Tutti a casa” di Luigi Comencini è un film del 1960 in cui, attraverso la storia esemplare di un sottotenente, interpretato da Alberto Sordi, racconta lo sbando delle truppe dell’esercito italiano, spiazzate dall’armistizio dell’8 settembre e, più ancora dalla fuga del Re e di Badoglio, lasciando il paese abbandonato a se stesso, preda dei tedeschi diventati, da un giorno all’altro, da alleati a nemici. In questo contesto c’è chi ha pagato di più per questo abbandono, ovvero la Venezia Giulia, che ha conosciuto nel giro di pochi giorni e poi per il resto degli anni due, anzi tre, occupazioni straniere: quella tedesca, che ha proclamato le province italiane di Udine, Gorizia, Trieste, Pola, Fiume, zona di operazioni del Litorale Adriatico (la cosiddetta Adriatisches Küstenland, 1943-1945), diventando parte del Terzo Reich. Quella jugoslava e, per quanto riguarda la provincia di Trieste, anche quella angloamericana (quest’ultima fino all’ottobre del 1954).

Come si è arrivati a questo?

Un importante storico triestino, Roberto Spazzali, uno degli autori di riferimento di quei territori per tutto ciò che riguarda la loro storia con libri che ne hanno percorso le tragiche vicende del Novecento, ci ha consegnato in questi giorni una ricerca fondamentale, raccolta nel libro “Il disonore delle armi”, sottotitolo “Settembre 1943: l’armistizio e la mancata difesa della frontiera orientale”, pubblicato dalle Edizioni Ares in collaborazione con l’Istituto Regionale per la Cultura Istriano-fiumano-dalmata (I.R.C.I.). Si tratta di un libro che, con la prefazione di Franco Degrassi, Presidente dell’Irci, rappresenta, con le sue 708 pagine, una summa delle vicende soprattutto militari e, quindi, politiche che hanno lasciato solo e in balia degli eventi l’intero popolo giuliano. Che, inesorabilmente, è finito in mano a fronti opposti. Da una parte ai nazisti, dall’altra al movimento popolare di liberazione di Tito che non aveva esitato, sin dall’autunno del 1943, a riempire a sua volta il vuoto di potere con intenzioni che mostravano chiaramente l’ambizione di annettere alla Jugoslavia la Venezia Giulia.

A pagare fu l’intero popolo giuliano

Si è così assistito a uno scontro del quale a pagare sono stati gli italiani innocenti, in particolare per mano degli slavi. Alle profonde ingiustizie e violenze del regime fascista nei loro confronti, hanno risposto con una rabbiosa e brutale resa dei conti che non si è fermata ai soli fascisti. Ma come sappiamo si è diretta anche verso tante persone, comprese donne, bambini, sacerdoti, in ordine a un odio, in questo caso, ingiustificato. Odio nutrito non solo di revanscismo nazionalista ma anche di vendette personali, rancori, invidie, e quant’altro nulla avesse a che fare con il senso di giustizia.

Emerge in questo contesto, sottolinea Spazzali, la figura di Ivan Motikache avrà un inquietante ruolo nelle settimane dell’insurrezione, poi nel dopoguerra nel controllo della società istriana e nelle persecuzione di molti italiani”. E, certo, non fu il solo.
Questo, naturalmente, mentre l’esercito fascista dei Roatta e camerati, che fino a un momento prima aveva mosso le sue truppe ammazzando e aprendo disumani campi di concentramento come quelli di Arbe (all’insegna dell’ordine non di ‘dente per dente’, bensì di ‘testa per dente’) ora abbandonava a se stessa la popolazione inerme. Peraltro, pregiudicando con la sua crudeltà (“si apra il fuoco anche con mortai e artiglierie… non est ammesso il tiro in aria. Si tira sempre a colpire come in combattimento” e “qualunque pietà et qualunque riguardo nelle repressione sarebbe pertanto un delitto”), pregiudicando, dicevo, il destino dell’Istria, di Fiume e di Zara.

Un sacrificio ancora in sospeso

Quelle terre, infatti, sarebbero state cedute alla Jugoslavia, dal diktat di un Trattato di pace, anche per ripagare i danni di guerra causati da quell’esercito, composto – non dimentichiamolo – da italiani di tutte le regioni e comandato da questo modenese sanguinario che avrebbe continuato a campare tranquillo in patria al contrario degli istriani, fiumani e dalmati costretti in 300 mila, anche per causa sua, ad abbandonare per sempre le loro case, il loro lavoro, le tombe dei loro cari. Un sacrificio che non tutti gli italiani riconoscono.

…altro che fratellanza e unità…

Ma, dal libro di Spazzali, emerge chiaramente che già allora, nello sbandamento generale, appariva chiara la volontà di abbandonare quei confini, con “un sistema difensivo (…) velleitario per l’estensione dell’area e l’esiguità di uomini”. Una volontà che finiva con il mettere in crisi gli antifascisti italiani, i quali “volevano rimandare la discussione su confini e sovranità alla conclusione della guerra, e pure tra i comunisti giuliani, allora rappresentati da Luigi Frausin e Giordano Pratolongo, c’era la preoccupazione che gli obiettivi dell’antifascismo si confondessero con gli scopi della politica degli jugoslavi”. Sappiamo poi che, in seno al movimento comunista, la determinazione jugoslava era tale da prevalere fino a sconfessare nei fatti lo slogan “Bratsva i Jedinstva”, ovvero “Fratellanza e Unità” che per anni era stato il leitmotiv sia della lotta popolare, sia, più tardi del regime titino (che sappiamo poi come è finito 40 anni dopo, altro che bratsva i jedinstva).

Una resistenza poco convincente

Ma già allora si vedevano i prodromi di questa deriva, almeno nei confronti dei “fratelli” italiani, con il ricorso a bassezze caratterizzate, come scrive Spazzali “da qualche sospetta liquidazione di dirigenti e capi partigiani italiani contrari alla soluzione titoista”. D’altra parte, gli antifascisti italiani in quella regione erano soli. I comandi militari, privi com’erano di una forte personalità militare in grado di assumersi le responsabilità dell’azione, lasciarono campo non più che a episodi tanto individuali quanto estemporanei, compresi, come scrive Spazzali, quelli “di resistenza militare, risolti con epiloghi eroici quanto sfortunati, che precedettero e innescarono quella delle prime formazioni partigiane italiane. I reparti italiani in Carso e in Istria si trovarono presi tra due fuochi, quello tedesco e quello delle formazioni partigiane slovene e croate, così da metterli nelle condizioni di non poter tenere il terreno”. Infine “nessuna forza politica ebbe un peso o un ruolo nella rapida successione degli avvenimenti, che rimasero circoscritti all’interno di dinamiche preminentemente militari.”

Una spartizione che ha lasciato strascichi per decenni

Ovviamente, nessuna forza politica italiana, inclusi gli antifascisti, tra cui i comunisti stessi che, come abbiamo visto, furono giocoforza sottomessi da quelli jugoslavi, che sull’onda della vittoria schiacciarono la popolazione italiana di ogni colore, senza opposizione di sorta. Nel giro di pochi giorni, già il 13 settembre, lo Zavnoh, cioè il Consiglio antifascista territoriale di liberazione popolare della Croazia, deliberava unilateralmente l’unificazione dell’Istria, di Fiume e di Zara alla Croazia e quindi alla Jugoslavia, così come tre giorni dopo faceva altrettanto il Fronte di Liberazione sloveno (“Osvobodilna Fronta”) con la parte slovena della Venezia Giulia. “In pochi giorni cambiava la storia della regione, con ripercussioni e riflessi che saranno determinanti nel dopoguerra”. Un trauma che nessuna altra parte e relativa popolazione italiana ha subito.

Voltarsi dall’altra parte…

In questo senso, vale il giudizio che Franco Degrassi, ha dato nella sua prefazione, ricordando che sull’8 settembre hanno scritto, sì, diversi storici “ma nel solo contesto della crisi dello Stato italiano sulla frontiera orientale e senza addentrarsi nelle pieghe di una vicenda che certamente aveva toccato anche quella generazione di storici che erano stati testimoni diretti e quella successiva, maggiormente presa dal fattore politico militante”, così concludendo che, a questo punto, “si dovrebbe pure ragionare su quella rumorosa assenza di studi che invece questo lavoro silenzia e colma”.

Diego Zandel

Roberto Spazzali, Il disonore delle armi, Edizioni Ares, pag. 708, €. 28,00

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