Si vota per l’Europa ma si parla d’Italia.
Queste elezioni si combattono innanzitutto sull’immigrazione: benché terreno assai fertile delle forze anti-europeiste, questa volta l’uscita di Salvini (a proposito del figlio del ministro Tria, impegnato con una ONG) si rivela un boomerang comunicativo: il tema, infatti, è saturato per quasi il 70% dalla reazione indignata degli utenti online, molti dei quali fanno il verso al post del vicepremier leghista.

Si conferma, ancora una volta, che la personalizzazione della comunicazione politica è il modo con cui si predilige fare campagna elettorale. Nel periodo preso in esame, questa certezza si incarna in Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia e nella sua decisione di candidare il pronipote del duce, Caio Giulio Cesare Mussolini. Il web si spacca ma il risultato in termini di mera visibilità è lampante: il social-onnipresente Salvini è detronizzato, relegato a un misero 12% delle conversazioni che rientrano sotto al cappello “Candidati”. Meloni e il suo pupillo, invece, sono al 65%.
Il terzo tema caldo è, invece, prettamente “tecnico”: liste, apparentamenti, coalizioni che si fanno, si promettono e si disfano investono una parte consistente del flusso conversazionale: al centro, i due vicepremier, e le tensioni che ultimamente ne regolano i rapporti. La pietra dello scandalo, stando ai dati in nostro possesso, è la strategia di alleanze internazionali della Lega, non gradita al Movimento e al suo leader politico, che prende le distanze dalle posizioni negazioniste dell’Olocausto.
Infine, è particolarmente importante annotare la scarsa rilevanza di tre temi (politica interna, situazione economica del paese e Brexit) centrali per il futuro nazionale e continentale, di cui ogni giorno sono imbevuti quotidiani e telegiornali ma che non attecchiscono nelle fonti web monitorate per questo studio: tutti e tre sommati insieme, infatti, arrivano a malapena ad eguagliare il tasso di engagement del dibattito sulle candidature.

Una panoramica che nasce dall’analisi di oltre 35 mila commenti Facebook e 8 mila tweet analizzati, relativi ai primi 10 giorni di aprile 2019.

Sono questi i numeri del secondo dei sei appuntamenti previsti dal progetto #Unito4Europe.
Come preannunciato, con questa nuova uscita entriamo nel vivo della campagna elettorale, approfondendone l’agenda sul piano semantico (cosa si dice) e numerico (quanto lo si dice e con quale grado di successo tra il pubblico online).

PRIMA PARTE. VOCI DALLA CAMPAGNA ELETTORALE: UNA SINTESI

Il grafico interattivo qui sotto riassume i principali risultati emersi dall’analisi delle conversazioni online dal 1 al 10 aprile di quest’anno, e si legge così:
i cerchi sono i temi più rilevanti discussi dal popolo della rete;
i temi che scatenano il maggior numero di commenti (risposte a post, thread di discussioni, retweet o condivisioni con commenti) si collocano sulla destra del piano cartesiano;
i temi che scatenano il maggior numero di post da fonti di informazioni (tweet e post di testate giornalistiche italiane) si collocano nella parte alta del piano cartesiano;
la dimensione dei cerchi è proporzionale al tasso di engagement degli utenti online, calcolato secondo un algoritmo proprietario Quaerys: il Q score, così lo abbiamo chiamato, è un indice sintetico ponderato, che soppesa in modo differenziato tutte le azioni che un utente social può compiere con un contenuto. Lo scopo è pervenire a una misura del coinvolgimento e del gradimento di un contenuto meno lasca e imprecisa di quanto non sia il mero conteggio in valore assoluto di like, commenti e condivisioni.

ALCUNI TEMI IN DETTAGLIO

CANDIDATI.

Cosa succede sui social se candidi qualcuno che di cognome fa Mussolini e ha il nome (per esteso, tra l’altro) del primo dittatore di Roma? Che ne parlano tutti.
In base alle percentuali, la candidatura del pronipote di Mussolini, annunciata da Giorgia Meloni, è uno dei temi salienti di questa prima metà di aprile. Se l’idea era ottenere visibilità, ci sono riusciti. Se era racimolare consenso online, i dati parlano di un fallimento (che non necessariamente si tradurrà in modo deterministico in voti persi). Infatti, molti utenti richiamano l’esempio di alcuni discendenti di gerarchi nazisti che hanno preferito cambiare cognome o essere sterilizzati per non dover sopportare l’onta di una così ingombrante eredità. Benché ci siano posizioni meno negative, di chi sostiene la libertà di chiunque di candidarsi e farsi giudicare dal come e non dal cognome, non v’è dubbio che il sentiment associato alla trovata elettorale sia nel complesso molto negativo. A guardare l’umore social, Giorgia Meloni è giudicata positivamente quando associata a Salvini, dal momento che in molti auspicano una alleanza tra Fratelli D’Italia e Lega.

IMMIGRAZIONE

“Le colpe dei padri non ricadano sui figli”, recitano alcuni passi della Bibbia. Ma nel caso della querelle tra Salvini e Stefano Paolo Tria, figlio del ministro dell’Economia, la situazione è ribaltata. Tutto è partito dall’accusa di Salvini rivolta al figlio di Tria (“se fossi il padre, lo riporterei io a casa”), il quale è impegnato come skipper con la ONG Mediterranea, che il 18 marzo ha portato a Lampedusa 48 migranti.
La maggior parte dei commenti intercettati su Facebook rimproverano questa uscita paternalistica del vicepremier, ironizzando sulla necessità del padre di Salvini di agire nello stesso modo nei confronti del proprio figlio, disconoscendolo. Consistente è, quindi, la schiera di difensori di Tria padre, al quale non viene riconosciuta alcuna responsabilità rispetto alle azioni del figlio, ad eccezione di una piccola minoranza che, invece, è contraria al ministro e ne chiede le dimissioni.
In misura minore, il dibattito politico sui social si è interessato alla notizia dell’incontro tenutosi a Varsavia tra Giorgia Meloni e il presidente del partito di governo Diritto e Giustizia – il polacco Jarosław Kaczyński – durante il quale i due esponenti politici si sono confrontati sulla proposta di istituire un blocco navale sulle coste della Libia. Se, da un lato, la questione sembra costituire un tema chiave all’interno della campagna elettorale dei conservatori (in base a quanto anticipato da molti commentatori); dall’altro lato, la reazione degli utenti social alla notizia è stata implacabile e ha contribuito alla delegittimazione di Giorgia Meloni come rappresentante di forze politiche di primo piano. Come emerso nel topic precedente, infatti, la rilevanza e il riconoscimento attribuiti alla leader di Fratelli d’Italia risultano subordinati all’associazione con altri esponenti politici del centrodestra,il cui valore positivo risulta, al contrario, intrinseco.

ALLEANZE E COALIZIONI

L’effetto confermativo di posizioni agli antipodi, tipiche delle tifoserie online, si osserva nitidamente in questo caso.
Nella sfera delle critiche, spesso veri e propri insulti, si rileva la delusione per le scelte di alleanza, sul fronte interno (alleanza Lega e M5s) e su quello estero (alleanza di Salvini e forze antieuropeiste e negazioniste dell’Olocausto, vedi Orban e Le Pen).
Nel bene come nel male (e tra le due, al momento continua a prevalere la prima), Matteo Salvini ricopre il ruolo di leader indiscusso nelle piattaforme social, attestandosi al primo posto nella lista delle parole più ricorrenti (5% del totale), seguito da “governo” e “Lega”. Inoltre, l’analisi delle co-occorrenze (una cosa brutta creata dalla kasta degli scienziati del dato) ha permesso di dimostrare il teorema della Bestia: la comunicazione online del leader leghista si colloca in tutte le discussioni su “governo”, “Europa” e “Italia”, cosa che non avviene per il suo omologo alla vicepresidenza del consiglio.

Concentrandosi su Twitter, l’analisi delle relazioni tra tag permette di delineare meglio il campo di battaglia di questa campagna elettorale social.
Si osservano, a questo proposito, due gruppi di hashtag. Il primo si concentra principalmente sulle Europee 2019: il sentiment è neutro, almeno per ora, ma si notano stretti collegamenti tra gli hashtag riguardanti i principali partiti politici italiani, in una mappa virtuale che è un calco fedele dell’arco parlamentare tra maggioranza e opposizioni.
Il secondo gruppo vede al centro della conversazione i commentatori europeisti, collegati all’elettorato del PD e all’iniziativa di Calenda. Un avvicinamento che, almeno nel mondo social, sta dando i suoi ritorni in visibilità: su 2926 associazioni tra i toptag, circa il 10% di tweet analizzati contengono una combinazione di hashtag che esprime un sentimento negativo nei confronti dell’attuale situazione politica italiana e allo stesso tempo una presa di posizione europeista.

BREXIT

All’Italia attiva sui social, importa di Brexit? Beh, qualcosina, ma non troppo. Tuttavia, a quelli che ne parlano un’uscita dell’Italia dall’Europa non piace affatto. Le immagini del difficile e macchinoso rapporto tra forze interne al parlamento inglese (non ultima la querelle sul ruolo di Theresa May) e delle proteste nelle piazze britanniche si sono tradotte in giudizi negativi verso gli inglesi e la loro classe politica, per essere finiti in mezzo al guado. Parole come democrazia e referendum vengono associate al frame del limite con il quale il popolo (libero di esprimersi) è in grado di deliberare consapevolmente per il proprio bene.
Nel complesso, tirare in ballo un’uscita dell’Italia dall’Unione Europea attira reazioni negative, dunque il tema non è più spendibile a fini elettorali a differenza del recente passato.
E intanto alcune realtà imprenditoriali italiane, come la piemontese Satispay racconta il suo passaggio dalla Gran Bretagna al Lussemburgo.

SOVRANISMO

Questione ben più intricata la percezione nei confronti dell’Unione Europea come istituzione sovranazionale che limita l’autonomia dei singoli consociati.
A 40 giorni dalle elezioni europee, crolla la fiducia nei confronti dell’Unione, dei suoi organi e delle scelte che compie: è un mix di percezione di assoggettamento a paesi “forti”, leggi Germania e Francia, e alle lobby della finanza. Non deve, dunque, sorprendere, che l’idea di un’Italia indebolita dall’abbandono della lira occupi – da sola – il 4% delle conversazioni. Per coloro che si riconoscono in questa lettura, esiste un solo grande colpevole: Romano Prodi, artefice di una scelta sconsiderata che ha portato l’Italia in una condizione di crisi e inferiorità rispetto ad altri stati europei.
Un altro termine che si lega spesso con il tema del sovranismo è rappresentato dal binomio “fascismo-fascisti”: una parte di chi ne fa uso lo considera fuori luogo rispetto alle legittime richieste di maggior autonomia nazionale; altri, più spregiudicati, ne fanno ricorso rivendicando l’orgoglio di dichiararsi nazi-fascisti; una terza categoria, infine, rivolge tale accusa direttamente ai social, rei di censurare alcune posizioni apertamente illiberali.

POLITICA ITALIANA

Pur non rappresentando un tema da trending topic, quando si parla online di politica italiana si parla innanzitutto degli assenti: la sinistra italiana. Può sembrare una battuta, anche piuttosto scontata ormai: il termine “sinistra” è il più ricorrente dentro questo cluster tematico (frequenza dell’8,7% su una totalità di 3163 commenti), ma il tono che l’accompagna non è dei più accomodanti. Anzi, emerge diffusamente un malcontento che prende la forma del rimprovero disilluso per aver abbandonato i valori considerati la base di una proposta “di sinistra”, cominciando dalla solidarietà, l’attenzione alle disuguaglianze, al disagio e alla povertà.
Il secondo sotto-tema per rilevanza è il governo: su Twitter prevalgono giudizi molto negativi, che in buona parte si osservano anche su Facebook: ai leader gialloverdi si rinfaccia la mancanza di coerenza e la scarsa coesione. A differenza della piattaforma dei cinguettii, a casa di Zuckerberg si leggono anche diversi apprezzamenti per il lavoro svolto dal governo Lega-M5S, il quale, contrariamente ai governi precedenti, sta mostrando un’attenzione palpabile verso i problemi dei cittadini.

ECONOMIA ITALIANA

Il tema economico, nel più ampio dibattito elettorale, entra poco e in maniera scontata: se l’opinione è per lo più negativa, è per certi versi sorprendente che ciò non si traduca necessariamente in un’accusa al governo in carica – come di norma è avvenuto. Al piccolo fronte di coloro che imputano alle scelte dei leader attuali la crescita dello spread e la perdita di enorme somme di denaro in interessi e investimenti mancati, altri persistono nel sostenere che la crisi economica italiana sia frutto delle manovre attuata dall’UE e che la regressione economica del paese sia da attribuire all’euro.

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