Dopo i convegni su Enrico Morovich e Paolo Santarcangeli, avvenuti a Fiume negli anni scorsi, il prossimo 31 ottobre in occasione della traduzione del suo romanzo “La frontiera” nell’aula consigliare del comune di Rijeka/Fiume, si svolgerà un convegno su Franco Vegliani.

La ricomposizione delle verità storiche

La frontiera” è stato tradotto in croato da l’ex ambasciatore a Roma Damir Grubiša e da Ervin Dubrović, già direttore del Museo Civico di Fiume. Il progetto, voluto dall’Associazione Fiumani Italiani nel Mondo e dalla Comunità degli italiani di Fiume, intende far conoscere presso gli attuali cittadini croati della città quarnerina gli scrittori fiumani di lingua italiana, nati prima dell’impresa fiumana di D’annunzio. Lo scopo è quello di fugare il malinteso, figlio di manipolazioni ideologiche, che la presenza degli italiani, della loro lingua e cultura a Fiume risalga a quell’evento. La disponibilità delle istituzioni croate a questa ricomposizione delle verità storiche è tale che le attuali amministrazioni cittadine la esprimono aprendo le porte addirittura dell’aula consiliare ai convegni degli studiosi, italiani e croati, per presentare e commentare le opere di questi scrittori via via che vengono tradotti e pubblicati.

Franco Vegliani istriano doc

Per cui ciascuno di essi ha potuto contare su un riconoscimento cittadino che quest’anno, il prossimo 31 ottobre, spetta appunto a Franco Vegliani. Nato a Trieste nel 1915, crebbe in realtà nell’isola quarnerina di Veglia, ad Abbazia e Fiume. Il suo cognome originario era Sincovich, ma il padre, Silvio, magistrato, fu costretto a cambiarlo a causa della disposizione fascista che interdiceva gli uffici pubblici a chi possedeva cognomi non chiaramente italiani. Così il padre scelse il cognome Vegliani dal fatto che in quel tempo era giudice a Veglia. Franco, dunque visse in quei luoghi fino all’inizio della Seconda guerra mondiale, quando, chiamato alle armi, venne mandato sul fronte africano. Fatto prigioniero, fu internato per ben quattro anni in Egitto. Tornato in Italia dopo la guerra, e precluso ormai il ritorno a casa per il passaggio di Fiume alla Jugoslavia, lavorò come giornalista a Milano. Autore di una biografia di Malaparte, si dedicò anche alla narrativa con poche, essenziali opere. “Processo a Volosca” (1958, 1989), quindi “La frontiera” (1964, 1988,1996), il suo romanzo di maggior successo.

Dai romanzi alle sceneggiatire

Questo anche grazie alla trasposizione cinematografica che ne fece Franco Giraldi, e “La carta scoperta” (1972). Come già in “Processo a Volosca” ritorna protagonista un giudice, che si fa io narrante, al cospetto di un giovane imputato di omicidio, Voiko, croato originario di Abbazia, e dunque degli stessi luoghi del giudice, dando origine a una insidiosa affinità tra i due personaggi. Altre due opere sono poi state pubblicate postume, ovvero “Le lettere in morte di Cristiano Bess” e “Storie di animali”. Va infine ricordata la sceneggiatura per la RAI di “Una nuvola sulla città” con Jacques Sernas, andato in onda nel 1974 per la regia di Dante Guardamagna del quale Vegliani era amico fin dai tempi di Fiume. Va ancora detto che sia de “La frontiera” che di “Processo a Volosca” sono state anche approntate versioni teatrali.

Malinconico, peotico rispecchia i temi della letteratura giuliana

La prima a opera di Ghigo de Chiara (1996), rappresentata dal Dramma Italiano di Fiume in collaborazione con il Teatro Stabile dell’FVG), la seconda, a opera di Gianfranco Sodomaco (2004, rappresentato dal Dramma Italiano di Fiume per la regia di Nino Mangano). Vegliani sarebbe morto poi a Malcesine, sulla sponda veronese del lago di Garda, nel 1982.  “La frontiera”, in Italia edito da Sellerio, è in piena sintonia con il resto della letteratura giuliana che ha nella frontiera, da Slataper in poi, la sua fonte di ispirazione. Di essa Claudio Magris ha scritto che trattasi di “un romanzo ricco di malinconia e di asciutta poesia, uno dei più belli della letteratura triestina del dopoguerra, ma non era una figura ufficiale di quest’ultima”. In fondo, come non lo sarebbe stato più avanti Tomizza, che, al contrario di uno Stuparich o un di Quarantotti Gambini, aveva maggiori stimmate istriane che propriamente triestine, pur appartenendo senz’altro a questa letteratura.

Cosa racconta La frontiera?

“La frontiera” racconta la storia incrociata di un giovane ufficiale italiano che tornato in licenza in un’isola dalmata incontra un vecchio, Simeone, il quale gli parla con passione della vita e della morte di un altro personaggio, Emidio Orlich, dalmata di lingua italiana e cognome croato. Alfiere austroungarico della prima guerra, fedele suddito dell’imperatore e per lui morto nei Carpazi, Orlich, ha sempre patito la diffidenza dei suoi commilitoni austriaci appunto perché di lingua e cultura italiana. Il giovane ufficiale resta così avvinto dal racconto della vita di Emidio Orlich che gli fa Simeone da finire con l’identificarsi in lui, fino a confonderlo. “…Io stesso mi trovavo preso in una specie di vortice. Non per curiosità, ma per quel dato ancora misterioso, per quella parentela oscura con Emidio che Simeone chiamava ‘somiglianza’, e che non poteva essere certo un’affinità di connotati, mentre avrebbe potuto essere in qualche modo un’identità di destino capace di realizzarsi malgrado mio e malgrado di tutti. La storia di Emidio, insomma, magari contro la mia volontà, e anche se io tentavo o se avessi tentato per una specie di superstizione di sottrarmene, mi aveva ormai preso, e potrei dire che era pronta a coinvolgermi, in tutta la molteplicità dei suoi aspetti”.

Un romanzo sul senso d’identità

“La frontiera” diventa così un forte romanzo sul senso di identità e, più ancora, di appartenenza delle genti di quel mondo a quella terra plurale. Terra in cui il rischio maggiore è quello di smarrirsi, magari aggrappandosi, per un bisogno di sicurezza interiore, a una sola ed esclusiva patria, fino a imboccare la strada di questo o quel fanatismo nazionalista. E, in questo senso, i totalitarismi del Novecento, su quelle stesse terre, sui diversi nazionalismi, hanno giocato sporco, molto sporco.

Diego Zandel

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