Dal film Uomini contro di Francesco Rosi, 1970

Risulta che la Commissione Difesa del Senato abbia votato all’unanimità una risoluzione per la riabilitazione nel nome di una “memoria condivisa” dei soldati fucilati nel corso della Grande Guerra. Il professor Mario Isnenghi, notissimo storico di grosso calibro (è proprio il caso di dirlo) in una recente intervista su Il Dolomiti ha osservato che “politica e storiografia hanno prerogative che non si possono sovrapporre” e ha definito la memoria condivisa come un “crimine metodologico”.

Ci ho pensato su.

Da una parte sta l’argomento (poco trattato, anzi, per lo più evitato) dei processi militari e di quelli sommari; delle circolari in materia disciplinare di Cadorna (“il Capo”) sempre più cruente man mano che la guerra si manifestava più lunga e sanguinosa di quanto previsto (prima) e riferito (poi) dalle fonti ufficiali; della reintroduzione della decimazione come punizione esemplare (fucilare un soldato ogni dieci scelto a caso nella formazione che si fosse ammutinata). Oppure, più semplicemente, l’argomento dei soldati presi a schioppettate dai carabinieri che vigilavano che nessuno facesse dietrofront nel corso degli assalti. O, ancora, presi a rivoltellate dagli ufficiali incaricati di vigilare che nessuno esitasse a uscire dalla trincea nello slancio dell’attacco al grido “Savoia!”. Anche se l’attacco aveva la tinta fosca di un prevedibile suicidio (pensiamo alle immagini delle “ondate che si infrangono sugli scogli” o del “cerino che si spegne al vento” riferite alle inutili “spallate” sul Carso).

L’argomento, spinosetto, salta fuori qua e là da qualche faldone dal titolo fuorviante, da buste sigillate: una specie di “armadio della vergogna” (cioè quel famoso armadio, con le ante rivolte verso il muro, che conteneva i faldoni sui crimini tedeschi dopo l’8 settembre del ’43).

Dall’altra la riabilitazione celebrata o da celebrarsi nel nome di una memoria condivisa. Questione non banale, perché gli storici osservano puntualmente che la memoria sia di per sé divisiva. Nella memoria individuale un singolo accadimento appartenente al particolare contesto qualifica a volte processi storici lunghi e complessi. Ciascuno ha la propria storia, i racconti della propria famiglia, il proprio modo di aver visto e soprattutto vissuto gli eventi. Intendiamoci, si tratta di un prezioso patrimonio che va ravvivato a conservato.

Da questo punto di vista la memoria condivisa può essere un punto di arrivo o un punto di partenza: io ricordo quello che ricordi tu, ricordiamo la stessa cosa. Ma quando la politica si occupa di memoria condivisa la questione prende un’altra piega: si va verso una versione ufficiale dei fatti, negoziata a posteriori con gli occhi di un’altra epoca.

È più importante conoscere i fatti. È più importante conoscere le divisioni. Comprenderne le ragioni. Conoscere per riconoscere.

Non mettiamo in discussione la toponomastica, rimangano strade e piazze al generale Cadorna. Ma lo si studi Cadorna e lo si studi bene. Provoco: intitoliamo le vie anche a Caporetto, disfatta importante da studiare e comprendere.

Per quanto mi riguarda nutro per i fucilati nella Grande Guerra un istintivo sentimento di solidarietà. Questi militi noti innominabili meritano il riconoscimento di un nome e un cognome: il riconoscimento della restituzione della loro identità. È una cosa diversa dal chiudere il discorso con una bella targa da apporre magari accanto al Milite Ignoto al Vittoriano “e non se ne parla più”. Che è un po’ come dire: “non se ne parli più”.

Claudio Zucchellini

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Claudio Zucchellini

Avvocato, Consigliere della Camera Civile di Monza, attivo in iniziative formative per Avvocati, Università, Scuole e Società Civile.

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