Buon Natale a tutti: un Natale per il terzo anno consecutivo caratterizzato da guerre, scontri, massacri… e quel che è peggio senza idee concrete del come venirne fuori. Ho provato allora a fare un esercizio intellettuale, spero non presuntuoso e velleitario, per evitare da un lato, di sprofondare nel pessimismo cosmico, ma, dall’altro, di non farsi travolgere dalla propaganda manipolatoria di molti media, più o meno contaminati dai vari contendenti in campo.
Ho provato a mettere insieme le varie fonti che ci raccontano quotidianamente, cosa stia succedendo nel mondo, a volte illudendoci e a volte facendoci sprofondare nella depressione.

Ma quanto c’è di vero in quello che ci viene comunicato? Quanto il mainstream giornalistico che ci viene propinato risente di interpretazioni o addirittura volontà manipolatorie dei contendenti? Ho scelto dunque alcuni casi, a mio avviso emblematici per districarci in questa giungla di disinformazione. Ho incrociato sia le notizie ufficiali con quelle ufficiose; sia le dichiarazioni dei leader politici con le interviste rilasciate, spesso in modo anonimo, da autorevoli membri dei servizi segreti dei vari paesi coinvolti sui vari fronti di guerra.

Ho cercato altresì di selezionare nel bombardamento di informazioni che circolano nel web, quelle che sembrano più attendibili o ragionevolmente verosimili, scartando le altre. Ho cercato di far “dimagrire” la propaganda provando, spero, sempre, non presuntuosamente, a sviluppare delle riflessioni sulle varie questioni che caratterizzano questa nostra faticosa e violenta contemporaneità. Il tutto con l’obiettivo di fornirvi semplici spunti di meditazione per le vostre discussioni nelle serate natalizie, di comunità familiare o amicale o professionale.

Cari amici, cerchiamo di metterci la testa nel caos che ci circonda, di non lasciarci andare all’emotività stomacosa, di ragionare e leggere la realtà che, ci piaccia o non ci piaccia, è quella che ci passa ogni giorno sotto gli occhi nella rete o nelle immagini televisive. Certo è difficile essere ottimisti ma non dobbiamo arrenderci allo sdegno o all’indignazione. Dobbiamo continuare a essere cittadini attenti; genitori o nonni informati e pronti a rispondere ai quesiti dei nostri figli o nipoti incerti e preoccupati. Dobbiamo continuare a vivere come degli esseri umani che nel loro piccolo cercano di contribuire alla distensione e non a fomentare l’odio e i contrasti divisivi. Buona lettura a tutti e ancora auguri.

Siamo stufi e preoccupati del contesto internazionale in cui siamo stati catapultati negli ultimi tre anni. Anche coloro che sono attenti e seguono quotidianamente le evoluzioni delle varie crisi internazionali, ammettono di non essere in condizione di comprendere fino in fondo il quadro completo di tutto quello che sta succedendo. Di avere, cioè, dei “buchi” o dei “vuoti” di informazioni, probabilmente orchestrati dai burattinai delle parti, specialisti in disinformazione.

Ci verrebbe da dire: “basta raccontarci balle!” Ci piacerebbe conoscere la verità di cosa ci sta accadendo intorno sia sul fronte ucraino sia in Medioriente. La sensazione di essere bombardati da fake news o da informazioni manipolate ad arte, sta diventando purtroppo per noi una certezza. A volte ci sentiamo, non so se capita anche a voi, quasi degli “oggetti” delle negoziazioni pendenti tra i contendenti: “oggetti-spettatori” a cui si mandano messaggi alternativamente minacciosi o speranzosi, in stretta correlazione con le esigenze tattiche delle negoziazioni in corso. Un esempio lampante di questa situazione mi sembra quello delle dichiarazioni, molto discusse e contestate, rilasciate al Financial Times, proprio all’inizio di questo mese di dicembre, dall’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, Capo del Comitato militare della Nato.

Dopo giorni e giorni di minacce, neanche tanto velate, di Mosca, circa i futuri rapporti con gli Stati dell’Unione Europea, minacce anche di natura militare e di grande stress psicologico, che cosa si è limitato a dire il nostro rappresentante a Bruxelles? Che la Nato, alla luce dei continui attacchi ibridi dei russi, su parecchi obiettivi rilevanti in Europa, sta studiando eventuali attacchi preventivi, soprattutto sul piano della guerra ibrida, e cioè quella guerra costruita sulla base della cybersecurity e di tutte quelle tecnologie che permettono oggi di immaginare un conflitto non tradizionale, realizzato attraverso le nuove armi militari (droni, attacchi hacker, eccetera).

Mi viene quasi da dire: ci mancherebbe! Di fronte ad una nazione che, aldilà delle minacce, continua a mandare droni o ad effettuare sconfinamenti di confine con i propri caccia militari, ci mancherebbe, dicevo, che la Nato non stesse studiando non solo una strategia difensiva ma anche dei piani per prevenire e possibilmente annientare questi continui soprusi provenienti da Mosca. In realtà, come abbiamo visto, le dichiarazioni dell’ammiraglio Cavo Dragone, sono stati oggetto proprio nel nostro Paese, di una polemica partitica surreale e per certi versi allucinante, sconfinata poi nel solito scontro fra presunti pacifisti e apparenti guerrafondai.

Che cosa c’è di vero dietro a queste dichiarazioni pubbliche dei responsabili militari europei o dei singoli Stati membri dell’Europa? Nessuno può saperlo, augurandoci che esista ancora un segreto militare: quello che è certo è che questo uso mediatico del conflitto tra l’Unione Europea e la Russia fa parte di una dinamica delle relazioni tra le nazioni coinvolte che copre probabilmente, o forse meglio dire auspicabilmente, delle trattative segrete sia militari sia diplomatiche, mirate a risolvere la crisi attraverso virtuose negoziazioni, evitando l’uso delle armi. È possibile che queste negoziazioni abbiano bisogno, soprattutto per le opinioni pubbliche dei paesi coinvolti, di tenere alta la tensione dimostrando fermezza e rigidità delle leadership politiche o militari.

Ma questo è soltanto un esempio per introdurne altri che spero possano essere utili ad aumentare il nostro tasso di comprensione degli eventi, filtrando il bombardamento informativo e usando il nostro cervello per cercare di capirne le dinamiche e le prospettive. Iniziamo dunque la carrellata di altre situazioni che meritano di essere approfondite.

L’Iran e il suo potenziale nucleare

C’è stata propinata negli ultimi mesi una narrazione sul bombardamento israeliano e americano sui siti nucleari dell’Iran che tendeva a tranquillizzarci sul fatto che Teheran non potesse più contare su un potenziale nucleare, quale quello esistente fino a quel momento. In realtà, come hanno confermato i servizi segreti israeliani, la situazione è ben diversa. Gli attacchi israeliani agli impianti nucleari iraniani nella guerra dei 12 giorni non hanno distrutto il programma nucleare iraniano. Hanno provocato gravi danni alle infrastrutture civili quelle che contengono il materiale idoneo per costruire e gestire la bomba atomica. Non sono stati efficaci nel distruggere il programma anche perché gli iraniani sono riusciti, con un intervento molto efficiente, a salvaguardare tutto il materiale per la bomba, trasferendolo in altri siti sconosciuti sia agli israeliani che agli americani.

A questo proposito ci ricordiamo tutti di alcune fotografie che erano apparse nel web e che dimostravano come, poco prima dell’inizio del bombardamento, colonne di camion si erano mosse dai siti obiettivo delle bombe nemiche, per nuove destinazioni ignote. Insomma, non solo Teheran continua il suo programma di armamento nucleare, ma sta migliorando la difesa all’esterno degli stessi siti proprio sulla scorta dell’esperienza maturata durante la recente operazione israeliana-americana. Il dialogo di Teheran con l’Aiea (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) si è interrotto (anche se pare che continui sottotraccia) e quello con gli Stati Uniti è in fase di stallo e non fa nessun progresso apparente. Tutto ciò purtroppo fa temere la possibilità di un altro round della guerra diretta tra Iran e Israele, con gli Stati Uniti sponsor di Tel Aviv.

Chi si sta impegnando a cercare una mediazione tra la Casa Bianca e il governo di Teheran è il principe saudita Mohammed bin Salman che proprio nel suo recente viaggio a Washington ha cercato di convincere Trump a instaurare un nuovo dialogo con Teheran proprio a Riyad, con lui nel ruolo non solo di paese ospitante ma di attivo mediatore per una soluzione pacifica. Su questa opzione, secondo i servizi segreti israeliani, la leadership politica iraniana è divisa: da una parte la Guida Suprema e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione che non sono disposti ad arrendersi. Dall’altro lato, il presidente, Masoud Pezeshkian che invece vorrebbe preservare il regime da una nuova guerra, date le condizioni precarie in cui vive la popolazione iraniana per la crisi economica e la crisi idrica. Il presidente iraniano sarebbe favorevole, secondo questa fonte, ad un compromesso, ma sarà molto difficile che riesca a prevalere. Di conseguenza la situazione può degenerare in qualsiasi momento.

Il rischio Turchia

Erdoğan è stato molto abile a supportare prima e ad aiutare poi la nuova leadership Sunnita di Ahmed al Sharaa, l’uomo che ha comandato il golpe che ha spodestato Bashar al Assad. Istanbul sta guadagnando sempre più peso in Siria. I rapporti fra i due leader sono continui e molto stretti. La preoccupazione dei servizi segreti israeliani è che questo patto di ferro possa diventare il nuovo incubo di Tel Aviv: un nuovo Iran, sulla porta di casa. La Turchia è la vera vincitrice di quanto è accaduto in Siria e sta assumendo sempre più importanza anche per gli sforzi che sta compiendo per sconfiggere gli estremisti dei  movimenti dei fratelli musulmani. Non dimentichiamoci che Erdoğan ha scelto di rivestire un ruolo al di sopra delle parti nei conflitti esistenti.

Ha conservato legami stabili con diversi attori globali come la Russia, l’Unione Europea, gli stessi Stati Uniti. Ha un ruolo importante all’interno della Nato e il presidente turco conserva un’ottima relazione con Trump. Erdoğan ha già insediato delle basi militari sia in Somalia, sia in Libia, consolidando la sua immagine mediatica di leader che vuole ricostruire l’epopea dell’Impero Ottomano. Per molte cancellerie occidentali ma non solo, la Turchia di Erdoğan costituirà un grosso problema per la pace nel mondo. D’altronde Erdoğan ottiene ancora la maggioranza dei consensi degli elettori turchi proprio per questa rivendicazione identitaria di recupero del sogno imperiale Ottomano: usa il vecchio stratagemma, ben conosciuto, di inventarsi e cavalcare una narrazione identitaria sulla quale la maggioranza dei turchi si ritrova, nonostante la crisi economica causata da una iper inflazione.

Il mistero dei fondi russi sequestrati ma… non utilizzabili

Appare inspiegabile, almeno per i non addetti ai lavori, che gli ingenti fondi di proprietà russa sequestrati parecchio tempo fa, a seguito dell’invasione dell’Ucraina, non possano essere usati per finanziare Kyiv nella sua difficile battaglia contro gli invasori. Assistiamo in queste settimane ad un continuo e snervante dibattito fra i 27 paesi membri dell’Unione Europea sul “sé” e sul “come” poter far leva su questo ammontare di denaro (oltre 200 miliardi di euro) per evitare di dover far pesare sui cittadini europei il costo dell’ulteriore finanziamento a favore dell’Ucraina

Le ultime notizie che ci giungono ufficialmente da Bruxelles ci parlano di un consenso sostanzialmente globale di tutti i paesi membri, salvo il Belgio che continua ostinatamente ad opporsi a qualsiasi soluzione mirata a utilizzare anche solo come garanzia gli asset russi. Facendo ancora una volta leva sul diritto di veto (inutile ripetercelo uno strumento che poteva avere un senso all’inizio nel progetto europeo ma che oggi costituisce lo strumento per la distruzione del sogno europeo!) spettante a ciascun paese membro, il Belgio blocca ogni decisione in merito. Ma come mai? Cosa c’è dietro? Perché non ce lo spiegano? Abbiamo chiesto lumi ad un alto funzionario italiano presso l’Unione Europea e il quadro che è emerso da una conversazione riservata, ci spiega i razionali posti a fondamento di una situazione solo apparentemente incomprensibile perché in realtà ben radicata negli interessi specifici ed egoistici della nazione belga.

Cerco di farvi un breve quadro dei “perché” il Belgio si opponga vivacemente all’utilizzo degli asset congelati dalle sanzioni.
Nella battaglia in corso contro i piani della Commissione Europea, la società privata Euroclear, depositaria e custode di circa 190 miliardi di euro di asset russi, si è sempre dichiarata contraria a qualsiasi tipo di utilizzo di tali fondi. Perché? Perché sia il governo belga sia proprio Euroclear hanno tratto in questi mesi un rilevante profitto dalla gestione dei beni sequestrati alla Banca Centrale russa. In una lettera indirizzata a Ursula von der Leyen, Euroclear ha messo nero su bianco la sua posizione legale negativa. L’uso dei fondi russi sarebbe visto come una confisca con tutte le conseguenze reputazionali sul sistema finanziario europeo che porterebbero, sempre secondo i dirigenti della società belga, ad un aumento degli spread dei titoli di stato europei. Anche per il premier del governo belga Bart De Wever l’utilizzo di tali fondi potrebbe mettere a repentaglio le potenzialità di un possibile accordo di pace che ponga fine a questa tragica guerra, come ha dichiarato nei giorni scorsi al Financial Times.

Secondo l’autorevole media online Politico, dietro questo atteggiamento da parte sia della società privata europea sia del governo belga ci sarebbe l’obiettivo di continuare ad incassare risorse “inaspettate” per sostenere i loro bilanci. Come spiega la testata Politico gli asset russi sono titoli e strumenti finanziari, quasi tutti arrivati a scadenza che producono un rendimento variabile. Profitti inaspettati che a partire dal maggio 2024, in occasione del G7 in Italia, si decise di usare (ricordiamocelo: solo i rendimenti maturati non il capitale dei fondi russi!) per sostenere un prestito di complessivi 50 miliardi insieme agli Stati Uniti.

Ma vi é di più: secondo gli ultimi dati diffusi da Euroclear, la società nel 2024 ha incassato 4 miliardi di euro come “contributo inaspettato”, generato proprio dai beni russi che custodisce. Euroclear sostiene di averne versato già una parte al Fondo Europeo per l’Ucraina e che verserà il saldo entro fine del 2025. Per ora queste sono solo parole. Le cosiddette maldicenze pubblicate da Politico troverebbero dunque concretezza proprio nella vaghezza delle informazioni diffuse da Euroclear e dal governo belga sulla destinazione dei rendimenti inaspettati provenienti dalla gestione e custodia degli asset russi. Politico fa notare anche che il governo belga ha incassato un gettito di quasi 2 miliardi di euro proprio grazie ai rendimenti generati dai beni russi.

Queste risorse sono confluite direttamente nel bilancio nazionale belga in quanto il governo ha applicato correttamente una tassa sui redditi da capitale del 25% che ha il diritto quindi di pretendere da Euroclear. Lo stesso discorso è valso anche per gli esercizi 2023 e 2024. Il governo di De Wever ha contestato tale ricostruzione dicendo che ogni centesimo di gettito fiscale generato dal fatto di ospitare sotto la sua giurisdizione gran parte delle riserve di Putin, vada a beneficio di Kyiv: ma non ha mai fornito dettagli espliciti e chiari in materia.

I misteri mai risolti sulla Russia e su Putin

Credo che sia capitato a tutti di chiedersi come mai una potenza militare come la Russia non sia riuscita negli ultimi due anni a sconfiggere la resistenza eroica dell’Ucraina. In altre parole perché il Cremlino non ha mai voluto dare il via libera ad un’azione militare di annientamento del nemico? Accontentandosi di gestire la guerra di trincea che continua a causare migliaia di morti? Nessuno ci ha mai dato una risposta. Come d’altronde sono girate parecchie voci sullo stato di salute di Vladimir Putin senza però alcun riscontro oggettivo. Né si sa nulla sullo stato dell’arte delle relazioni all’interno del Cremlino, tra gli esponenti più importanti dell’alta gerarchia russa. Si è parlato di qualche voce discordante, ovviamente subito tacitata da Putin. Si è parlato anche del rischio che al suo posto, in caso di golpe, potrebbe andarci un leader russo ancor più incattivito con l’occidente e soprattutto con l’Europa. Chissà se ci permetteranno di venirne a capo di questi misteri.

I misteri del 7 ottobre 2023

Alla domanda che ci siamo posti tutti: ma come è stato possibile che il più efficiente, armato ed esperto servizio segreto del mondo, si sia fatto cogliere di sorpresa da terroristi islamici che tra l’altro si stavano preparando da giorni per il blitz?
E’ quasi naturale tornare a parlare di quella tragedia… davvero imprevista? Le fonti dei servizi segreti israeliani (un ex componente dei vertici del Mossad) parlano di un enorme fallimento con una serie incredibile di errori. In quel momento storico (settembre-ottobre 2023) il problema era costituito da Hezbollah e non da Hamas.

Si temeva un loro sconfinamento a nord del paese con una dotazione di armi moderne ed efficaci fornite da Teheran. In più Hezbollah poteva contare sull’Intelligence iraniano e sulle complicità di  molti arabi sul territorio di Tel Aviv, capaci di favorire la loro entrata in Israele. Il Mossad, secondo questa versione, era a conoscenza delle esercitazioni che Hamas stava conducendo sul confine, ma nessuno pensava che l’organizzazione terroristica sarebbe stata abbastanza forte e preparata da compiere un attacco di quel tipo. Sembrerebbe dunque esclusa una delle ipotesi più drammatiche che erano affiorate di fronte alla sorpresa di quell’attacco: che ci fossero state istruzioni, più o meno velate, sia ai militari di guardia al confine sia ai membri dell’intelligence israeliana, di non intervenire non solo preventivamente ma neanche in seguito alla prima ondata dell’attacco terroristico.

L’ex agente del servizio segreto ha aggiunto poi che il fatto di aver diviso Gaza dalla Cisgiordania ha sicuramente favorito Hamas. E questa è stata una grave responsabilità del governo di Netanyahu. Non ha, inoltre, portato sicuramente vantaggi alla sicurezza israeliana il fatto che Tel Aviv abbia occupato Gaza per oltre 25 anni, senza porsi il problema di una sua coabitazione pacifica e non ghettizzata. Secondo questa fonte, infine, il conflitto non ha una reale soluzione davanti. Hamas continua a rimanere a Gaza nonostante il cessate il fuoco e la firma dell’accordo di tregua. Finché resterà a Gaza non succederà assolutamente nulla; non si proseguirà nel piano; non ci sarà spazio per la “pace”.

“Entrambe le parti – ha confessato alla giornalista del HuffPost, Nadia Boffa – hanno preso decisioni sbagliate e hanno adottato le politiche sbagliate: così la soluzione a due Stati oggi è complicatissima da attuale. Questa è una tragedia per i palestinesi ma anche per gli israeliani. Se questi due popoli non riescono a convivere, e se l’unica soluzione è uccidersi a vicenda, ci vorranno ancora anni prima che si arrivi ad una soluzione. E io capisco che per la civiltà occidentale sia difficile pensare che questo conflitto sia senza soluzione. Ma è così. Questa guerra è riuscita prima di tutto a uccidere israeliani, a traumatizzare un intero popolo. La gente sta cercando di superare il 7 ottobre ma la realtà è che quando si trova a cena al ristorante non fa altro che parlare del 7 ottobre. E poi è riuscita a impedire qualsiasi processo di normalizzazione tra Israele e il mondo musulmano e a rendere Israele uno Stato paria nel mondo”.

Il piano di pace di Trump

E qui si innesta un altro aspetto suggestivo di questa strana vicenda, sicuramente non trasparente. Come dimostra la recente inchiesta del Wall Street Journal, intitolata “Fare i soldi, non fare la guerra” sembra che il vero piano del presidente americano Trump per l’Ucraina sia finalizzato non tanto al raggiungimento della pace, quanto a far sì che gli Stati Uniti, la Russia e l’Ucraina diventino partner commerciali, facciano affari insieme. Il media americano afferma che durante l’incontro di ottobre 2025 a Miami tra Witkoff e Dimitrov, il capo del Fondo Sovrano russo e negoziatore scelto da Putin, si sia discusso di un piano da 2000 miliardi di dollari per far uscire dal tunnel l’economia russa.

Un piano che vedrebbe le aziende americane in prima linea rispetto ai concorrenti europei. Il piano illustrato dal portavoce russo consentirebbe infatti alle aziende statunitensi di entrare in progetti di investimento russo-americani e nella ricostruzione dell’Ucraina nel dopoguerra, attingendo a piene mani dai circa 200 miliardi di dollari di asset della Banca Centrale russa congelati in Europa. Insomma, un quadro, verosimilmente possibile che ci spiega quanta sia grande la differenza fra la narrazione pubblica dei conflitti in atto e la sostanza degli interessi in gioco che prescindono dai massacri dei cittadini russi e ucraini nelle zone di combattimento.

Detto tutto ciò, vi suggerisco di andare a rileggere la cronaca dei giornali degli ultimi 20 giorni. Il piano degli Stati Uniti, quello dei 28 punti per concludere la guerra in Ucraina, quello che proponeva una sua resa totale, è apparentemente saltato, finito nel cestino. Era troppo smaccato l’obiettivo della Casa Bianca di concludere una pace in breve tempo per dar vita finalmente a quella ricostruzione virtuosa che avrebbe ricoperto di dollari sia gli Stati Uniti sia la Russia e sia… permettetemi di dirlo forse… l’Ucraina. Si è saputo poi che quel piano in realtà era stato preparato dei russi e che quindi era “leggermente” sbilanciato a favore dei diritti di Mosca. I negoziati, come sapete, proseguono e per quello che si possa capire la situazione è ancora in alto mare. Molto più difficile di quanto si pensasse.

La via della soluzione improntata sul business per ora sembra fallita. Non dimentichiamoci che durante la campagna elettorale Trump aveva detto più volte che gli sarebbero bastate 24 ore per chiudere la guerra in Ucraina. Sono passati 11 mesi dal suo insediamento e ancora pochi giorni fa diceva di sperare di annunciare un accordo entro il giorno del Ringraziamento. Anche questo obiettivo è stato mancato. Oggi il Presidente si lascia andare a dichiarazioni che, a noi, evidenziano la complessità di una soluzione realistica del problema. Putin vuole il Donbass libero e a disposizione dei russi: e di lì non si muove anche a costo di aumentare la pressione militare. L’Europa, purtroppo, come al solito, non riesce a rendersi rilevante a causa delle sue divergenze interne, tipo quella sulla gestione degli asset russi che abbiamo ripercorso poco fa.

Tutto ciò senza contare quello che sta succedendo nelle acque oceaniche davanti al Venezuela, dove Trump, con un dispiego di forze militari mai visto dai tempi del Vietnam, sta stressando Maduro perché lasci la leadership del paese. Se no…! Buon Natale, amici miei e alziamo il livello di attenzione, cercando di non farci coinvolgere nelle manipolazioni in atto in tutto il mondo.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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