Un cuore che si libra su un libro, uno smartphone che osserva da lontano, un serpente piumato simbolo di dualità. Così Ricoh ha scelto di raccontare la propria idea di diversità, unendo i codici della comunicazione aziendale al linguaggio libero e simbolico della street art.

Con la prima edizione di “Ricoh Urban Art Contest” l’azienda ha lanciato una nuova visione culturale, traducendo i principi ESG (Environmental, Social e Governance) in esperienze visibili, collettive e quotidiane, affidandoli all’immaginario di sedici artisti, selezionati senza limiti d’età.

Il progetto, promosso in collaborazione con Regione Lombardia, con il patrocinio del Comune di Milano e la direzione artistica di Art Relation di Milo Goj, ha proposto un tema tanto centrale quanto complesso, quello della “Diversity & Inclusion”.

I bozzetti finalisti sono stati esposti allo Spazio N3 di Palazzo Lombardia, sede anche della cerimonia conclusiva. A vincere è stato Alessandro Trevisan con l’opera “Jardim do beija-flor, una composizione densa di riferimenti, destinata a diventare un murale nel Municipio 8 di Milano. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Valentina Magi, Direttrice Marketing di Ricoh Italia.

Valentina Magi

Il Premio Ricoh si muove su un terreno fatto di arte, spazio urbano e inclusione. Ma Ricoh è pur sempre un’azienda e, come tutte le aziende, deve rispondere a obiettivi chiari. Quali sono i segni concreti che questo progetto sta funzionando?

Il Premio nasce dall’idea che un’azienda non debba limitarsi a generare valore economico ma debba anche contribuire alla crescita culturale e sociale dei territori in cui opera. Questa visione ci accompagna da tempo. La prima edizione risale al 2010 e da allora abbiamo costruito un percorso coerente, fatto di dialogo con il mondo dell’arte e con le istituzioni. La nuova formula dell’“Urban Art Contest” rappresenta un’evoluzione naturale, più contemporanea e radicata nel tessuto urbano e sociale. I segnali che ci confermano la validità di questo progetto sono molteplici.

In primis la sua continuità, mai scontata in un contesto aziendale. Successivamente il coinvolgimento di artisti da tutta Italia e il sostegno concreto delle istituzioni, come Regione Lombardia e il Comune di Milano. Ultimo, ma non meno importante, c’è un aspetto interno che per noi ha grande valore: le opere premiate entrano nella collezione aziendale Ricoh Italia. Non si tratta solo di una scelta simbolica, bensì di un modo per far vivere quei messaggi ogni giorno all’interno della nostra realtà.

“Diversity & Inclusion” è un’espressione onnipresente nel linguaggio odierno che spesso rischia di ridursi a un’etichetta vuota. Con il Premio Ricoh l’avete messa al centro. In che modo avete cercato di darle concretezza?

Per Ricoh questi non sono concetti astratti. Sono parole che si traducono in azioni quotidiane: abbiamo ad esempio attivato politiche per la genitorialità e per l’equità di genere, ottenendo la Certificazione UNI/PdR 125:2022 per la parità di genere, rilasciata da RINA, la quale attesta la nostra capacità di creare un ambiente di lavoro inclusivo, in cui la diversità e la molteplicità di esperienze vengono accolte e valorizzate. Questo impegno si riflette anche all’esterno. Attraverso il “Ricoh Urban Art Contest” abbiamo voluto rendere questi valori visibili e accessibili attraverso il linguaggio universale dell’arte. L’inclusione che vogliamo rappresentare è a trecentosessanta gradi, aperta e concreta.

Avete lasciato agli artisti grande libertà d’interpretazione. L’opera vincitrice di Alessandro Trevisan è carica di simboli. Vi ha colpiti subito?

Sì ci ha sorpresi fin da subito e non solo per l’impatto visivo dell’opera, ma per la sua capacità di articolare una visione profonda e stratificata del tema. Trevisan ha saputo unire elementi simbolici molto diversi, come il sapere, la tecnologia e la spiritualità, senza mai risultare retorico. Ci ha colpiti anche il tono poetico ma rigoroso con cui ha affrontato la complessità del concetto di inclusione con una lettura aperta, mai semplificata, che riesce a far dialogare mondi apparentemente lontani. Ed era esattamente ciò che speravamo di trovare in un’opera vincitrice: non una rappresentazione univoca ma un invito ad assumere uno sguardo più ampio sulla diversità, anche nei suoi aspetti meno immediati.

L’opera diventerà un murale nel Municipio 8 di Milano. Quando un’impresa agisce nello spazio urbano porta con sé anche un messaggio. Come affrontate questa responsabilità?

Con piena consapevolezza. Scegliere di affacciarsi nello spazio pubblico attraverso l’arte urbana significa assumersi una responsabilità culturale, simbolica e civica. Proprio per questo abbiamo deciso di metterci in gioco andando oltre i linguaggi istituzionali più codificati e aprendoci a diverse forme espressive. Sapevamo fin dall’inizio che questo avrebbe significato anche rinunciare a un controllo totale sul messaggio.

Ma è stata una scelta consapevole: l’arte, per essere autentica, deve poter sorprendere, interrogare, persino disorientare. Abbiamo scelto un muro composto da tre porzioni perché abbiamo pensato a questo intervento come a un ciclo di almeno tre anni, un percorso di senso e di visione che vogliamo lasciare nella Città. L’obiettivo è che l’arte urbana diventi un tassello riconoscibile e duraturo della nostra identità aziendale.

Il Premio Ricoh 2025, quest’anno, si è distinto per originalità, apertura e impatto sul territorio. Ma sarà un episodio isolato o l’inizio di un percorso più ampio? Avete già immaginato come evolverà questa iniziativa nei prossimi anni, magari integrando nuove forme d’arte, territori diversi o coinvolgendo altri interlocutori?

Non si tratta di un episodio isolato bensì di un progetto pensato per durare e svilupparsi nel tempo. Il “Ricoh Urban Art Contest” rientra in un percorso ispirato ai valori ESG; dopo aver iniziato con il tema sociale, “Diversity & Inclusion”, continueremo con Ambiente e Governance.

Abbiamo scelto di restare nel linguaggio dell’arte urbana perché ci consente di unire la forza comunicativa del segno artistico con un’azione concreta di riqualificazione. Man mano che andremo avanti l’obiettivo sarà coinvolgere un numero sempre maggiore di artisti e ampliare il raggio d’azione, in dialogo costante con le istituzioni. È un progetto che vogliamo far crescere, sia in visibilità che in profondità.

Oltre al Ricoh Urban Art Contest, quali sono le iniziative che incarnano con più forza l’impegno sociale dell’azienda?

Ce ne sono molte e vanno tutte nella direzione di un impegno concreto. In collaborazione con “Fondazione Pangea” abbiamo avviato un protocollo per il contrasto alla violenza di genere che coinvolge sia i dipendenti, sia le loro famiglie. Un’iniziativa prevista dal protocollo è il “Progetto Antenne” che forma volontari e volontarie interni all’azienda per diventare punti di ascolto e supporto per le colleghe che subiscono violenza. A partire dal mese di settembre questo lavoro abbraccerà anche i figli e le figlie dei dipendenti attraverso percorsi di sensibilizzazione rivolti ai ragazzi. Inoltre, portiamo avanti anche attività di volontariato aziendale, iniziative ambientali e progetti a favore della comunità.

Ad esempio, attraverso la partnership con “TechSoup” doniamo dispositivi dismessi, come stampanti, che vengono ricondizionati da persone in situazioni di fragilità e messi a disposizione delle organizzazioni no-profit italiane. A Monza, invece, è presente un piccolo borgo dov’è avvenuta una vera e propria magia. È “il Paese Ritrovato”, il primo villaggio in Italia dedicato alla cura di persone con forme di demenza e affette da Alzheimer. Le lavagne interattive di Ricoh vengono infatti utilizzate in attività per la stimolazione cognitiva. Concludendo, innovazione, attenzione alle persone e arte non sono compartimenti separati: sono il nostro modo di fare azienda.

Martina De Tiberis

Martina De Tiberis

Laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Ferrara con il massimo dei voti. Nel 2021 ha intrapreso il percorso per diventare giornalista pubblicista,...

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