I “coloni” (dal verbo latino “colere”, coltivare) sono persone che si uniscono allo scopo di lasciare il proprio Paese per andare a occupare e coltivare un altro (Enciclopedia Universale Rizzoli Larousse). Nella fattispecie attuale si tratta di cittadini dello Stato di Israele (“mitrakhalim”) che costituiscono comunità e insediamenti (“mityashvin”, in arabo “mustamard”) in territori palestinesi della Cisgiordania (“West Bank”, sponda occidentale), di Gerusalemme est e delle Alture di Golan.
Queste terre erano state occupate dalle Idf (Israel Defence Forces, Forze armate di Israele) nella Guerra dei sei giorni (5-10 giugno 1967). Le comunità e gli insediamenti erano sorti a seguito dello sgombero forzoso compiuto dagli israeliani a carico della popolazione palestinese che abitava quei luoghi.
Attualmente esse contano oltre 700.000 individui, suddivisi tra Cisgiordania e Gerusalemme est. In Cisgiordania sono 460.000, in 146 insediamenti riconosciuti, tra cui Modi’Illit, Beitar Illit, Ma’ale Adumin e Ariel, e in 144 avamposti non autorizzati. A Gerusalemme est sono 230.000, in 14 quartieri della città e nei dintorni, a Neve Yaakov, Gilo, Psigat Zeev. Si aggiungono decine di avamposti sparsi sulle Alture di Golan.
Ricordiamo che, per “insediamenti”, si intendono centri abitati in modo stabile da popolazioni dedite essenzialmente alla coltivazione della terra e al commercio, che hanno scelto di andare a viverci spontaneamente in quanto il costo della vita è meno elevato. Vi si trovano anche gruppi di sionisti nazionalisti che rivendicano quei territori, da loro denominati Giudea e Samaria, come parte dell’antica e biblica “terra di Israele”. Ci sono inoltre gli “Haredim” (“coloro che temono”), religiosi ultraortodossi che seguono rigidamente gli usi, la tradizione e la legge rabbinica della Torah, testo sacro dell’ebraismo.
Gli “avamposti”, situati solitamente ai confini dei territori occupati, sono formati da gruppi di coloni adeguatamente armati, dediti soprattutto al controllo e alla difesa degli insediamenti, all’espansione e all’allontanamento delle comunità palestinesi originarie. Questi gruppi operano assedi, violenze e rappresaglie contro i villaggi palestinesi, senza alcuna autorizzazione ufficiale da parte dello Stato. Gli insediamenti e gli avamposti, non appena formati, venivano prontamente passati sotto l’autorità del governo israeliano come annessi allo Stato di Israele, ma questa loro annessione non era riconosciuta dagli organismi internazionali.
Il Consiglio di sicurezza dell’Onu, la Corte penale internazionale e la Corte internazionale di giustizia dell’Aia, l’Unione europea di Bruxelles, Amnesty International e Human Rights Watch li hanno definiti “illegali in quanto istituiti in violazione dell’art. 49 della IV Convenzione di Ginevra”, che protegge i civili in tempo di guerra. In particolare, l’annessione delle Alture di Golan, sottratte alla Siria nel 1967 e annesse direttamente a Israele con legge formale della Knesset (Parlamento israeliano) del 14 dicembre 1981, venne dichiarata nulla dal Consiglio di sicurezza dell’Onu tre giorni dopo, con la Risoluzione 497, che le dichiarò “terre siriane sotto occupazione militare”.
Lo Stato di Israele, con una sentenza del 2005, negò comunque che l’occupazione di quei territori fosse “definitiva”. Numerosi furono, nel tempo, i tentativi di addivenire ad accordi internazionali sugli insediamenti dei coloni nei vari territori loro estranei. Il primo fu la Convenzione dell’Aia del 1907, che stabilì, in 13 trattati, i limiti di comportamento e di amministrazione di un territorio sotto occupazione straniera da parte degli occupanti verso la popolazione locale.
La IV Convenzione di Ginevra del 12 agosto 1949 dichiarava, nell’articolo 49, che “le Potenze occupanti non potevano procedere alla deportazione di una parte della sua propria popolazione fuori del territorio occupato”. Gli Accordi di Oslo 1 (1993) tra Israele, con il primo ministro Yithzak Rabin, e l’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), con il presidente Yasser Arafat, furono raggiunti con la mediazione del presidente degli Usa Bill Clinton.
Questi accordi e quelli di Oslo 2 (Taba, 1995) portarono alla divisione provvisoria della Cisgiordania in tre zone: A, sotto il controllo civile palestinese; B, sotto controllo misto israelo-palestinese; C, sotto controllo israeliano. Il riconoscimento definitivo del loro “status” fu rimandato a negoziati futuri, peraltro mai avvenuti.
L’Onu, con la Risoluzione 2334 del 23 dicembre 2016, definì e considerò “privi di validità legale tutti gli insediamenti israeliani oltre quelli del 1967”. La Corte internazionale di giustizia accusò nuovamente, nel luglio 2024, Israele di violazione della IV Convenzione di Ginevra del 1949, definì illegale la presenza di Israele nei territori palestinesi occupati e ne richiese l’evacuazione. Nel 1995 il primo ministro di Israele Yithzak Rabin lanciò il “Progetto Area 1 (East 1)” in Cisgiordania, che prevedeva l’istituzione di 3.400 unità abitative su un’area di 12 chilometri quadrati tra Gerusalemme est e l’insediamento ebraico di Ma’ale Adumin.
Il progetto avrebbe spezzato la continuità territoriale palestinese nella zona, inglobando anche alcune comunità beduine, tra cui Khan al Ahmar. Questo progetto rimase però allo stato di intenzione sino al 2025, allorché fu ripreso dal ministro della Difesa Bezabel Smotrich, che fece approvare dalla Knesset la costruzione nell’area di 3.000 abitazioni per coloni. La guerra “non dichiarata” tra coloni israeliani e abitanti palestinesi aveva avuto inizio nel 1968, quando Israele iniziò a formare insediamenti oltre la “linea verde” di demarcazione progettata fra Israele e Palestina nel 1949.
La linea era stata tracciata in occasione dell’armistizio stabilito fra di loro dopo la prima guerra arabo-israeliana del 1948, alla fine del mandato britannico sulla Palestina. I primi di questi insediamenti sorsero a Hebron e nella Valle del Giordano, supportati politicamente dagli ultranazionalisti di destra del governo israeliano. Gruppi armati di coloni iniziarono a compiere scorribande, incursioni notturne, blocchi delle vie di comunicazione, tagli delle condotte d’acqua e delle linee elettriche, incendi di case e moschee nei villaggi palestinesi.
Tutto ciò avvenne con la protezione delle forze militari dell’Idf, che si limitarono peraltro a controllare le situazioni, concedendo pertanto immunità agli aggressori. Scontri si verificarono tra il 2024 e il 2026, particolarmente in Cisgiordania, a Tabeh, Ramun, Deir Jariz, Jaljijja e Maza’al Nubani, ma soprattutto sulle colline a nord di Ramallah (al Mughajjir, al Khalil) e nelle zone di Hebron e di Nablus (Huwara, Usarin e Qusra). A Gaza se ne lamentarono a Rafah e Khan Yunis, e decine nella Valle del Giordano, in 20 villaggi palestinesi.
Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief), confederazione internazionale di 20 organismi non profit con sede a Nairobi per combattere le ingiustizie sociali, ha accusato nel 2025 le forze dell’Idf e i coloni israeliani di aver compiuto una media di tre scontri al giorno contro villaggi palestinesi, con l’uccisione di 1.200 persone, tra cui 270 minori.
Gli scontri fra le due fazioni si sono moltiplicati negli anni dal 1948 in tutti i territori palestinesi occupati dagli israeliani, con un numero di vittime sempre crescente, soprattutto negli ultimi anni. Tale numero pare destinato ad aumentare nell’attuale, persistente condizione di stallo diplomatico tra di esse (OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, 2026).
Gustavo Ottolenghi
