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Ricordare per preservare la convivenza da rigurgiti e violenze

La sintesi delle vicende umane e dei soprusi e delle violenze subite dagli ebrei nel nostro Piemonte deve servirci non solo per ricordare, ma per riflettere.

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Momento difficile, fatti inattesi, troppi motivati allarmi: la senatrice Liliana Segre bersaglio di offese e scortata  per necessità, sfilate e raduni con svastiche e saluti romani, richiami ideologici sollecitanti razzismo o antisemitismo, un revisionismo storico anticamera per sdoganare l’esperienza fascista.

E’ necessario riflettere.

Anche se è vero che al momento della emanazione delle leggi razziali del 1938, ben pochi furono coloro che presero le distanze dal regime, è poi altrettanto vero che, viceversa, allorchè si attuò, a partire dal 1943, la “caccia” vera e propria agli ebrei, non pochi furono gli esempi di aiuto, soccorso e protezione che vennero messi in atto da molti cittadini, a prescindere dal ceto, dall’impiego e dal credo religioso.

Un esempio luminoso di ciò è rappresentato da Bartali, il più famoso corridore ciclista dell’epoca, che contribuì, per quanto possibile, a salvare dalla deportazione e dallo sterminio centinaia di ebrei, che avevano trovato rifugio in strutture di religiosi cattolici in Umbria.

I casi analoghi, in tutta l’Italia allora occupata dai nazisti che, con l’aiuto succube dei repubblichini, premiavano addirittura i delatori e comminavano pene severissime a chi aiutava, in qualunque modo, gli ebrei, sono stati in effetti molti e molti sono e saranno forse per sempre coperti dal segreto.

Altri casi dei quali sono venuto a conoscenza meritano invece di essere conosciuti dal pubblico dell’Incontro.

Nella città di Casale Monferrato e nell’intero Monferrato, in una sola notte, a febbraio 1944, vennero catturati 15 ebrei e portati a Fossoli di Carpi, alle Nuove di Torino e poi nei campi di concentramento in Germania.

Ad inizio ’44, il commissario di PS Maiocco, con la collaborazione del segretario politico fascista Bacco e del console Imerico, con l’inganno, aveva raccolto l’elenco completo dei pochi ebrei ancora residenti, anziani, ammalati, ai quali venne promessa l’eesclusione dalla deportazione.

Il prezioso aiuto di semplici casalesi, coordinati dal Vescovo Angrisani, da Francesco Triglia del CLN di Casale, e la generosità di alcuni parroci, diedero vita ad un’alleanza operativa, discreta, ad un’efficiente rete di sensibilizzazione antifascista e di sostegno agli ebrei, anche per le necessità economiche ed assistenziali, con ospitalità in canoniche e cascine isolate in campagna.

Un altro caso emblematico di correlazione e solidale aiuto fra cattolici ed ebrei si ebbe a Moransengo, piccolo paese collinare in provincia di Asti e diocesi di Casale Monferrato.

Don Martino Michelone, nato a Morano e parroco a Moransengo nel ’43-’45, nascose nella propria canonica la famiglia degli ebrei Segre di Casale Monferrato.

La famiglia di Segre Riccardo, composta dalla moglie Angela, il figlio Luciano e la zia Elvira, gestiva a Casale, in via Roma, un  negozio di tessuti. I tedeschi diedero la caccia, i fascisti sequestrarono beni e negozio. Don Michelone conobbe i Segre acquistando tessuti. Offerse subito ospitalità, coinvolgendo in modo riservato la popolazione. Per mesi sottrasse la famiglia Segre alla cattura ed alla deportazione. Luciano (nato a Casale nel 1933) fungeva anche da chierichetto a Don Michelone.

Ed ancora, significativa ed emblematica del contributo, anche di sangue, che diedero alla Resistenza molti ebrei, sia sotto un profilo operativo, sia di collegamento ed assistenza, fu la vicenda di Sergio Morello, ebreo casalese, nato il 18 giugno 1922 ed ucciso dai nazifascisti a Castellamonte Canavese, il 1° maggio 1945.

Tutta la famiglia Morello, con i fratelli Sergio ed Armando, lasciò Casale dopo l’8 settembre, in quanto erano stati informati dei prossimi arresti dal capitano e dal tenente dei carabinieri, un certo Marino. Essi si stabilirono nel Canavese, a Muriaglio.

Armando era medico e, grazie ad alcuni documenti falsi, potè esercitare la professione, coperto dal medico di Castellamonte, De Rossi Nigra, pronipote di Costantino Nigra, ambasciatore di Cavour. Venne ospitato da un prete locale, antifascista, don Cossavella.

Sergio Morello, viceversa, s’inserì nella formazione partigiana Matteotti, comandata da Davito Giorgio. Nella zona, operavano a Cuorgnè la brigata partigiana comandata da Rossi e la brigata Giustizia e Libertà di Bellandi, il pittore Viano.

Le formazioni della zona condussero alcune azioni di disturbo ed attacco ai tedeschi e il medico Armando Morello dovette intervenire più volte a curare feriti, fino in Valchiusella.

Nei giorni della Liberazione, Sergio Morello venne incaricato dai leader locali di gestire la fase di transizione, verso la nuova democrazia. Dal 20 aprile 1945, il CLN gli affidò l’incarico del Comando della SAP di Castellamonte. Rimase a Castellamonte, mentre gli altri partigiani andarono a Torino.

Il 1° maggio, un gruppo consistente di nazifascisti tornava da Grugliasco; si muoveva verso Milano, in fuga. Attaccarono Castellamonte. Il tenente Sergio Morello, ebreo casalese e partigiano, venne catturato e fucilato dai nazi-fascisti.

 

La sintesi delle vicende umane sopraesposte e dei soprusi e delle violenze subite dagli ebrei nel nostro Piemonte deve servirci non solo per ricordare, ma per riflettere.

Non sono stati solo fatti drammatici, accaduti in  un clima di regime e di arroganza del potere e nell’ignoranza, ma sono stati eventi che hanno, di contro, dato linfa ad una nuova coscienza civile. La popolazione del Monferrato, così come in tutto il resto del paese occupato dai nazifascisti non potè reagire, perchè inerme e succube per decenni; ma grazie all’osservazione di questi fatti, si decise poi ad organizzare la lotta partigiana e motivare l’antifascismo.

Le violenze contro gli ebrei, contro le persone, contro l’uomo, diedero sostanza argomentativa ed emozionale alle scelte della nuova democrazia e della Costituzione.

Anche oggi, le violenze e i torti ai quali assistiamo possono venire letti, a converso, come nuovi argomenti per confermare la giustezza delle opzioni democratiche e di grande tolleranza.

Il sostegno che tutta la società civile riconosce a Liliana Segre non è affatto costruzione mediatica o simbolismo eccessivo, è solo un dovere dell’intelligenza e della storia.

Ricordare ciò che avvenne 75 anni fa, non è consuetudine, è chiara volontà di preservare la nostra convivenza da rigurgiti superati e impedire che altre e nuove violenze si affaccino.

Doppia attenzione: il nuovo fascismo è l’attuale volgarizzazione della politica, la diffusione sistematica delle false news sui media e sui social, la semina di odio e di contrasto a prescindere, le condotte aggressive verbali e comportamentali, le inefficienze volute che negano ad anziani e malati il corretto servizio pubblico, la massificazione dei messaggi pubblicitari che condizionano adolescenti e deboli, la privazione dei sogni per i giovani, le piazze agitate per mere illusioni ottiche ingannatrici.

Per tutti, c’è l’obbligo di riappropriarsi della libertà di scelta, c’è il diritto alla corretta informazione, c’è il dovere di ricercare una dimensione etica collettiva, di ragionare e non di seguire i miraggi grotteschi. La storia e la Costituzione ci aiutano.

Sergio Favretto

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Sergio Favretto
Avvocato e Giudice onorario presso il Tribunale di Torino

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