Nel corso della Seconda Guerra mondiale ebbe luogo un devastante bombardamento aereo su una delle sue più celebrate strutture civili: l’Abbazia benedettina di Montecassino. L’Abbazia si trova sul monte Cassino, a 516 metri sul livello del mare, in posizione dominante sulle valli dei fiumi Liri e Garigliano.

Era stata fondata nel 525 d.C. da Benedetto da Norcia, monaco nato nel 480, rifugiato a Subiaco, dopo una esperienza negativa in un convento di Roma. Il Monaco scelse un colle dove esistevano i resti di un antico tempio di Apollo e di un insediamento romano (Casinum). Lì aveva riunito 15 confratelli anch’essi esuli da Roma. LAbatia territorialis Montis Cassini fu la prima di altri 12 Monasteri da lui istituiti nel corso del tempo.

Montecassino: il primo dei monasteri di San Benedetto

Nel 540 Benedetto fondò il suo Ordine monastico e ne stabilì la famosa Regola (“Ora et labora”). Morì nel 547 nell’Abbazia e fu sepolto accanto alle spoglie della sorella S. Scolastica. Alcuni storici affermano che dopo il terremoto del 1349 i suoi resti furono trasportati in Francia, a Juvigny sur-Loison. Altri dicono a Fleury sur-Loire dove si troverebbero tuttora. Ma questa ipotesi non trova validi riscontri.

L’Abbazia venne distrutta quattro volte. Dai Longobardi del duca di Benevento Zottone nel 577. Nel 883 dai saraceni risalitivi dalla foce del Garigliano. Nel 1349 da un violento terremoto e nel 1944 da bombardamenti angloamericani. Questi ultimi ne provocarono la distruzione pressoché completa con una serie di incursioni aeree devastanti.

I bombardamenti avvennero nel corso della “Campagna d’Italia” degli Alleati nella II iniziati nel 1943 con i loro sbarchi in Sicilia (“Operazione Husky”) il 9 luglio. Sbarchi proseguiti a Salerno (“Operazione Avalanche”) il 9 settembre. L‘obbiettivo era uno solo: raggiungere la capitale Roma e costringere l’Italia alla resa.

Ci vollero quattro battaglie per abbatterlo

La città di Cassino era un punto strategico chiave sulla via per Roma in quanto situata nella linea fortificata tedesca “Gustav”. La linea si estendeva dalla foce del Garigliano a est sino a Ortona (provincia di Pescara) a ovest dividendo la penisola in due. Era stata costruita allo scopo di bloccare l’avanzata Alleata da sud. In questa situazione gli Angloamericani si videro costretti ad attaccare Cassino. Furono loro necessarie ben quattro battaglie per superare la città e il Monte.

Nella prima di queste Battaglia di Cassino (17/1/1944) gli Alleati persero 5 brigate (2000 uomini) del Corpo di spedizione neozelandese del generale Bernard Freyberg. Il generale operava a fianco della 5^ Armata statunitense del generale Mark Clark. Inoltre affiancava l’8^Armata britannica dei generali Francis Tuker e Oliver Leese. Tutte sotto il comando del feldmaresciallo Harold Alexander. I tedeschi opponevano la 10^ Armata del tenente generale Heinrich von Vietinghoff e il XIV Corpo corazzato del generale Frido von Senger und Hetterling. Tutti agli ordini del feldmaresciallo Albert Kesserling.

Il generale Freyberg, sostenuto dal generale Tuker, si convinse che le sconfitte fossero state causate dai tedeschi arroccati sulla cima del monte Cassino al riparo dell’Abbazia. E per questo ne chiese il bombardamento aereo al suo diretto superiore generale Clark.

In quel momento però la sommità del colle e l’Abbazia erano prive di militari e attrezzature belliche tedesche. Il feldmaresciallo Kesserling aveva ordinato la totale evacuazione e la dislocazione a mezza costa sul colle a 300 metri al di sotto dell’Abbazia, dal 3 novembre dell’anno precedente.

Il ruolo del Vaticano

Un ordine era stato impartito da Kesserling ai suoi due generali a seguito di una comunicazione arrivata dall’Ambasciatore tedesco presso il Vaticano Ernest von Weizsacker . Gli era stato richiesto dalla Segreteria di Stato del Vaticano di preservare dalla distruzione l’Abbazia (e la tenuta pontificia di Castel Gandolfo).

Contestualmente all’evacuazione della componente militare, dall’Abbazia era stata asportata la totalità delle opere d’arte contenute. Oltre 350 casse opere (Raffaello, Tiziano, Tintoretto, Canova, ecc.) furono inviate a Roma (e conservate a Castel Sant’Angelo) e a Spoleto. Altre 15 furono spedite in Germania, nel Brandeburgo, alla Karinhall, villa del Reichmarschall Hermann Goering. Noto collezionista d’arte, Goering le ebbe come regalo per il suo 51° compleanno. A inviargliele furono il ten.col. Julius Schenkel e il capitano Maximilian Becker della “Sicherheitpolizei” su ordine diretto di Kesserling.

Lo stesso giorno 4 novembre 1943 il generale Dwight “Ike” Eisenhower, Comandante delle forze alleate in Europa, inviò un dispaccio al Comando alleato del fronte di Cassino. Ordinava al feldmaresciallo Alexander, di proteggere l’Abbazia durante l’avanzata delle sue truppe. L’ordine fu trasmesso al generale Clark l’11 novembre.

Un bombardamento con preavviso

Quest’ultimo cedette alle richieste dei generali Freyberg e Tuker e, nelle remore dell’attacco alleato alla “Linea Gustav”, organizzò il bombardamento. Il 10 febbraio del 1944 aerei alleati sorvolarono l’Abbazia, lanciando volantini. “Amici italiani…. siamo costretti a puntare le nostre armi contro il Monastero…. andatevene subito !!! ” , dicevano. Lo scopo era di salvare gli abati e i 350 civili che si trovavano lì rifugiati. Un appello acconto da ben pochi, la massa restò nell’Abbazia.

Due giorni dopo il Comando del generale Clark allertò il 12° e 15° Gruppo aereo alleato del Mediterraneo di stanza a Foggia al comando del generale Ira Clearance Eaker. Il 15 febbraio diede inizio all’operazione aerea distruttiva sull’Abbazia, che si svolse in due ondate successive di bombardamenti. La cosiddetta “Seconda battaglia di Cassino”.

Un’azione coordinata

La prima ondata comprese l’azione di 4 gruppi aerei che dovevano operare uno dopo l’altro, a brevissima distanza di tempo fra di loro. Il primo gruppo (2° Bomb Group) era formato da 37 aerei B 17 “Flying Fortress”, del 96° Squadron del capitano Brendan Evans. Aerei armati con 12 bombe da 500 libbre ciascuna (444 bombe e 220.000 libbre in totale), partiti da Foggia alle 08,45 e giunti su Montecassino alle 09,25, Tutto il carico fu sganciato in 4 minuti.

Alle 09,30 giunse a bombardare il colle il secondo gruppo (99° Bomb Group). Altri 47 B 17, armati anch’essi con 12 bombe da 500 libbre ciascuna (564 bombe e 820.000 libbre in totale). Era partito alle 08,46 e compì il suo lavoro in 7 minuti. Subito dopo (09,43 ) arrivò a Montecassino il terzo gruppo (301°Bomb Group) formato da 37 B 25 “Mitchell” con 40 bombe anch’esse da 500 libbre ciascuna. Era partito alle 09,00 e sganciò in 6 minuti.

L’ultimo gruppo (97° Bomb Group) partito alle 09,15 era formato da 32 B 25 “Mitchell”. Ognuno era armato con 38 bombe incendiarie M 216 A-1 (1.216 bombe). Giunse a gettare il suo carico su Montecassino alle 09,45 in 6 minuti. La seconda ondata, formata da 22 B 26 Martin “Marauder” con 4 bombe da 500 libbre ognuno (88 bombe e 44.000 libbre in totale) partì da Decimomannu in Sardegna alle 10,27. Giunta sulle rovine dell’Abbazia alle 13,26, vi scaricò le bombe in 4 minuti.

453 tonnellate di bombe e 208 morti tra civili e abati

La distruzione dell’Abbazia fu completata dal II Corpo Artiglieria pesante di stanza nelle vicinanze del paese di Cassino, con 266 granate sparate sulle rovine il 16 febbraio. Complessivamente le 5 incursioni aeree furono compiute da 175 velivoli che sganciarono sul colle e l’Abbazia 453,5 tonnellate di bombe. Causarono 208 morti fra abati e civili che erano rimasti anche dopo il volantino aereo avvisatore degli Alleati. 30 furono gli abati che sopravvissero con il loro Priore Gregorio Diamare e che riuscirono a riparare a Roma.

Le rovine dell’Abbazia furono occupate dai tedeschi con truppe, cannoni, mitragliatrici e carri armati il 17 febbraio. Questo presidio consentì loro di rallentare l’avanzata a valle degli Alleati sino al 18 maggio. Il colle venne conquistato, nel corso di quella che venne chiamata la “Quarta battaglia di Cassino”. Ad opera delle truppe del 2° Corpo d’Armata polacco del generale Wladislaw Anders che faceva parte dell’8^ Armata britannica del generale Leese. Il generale Anders, morto nel 1970, volle esser sepolto nel cimitero di Montecassino accanto ai suoi uomini mortivi nel 1943.

Montecassino per arrivare a Roma

La “Seconda battaglia di Cassino” aveva rappresentato per il feldmaresciallo Kesserling l’occasione per contenere a lungo gli Alleati nella sacca di Anzio. E inoltre predisporre l’ordinato ripiegamento delle sue truppe sulla Linea Gotic. La linea venne sfondata solo a metà maggio 1944 con l’Operazione “Diadem” che aprì la via alla conquista di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944.

L’Abbazia venne ricostruita negli anni ’50 con la supervisione del nuovo abate priore Ildefonso Rea. Il priore provvide a farvi rientrare i beni conservati a Spoleto e a Castel Sant’Angelo. Fu riconsacrata nel 1964 da Papa Paolo VI che, nell’occasione, nominò Benedetto da NorciaPatrono d’Europa” per il suo contributo all’unione dei popoli europei. Le operazioni che avevano portato alla distruzione dell’Abbazia vennero riconosciute dal generale Clark come “eccessive, frutto di una strategia antiquata che prevedeva l’impiego indiscriminato dell’aviazione”.

Furono invece giustificate dal Presidente USA Franklin Delano Roosevelt che le considerò corrette. Questo in funzione delle notizie che erano state trasmesse sulla pericolosità delle forze tedesche presenti sul colle (notizie infondate ). Inoltre furono giustificate dal feldmaresciallo Alexander, che nelle sue memorie scrisse “meglio una vittoria in tasca che un Michelangelo su un muro”. Anche il generale Eisenhower spiegò, come “dovendo scegliere tra la distruzione di un famoso Monastero e il sacrificio dei nostri soldati, la loro vita doveva contare infinitamente di più”.

Gustavo Ottolenghi

N.B. Nella foto di apertura tratta dal sito del Centro Documentazione e Studi Cassinati una ideale ricostruzione dell’abbazia di Montecassino al tempo di abate Desiderio (ab. 1058 al 1087). L’autore, K. J. Conant, ha tracciato altre versioni del soggetto. Qui ha posto dinanzi alla facciata la primitiva chiesa di S. Martino sui cui resti dovrebbe essere sorta la chiesa di S. Stefano, ricostruita poi dall’abate Atenolfo.

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