Per celebrare la giornata nazionale contro la violenza sulle donne, il Museo del Risparmio di Torino ha organizzato un incontro di riflessione sul fenomeno della violenza economica di genere, inteso come un pressante controllo esercitato dal partner (in genere l’unico percettore di reddito) sulla gestione dei soldi da parte della donna.

Una sottile forma di violenza di genere

Un fenomeno, sottovalutato in quanto ancora poco conosciuto per la mancanza di dati certi, costituisce una forma di violenza di genere subdola e pericolosa (talvolta è l’anticamera o la compagna della violenza fisica) ed è preoccupante il dato del suo costante aumento.

Più della metà delle donne delega al partner maschio la gestione finanziaria delle famiglia

Secondo le statistiche, un 50% circa delle donne intervistate ha subito almeno una volta la violenza economica da parte di un uomo e la percentuale sale al 67% per le separate e divorziate. Già in parecchi convegni è stato evidenziato il problematico rapporto delle donne con il denaro, laddove è emerso che più della metà delle donne (che per lo più si occupa delle piccole spese alimentarie ed ordinarie) delega al partner maschio la gestione finanziaria delle famiglia e che meno della metà delle donne possiede un conto corrente solo a loro intestato. E’ intuibile che il controllo sulle spese, talvolta sfociabile in violenza quanto supera certi toni, nasce dalla dipendenza economica che sta a significare la mancanza di autonomia economico finanziaria da parte delle donne (ovviamente con maggiore risonanza nelle particolari categorie di fragilità di genere come le donne molto giovani o molto anziane, ovvero appartenenti all’universo migratorio).

La piramide della violenza

Nella cosiddetta “piramide della violenza” elaborata dai sociologi, la violenza economica non è posizionata nelle parte alta (dove vi è il femminicidio e la violenza fisica e sessuale in genere) bensì nella parte bassa della stessa, dove è situata la violenza simbolica, meno evidente e talvolta invisibile, se non altro per la vergogna che comporta. Gli studiosi hanno comunque evidenziato una correlazione tra la parte alta della piramide della violenza e la parte bassa , a conferma che anche le forme di violenza apparentemente meno evidenti non sono da sottovalutare.

Qual è il back ground culturale del fenomeno della dipendenza economica della donna, peraltro considerata “spendacciona”, dall’uomo?

Questo stereotipo è purtroppo radicato nella nostra cultura, dove anche il linguaggio ha fatto la sua parte. E’ diventata famosa, negli anni ’50 del secolo scorso, una frase dell’attrice americana Lana Turner, secondo la quale: “un uomo di successo è quello che guadagna più di quello che spende la moglie e una donna di successo è quella che trova tale uomo”. Anche dopo più di 70 anni, tale voce nel concetto rapporto uomo/donna/denaro risulta, purtroppo, ancora viva ed attuale. E’ stato ricordato che addirittura su di un salvadanaio, simbolo di popolare saggezza, è stata riportata la frase: ”il risparmio nobilita l’uomo e fa contenta la donna”. Del resto nell’attuale fenomeno dello shopping addicting (acquisti compulsivi) nove persone su dieci sono donne. Invece, nello smiting (il termine anglosassone significa colpire senza pietà), le donne si identificano come approfittatrici del denaro maschile, laddove accettano di uscire con un uomo per il solo motivo di farsi pagare la cena o simili. Che dire poi dell’offerta nel recente passato di ingresso gratis delle donne in discoteca?

Quando non paghi, il prodotto sei tu!

Torna in mente il detto secondo il quale quando non paghi, il prodotto sei tu! Il primo passo in avanti potrebbe essere il superamento dello stereotipo della donna meretrice che sfrutta le capacità produttive dell’uomo, quale espressione di una cultura che forse appartiene più al passato che al presente e, si spera, ancor meno al futuro. Del resto, anche la violenza economica, come le altre forme di violenza di genere, è radicata in modelli socioculturali maschiocentrici o comunque patriarcali, con sbilanciamenti di poteri.

Quali possono essere i rimedi per contrastare la violenza economica di genere?

Innanzitutto, posto che la violenza economica nasce dalla dipendenza economica, che a sua volta nasce dalla mancanza di autonomia economica, la soluzione è l’indipendenza economica di genere, strettamente correlata ad un lavoro remunerato fuori dalle mura domestiche. In Italia la percentuale delle donne lavoratrici è molto bassa, poco più della metà dell’universo femminile produttivo, mentre nel resto dell’Europa la percentuale di donne occupate è decisamente più alto, soprattutto nei Paesi nordici. Va da sé che l’indipendenza economica costituisce un valido, forse essenziale, strumento di prevenzione delle forme di violenza sulle donne, oltre ad essere anche un efficace aiuto nel reinserimento sociale delle vittime. Non si dimentichi il detto, sempre attuale, che solo chi è indipendente  sottointeso economicamente) è libero e non sarà mai costretto a “vendere il proprio voto”.

Educare le nuove generazioni

Altro punto importante è l’educazione delle nuove generazioni, essendo la platea dei giovani molto ampia e, soprattutto, molto recettiva. Già nella scuola primaria e poi nella secondaria, i giovani devono riflettere sulla violenza di genere e fare propri alcuni valori. Per questo importanti organizzazioni quali AIAF, Unicef, Telefono rosa e lo stesso Museo del Risparmio seguono progetti educativi nelle scuole, rivolti per lo più agli adolescenti. Le nuove generazioni devono prendere coscienza dei problemi di violenza di genere (tra i quali è ricompresa anche la violenza economica) per mutare l’approccio culturale al fenomeno e creare le basi per un cambiamento migliorativo. Concludo ricordando una frase del nostro Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: ”La violenza sulle donne denuncia il fallimento della società”.

Liliana Perrone

Liliana Perrone

Consulente legale di Intesa Sanpaolo

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