Chi meglio di Mauro Smocovich per parlare di gialli e affini? Autore di una serie di DizioNoir, da quello intitolato semplicemente così, agli altri con l’aggiunta di una categoria come il DizioNoir del fumetto e il DizioNoir Italia. Le Origini (1852-1966); quindi curatore della imprescindibile, per chi si occupa del genere, rivista online  ThrillerMagazine, e poi creatore e coautore dei fumetti Cornelio – Delitti d’autore, Nuvole Nere e Il brigadiere Leonardi.

Ed ora è in libreria con un nuovo libro sulla materia Il giallo, probabilmente, edito da Delos, che raccoglie, come recita il sottotitolo “Otto piccoli saggi in cerca di un genere”, con prefazione di Carlo Lucarelli, lo scrittore del quale è collaboratore e consulente di alcune trasmissioni tv. Si tratta di indagini letterarie, portate avanti anche con molta fantasia, su autori che potrebbero – il condizionale è d’obbligo – essere considerati i padri del genere giallo, se non fosse che, almeno per alcuni di essi, esistevano o avevano fatto uscire le loro opere in un’epoca in cui il genere giallo, appunto, non era stato ancora codificato.

Parliamo di Edgar Allan Poe e Alexandre Dumas, fatti incontrare nella finzione, in quel di Parigi, oppure Nick Carter, la cui prima serie uscì nel lontano 1839, in fascicoli che, allora, costando dieci centesimi di dollaro, venivano chiamati “Dime Novel”, essendo il Dime, appunto, il decino americano. E poi Fantomas, Fu Manchu, Edgar Wallace e il suo King Kong, per arrivare ai gangster di Chicago, passando per Hitchcock fino ad arrivare al mondo, e al genere, delle spie.

Mauro Smocovich, tutti questi autori di cui si occupa il suo libro erano gialli o probabilmente? E dove sta la discriminante che li rende o non li rende tali?

Gli autori di cui si occupa il mio libro sono “gialli”, se li vogliamo definire tali. Poe, con il suo “Delitti della rue Morgue” è considerato l’iniziatore del romanzo poliziesco, investigativo, del giallo per eccellenza. A lui si sono ispirati in molti, da Arthur Conan Doyle con il suo Sherlock Holmes fino a tutti gli altri investigatori dal cervello fino, Poirot, Nero Wolfe, Ellery Queen, che arrivano a risolvere gli enigmi anche solo stando seduti in poltrona nel proprio salotto. Nel saggio che ho scritto, “Il Giallo, probabilmente”, oltre a Poe sono presenti anche Edgar Wallace, Alfred Hitchcock, Nick Carter, autori che incarnano varie tipologie di romanzo thriller, suspense, giallo, se vogliamo. Nel libro mi occupo anche di alcuni “cattivi”, come Fu Manchu, Fantomas, i vari gangster o le spietate spie. Vado a ricercare le origini di certi stereotipi, il detective sopraffino, la spia imbattibile, il supereroe che compie azioni oltre il verosimile, il gran cattivone sadico, l’orientale che conosce le arti marziali e i veleni più straordinari e irrintracciabili, personaggi che cambiano volto e aspetto in pochi secondi.

Possiamo chiamarli gialli, questi romanzi, con uso retroattivo del termine, perché a quell’epoca il termine ancora non era in voga. Perché il termine “giallo” è una specie di ombrello sotto il quale stanno bene diverse tipologie di romanzo. Il termine viene utilizzato solo in Italia, nasce nel 1929. La casa editrice Mondadori pubblica una collana di libri intitolata I libri gialli, solo per distinguerla da altre collane che avevano colori diversi e trattavano di storia, avventura, narrativa mainstream o letteratura. Quella gialla avrebbe dovuto occuparsi di letteratura di suspense, di racconti del brivido, come recitano gli strilli in copertina.

Nei primi quattro titoli appaiono S.S. Van Dine, con il suo Philo Vance, un classico autore del genere giallo, tanto da enunciare le 10 regole imprescindibili per scrivere un vero giallo, almeno come quelli degli anni Venti, ma c’è anche Robert Louis Stevenson, che compare con Il Dottor Jekyll e Mister Hyde, che è scritto davvero come un Giallo, con alcuni particolari della vicenda che si scoprono solo alla fine del testo, e con altri racconti come Il Club dei suicidi, un romanzo nel quale i protagonisti, il Principe Florizel di Boemia e il suo scudiero, il Colonnello Geraldine, sono una sorta di Sherlock Holmes con il suo Watson e se la devono vedere con una specie di Moriarty, il presidente del Club, imbattibile, malefico, spietato.

Poi ci sono Anna Katherine Green, una grande scrittrice del genere poliziesco, una pioniera, una delle prime scrittrici impegnate a concentrarsi più sull’aspetto prettamente investigativo del racconto che su quello misterioso o avventuroso. E infine Edgar Wallace che ha scritto quasi duecento opere tra romanzi e racconti pieni di nemici spietati, botole, nebbie londinesi e scimmie assassine.

Il suo viaggio, per usare un termine che Lucarelli usa nella sua prefazione, comincia, appunto, prima della classificazione italiana di “gialli”. Ma se non erano gialli, quelli precedenti, con i loro assassini, misteri, detective cos’erano?

Il romanzo giallo deriva dal Feuilleton, dal romanzo d’appendice, pubblicato a puntate sui quotidiani per vendere più copie del giornale. Erano pieni di colpi di scena, di passioni travolgenti, di delitti, paragonabili alle attuali serie televisive. Non è cambiato molto, dalle trame inverosimili ai personaggi improbabili.

La mia ricerca ha come terreno proprio quella letteratura, precedente alla creazione dei Gialli Mondadori o di poco contemporanea, che ha portato alla creazione del genere thriller, del romanzo di suspense, che oggi in Italia può essere compresa nel termine “giallo”. Louisa May Alcott, la scrittrice di Piccole donne, queste storie le chiamava lurid tales, o thrilling tales. Per quanto riguarda Carolina Invernizio, autrice rinomata di romanzi d’appendice a puntate e pieni di colpi di scena e di raccapriccio, ad un certo punto i critici si chiedono se stesse scrivendo libri gialli…

Ecco che cominciava il passaggio dal romanzo d’appendice a quello di romanzo giallo, almeno come terminologia. Cosa di preciso sia giallo e cosa no, non è mai facile da definire. L’importante è che ci sia tensione, un mistero da svelare, e magari anche qualche morto, che rende sempre i crimini commessi imperdonabili. Anche se, per esempio, nei romanzi di Donald E. Westlake, che compaiono nei Gialli Mondadori, i morti non sempre ci sono, almeno nella serie di Dortmunder e i suoi amici ladri.

Noi ormai diciamo “giallo” un po’ per tutti i romanzi che ruotano attorno a un delitto e/o mistero, ma abbiamo altresì tante definizioni, noir o thriller le più diffuse, poi, ancora, crime, poliziesco ecc. È o sarà mai possibile, almeno per un critico, fare una distinzione esatta in questo senso?

No, non è possibile, ci si perde sempre. Ma non è nemmeno necessario, la letteratura non ha bisogno di etichette, deve circolare e informare, istruire, divertire, quello è il suo solo scopo, non quello di essere imprigionata in certe gabbie, relegata sugli scaffali, nascosta nei cassetti. Certo, in luoghi come le biblioteche o le librerie, c’è sempre bisogno di una catalogazione per ritrovare i libri, ma ogni biblioteca, ogni libreria in realtà ne sceglie uno tutto personale. Un giorno in una libreria cercavo il settore Horror. Non l’abbiamo, mi hanno risposto, i libri di quel genere sono sparsi tra i gialli o la letteratura classica. Lovecraft e Poe erano in Letteratura e Stephen King tra i Gialli. Molto arbitrario, se vogliamo, ma io non mi meraviglio di scelte del genere, meglio così che non avere certi titoli disponibili. Questo sì che sarebbe davvero un peccato. E purtroppo oggi molti classici della letteratura gialla o proto-gialla non vengono ristampati.

Quali sono, secondo lei, gli autori che, con le loro opere, possono essere definiti storicamente “giallisti”, senza tema di equivoci,?

Se proprio vogliamo attenerci al giallo tipico con tanto di investigatore, morto e colpevole, ci sono da nominare tutti quegli autori e quelle autrici dell’epoca d’oro del romanzo mystery, da Agatha Christie a Rex Stout, oppure Ellery Queen, o i romanzi di Dickinson Carr. Ma già all’epoca si faceva presto a deragliare nel puro mistero, o nell’orrore, o nell’avventura. Il termine “giallo” possiamo legarlo ad un’epoca, ma sappiamo bene che ormai incarna qualsiasi storia che abbia un mistero da svelare, un’indagine da svolgere, un delitto misterioso. A complicare le cose c’è anche il fatto che anche se sappiamo già il colpevole si può parlare di giallo, come succede nelle storie del Tenente Colombo. Come farà il detective ad arrivare alla soluzione? Tutto è un po’ giallo, dunque.

In questo quadro specifico quando prende avvio il giallo italiano e quali sono, a suo avviso, i giallisti italiani propriamente tali?

Il primo giallo ad essere pubblicato dalla Mondadori è di Alessandro Varaldo. Ma già da tempo con Carolina Invernizio, Francesco Mastriani, e Il Cappello del prete di Emilio De Marchi si stava andando in quella direzione. Nei Gialli Mondadori appaiono autori come Spagnol, De Stefani, Lanocita, D’Errico, nomi ormai dimenticati. Oggi di giallisti ne abbiamo moltissimi, per non far torto a nessuno dico che un romanzo di Camilleri può ben definirsi un giallo, con il commissario, il mistero, l’investigazione, il morto, ma si fa presto, come sempre, a spostarsi verso il thriller o il noir.

Dai gialli, probabilmente del suo libro a oggi, cosa è cambiato intrinsecamente nei gialli, quale evoluzione individui?

Si tende a scrivere in maniera più snella. Il linguaggio televisivo o cinematografico ha cambiato molto il tipo di scrittura. A livello di trama non è cambiato molto, invece. I colpi di scena incredibili, gli eroi che non muoiono mai, i personaggi che resuscitano, le trovate al limite del credibile e spesso anche oltre il credibile ci sono ancora. Si fa sempre molto affidamento alla sospensione dell’incredulità da parte dei lettori e degli spettatori. Il mistero lega i lettori alla pagina scritta e il colpo di scena improbabile li diverte. Qualche volta, forse, li infastidisce. Dipende da cosa si aspettano.

Passando dal genere alle diverse forme, cinema, fumetto, serie tv, quanto la tecnica specifica condiziona il giallo?

Beh, nei romanzi gialli non può esserci una colonna sonora, anche se molti autori inseriscono i testi delle canzoni all’interno della storia per ovviare a questa mancanza. Mentre il cinema, il fumetto, la tv mostrano, il romanzo può descrivere senza mostrare più di tanto. Sta all’immaginazione del lettore dare sostanza a certe scene, a certi personaggi. Se in un romanzo ad un certo punto entra qualcuno nella scena del delitto, lo si può camuffare in qualche modo non descrivendolo. Al cinema è un po’ più difficile. Tante volte appaiono personaggi con un cappuccio in testa e si risolve il problema, ma è una trovata che spesso rasenta il ridicolo. Comunque sia un bravo autore sia nel cinema che nella letteratura che nel fumetto, riesce a trovare la maniera giusta per prenderci per il naso.

Diego Zandel

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