La parola “Gulag” nell’immaginario collettivo evoca un campo di concentramento sul tipo dei “lager” tedeschi che comprendeva non solo quelli di concentramento, ma anche quelli di lavori forzati e di sterminio. “Gulag” in realtà è l’acronimo di “Glavnor upavlenie ispravitel’no trudovjch lagerei” (Direzione principale dei campi correttivi) dal quale estrapola la parte essenziale (campo correttivo).

La galera per i nemici della rivoluzione

Si tratta di un sistema di lavoro coatto cui erano destinati gli oppositori del regime al potere, attivi nell’U.R.S.S. dal 1918 al 1960. Istituiti nel 1700 per la detenzione degli avversari degli Zar (all’inizio del 1900 vi fu detenuto anche Stalin), vennero trasformati nel 1918 col nome di “katorga” (galera) in campi di concentramento con sezioni di lavori forzati situati in Siberia destinati a detenervi i “nemici della Rivoluzione”.

Aboliti formalmente da Lenin ne 1920, furono ripristinati – col nome di “Gulag” (campo correttivo) – da Stalin nella seconda metà del 1930 in occasione delle “grandi purghe” attuate contro i presunti cospiratori antisovietici. Egli distinse i gulag in due grandi categorie , i “campi speciali” (“veceka” VCK) destinati a detenere dissidenti, avversari politici, sabotatori, accaparratori. E i “campi di lavoro forzato” (“rabot” RBT) per agricoltori latifondisti (“kulaki”), grandi proprietari terrieri (“pomesciki”), ex nobili, ricchi borghesi ostili al regime e alla sua politica di socializzazione e collettivizzazione.

Veri e propri campi di sterminio

Lì venivano destinati comunque tutti coloro che – secondo l’art. 58 del Codice penale del 1927 dell’ U.R.S.S, – “non contribuivano a sostenere la dittatura del proletariato”. A fianco dei gulag vennero istituiti anche i “saraska” laboratori segreti di ricerca (definiti “luoghi di riposo”) ove erano detenuti eminenti scienziati dissidenti, costretti a lavorarvi su progetti governativi. Inoltre negli “psichuska” (manicomi) venivano inviati i politici contrari al regime per sottoporli a cure medico-psichiatriche atte a modificarne i principi.

Campi di vero sterminio (“lagerja smerti”) erano poi le miniere di uranio e gli impianti nucleari sperimentali nei quali erano destinati gli “ideologicamente irriducibili”. Destinati a rapidi decessi per contaminazioni radioattive. Tutti questi tipi di campi erano contraddistinti da numeri progressivi e posti sotto il controllo del Commissariato del popolo per gli affari interni (N.K.V.D. NarkomVnudel). E del Direttorato politico dello Stato (O.G.P.U. Ob’edinenne Gosudarstvennoe Politischeskoe Ulpralvenie, polizia segreta).

Dalla Siberia alle isole Solovski

I primi gulag staliniani vennero istituiti nelle zone ove erano stati istallati i più grandi katorga, nella Siberia nordorientale lungo il fiume Kalyma (Sevvoslag, Magadan). Nelle steppe del Kazakistan (Karaganda), lungo il fiume Indigirka (Lulag, Steplag, Peshanlag) in Jacuzia e nelle isole Solovki nel Mar Baltico. Nel 1943 raggiunsero il numero complessivo di 384.

I lavori cui i prigionieri vennero sottoposti erano estremamente pesanti. Costruzione di strade, collegamenti di canali, svuotamento di paludi, estrazioni minerarie. Secondo quanto risulta da un rapporto inviato nel 1940 dal capo del N.K.V.D. Lavrentji Berjia al Comitato Centrale del P.C.U.S. (Partito Comunista dell’Unione Sovietica ) vennero anche effettuati esperimenti medici con sostanze chimiche sui prigionieri. Le loro condizioni di vita e di lavoro erano, nei gulag, estremamente rigide. Le ore di lavoro giornaliere erano 14 per 6 giorni alla settimana, in situazioni ambientali estreme (sino a – 45°) con scarse razioni alimentari, frequenti punizioni fisiche (fustigazioni, sospensioni) e ricorrenti fucilazioni per disobbedienze.

Su 18 milioni di internati oltre 1,6 milioni di morti

Dagli Archivi sovietici del 1960 si ricava che, complessivamente, nei gulag staliniani sono stati internati – tra il 1930 e il 1953 – circa 18 milioni di individui. Di cui 1.881.570 nel solo anno 1938 (“purghe staliniane”) e 2.510.620 tra il 1951 e il 1953. Fra tutti gli internati i morti furono 1.606.748 dei quali 942.268 nel periodo bellico 1941/1945. La mortalità complessiva dei prigionieri nei gulag fu del 4.5 %. Durante la Seconda guerra mondiale centinaia di migliaia di prigionieri dei gulag vennero inviati forzatamente al fronte e vennero sostituiti (specie a Kolyma) con prigionieri di guerra, disertori e traditori dell’Armata rossa.

Lo smantellamento dei gulag ebbe inizio nel 1953 con la morte di Stalin. Ma fu nel 1955, nel corso del XX Congresso del P.C.U.S., che il Segretario generale del Partito Nikita Kuruschev denunciò i crimini compiuti dal regime stalinista e l’istituzione del sistema dei gulag. Conseguentemente, il Ministero degli Affari interni, con l’ordinanza n. 20 del 25 gennaio 1960 stabilì la soppressione di tutti gulag. Tuttavia alcuni prigionieri politici vennero trasferiti e detenuti sino al 1987 nel Campo “Perm 36” in Siberia, nonostante il Presidente del Soviet Supremo Michail Gorbacev avesse affermato, nel 1990 che, nell’U.R.S.S., non era più presente alcun gulag dal 1985.

La Moschea del rimorso valuta dal governo di Boris El’cin

La memoria dei morti nei gulag tra il 1930 e il 1940 è stata tramandata con la “Moschea del rimorso” eretta dal Governo di Boris El’cin nel 1996 su una collina nei pressi del gulag di Magadan nell’estremo oriente russo. Alta 15 metri, sulla sua facciata è scolpito un volto dal cui occhio destro scaturiscono gocce di lacrime e il sinistro è semichiuso da simboliche sbarre di ferro. Assai numerosi sono i testi che trattano la vicenda dei gulag, fra i quali possiamo ricordare. “I racconti di Kolyma” di Varlam Shalamov (1954), “Arcipelago Gulag” di Alexandr Solzhenitsyn (1973), “Fuga dal gulag 47” di Josef Morawietz (1994). E ancora “Gulag” di Kinzy Tomasz (2004) e “Gulag” di Anne Applebaum (2005).

Gustavo Ottolenghi

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