori (si veda per esempio il sito www.gasiautomobili.it), anche per ragioni pubblicitarie venne sottoposta al collaudo di una squadra selezionata al cui interno viene chiamata Rosa, nel frattempo divenuta nonna e affettuosamente chiamata dai Colleghi “Nonna Rosa”. Rosa racconta ridendo delle scene ai semafori di Torino: una donna in tuta al volante di una rara rombante e velocissima Thema Ferrari 8.32!
Un bolide per quei tempi. Un ringhiare che sa di autodromo. La notizia… fa notizia. Ed ecco i rotocalchi che dedicano articoli e interviste a questa vicenda. Rosa giustamente li ha conservati e me li mostra. “Sono stati gli anni d’oro”, commenta. “Non ho mai fatto in 26 anni di Fiat un giorno di mutua” (come dice lei). Il lavoro le piaceva e andare al lavoro era un piacere.
Non omette, però, di sottolineare, che nelle occasioni in cui era entrata in taluni reparti produttivi, aveva compreso al volo da una parte il suo privilegio e dall’altra le proteste e le mobilitazioni operaie. Sorrido quando precisa che loro, in famiglia, hanno sempre avuto una Panda. Come non raccontare della mia Panda rossa con oltre 520.000 chilometri?
Si brindi alla Panda! Ci conduce, attraverso il giardino ordinato ombreggiato da un’enorme e profumatissima pianta di fico, nell’antica cantina interrata con volte in pietre di Langa. C’è anche un sorprendente antico pozzo. Nel box una candida Panda 4×4 Edizione Limitata 40° Anniversario.
Claudio Zucchellini
