Sono stato molto lieto di leggere il contenuto dell’intervento di Domenico Ioppolo sulle angosce che caratterizzano questa nostra contemporaneità. Sono anni che manifesto le mie preoccupazioni per un grave e profondo deficit delle nostre leadership mondiali, responsabili, a mio avviso, del caos in cui ci hanno cacciato.

Stiamo vivendo un’attualità drammatica, caratterizzata da guerre militari e guerre commerciali, con alcuni “comandanti in capo” di grandi potenze che, da un lato, quasi si divertono a picconare i trattati multilaterali che hanno regolato pacificamente le relazioni tra gli Stati, stravolgendo e delegittimando anche gli organismi internazionali deputati a monitorare e reprimere eventuali illeciti di Stati o di singoli governanti degli Stati; e, dall’altro lato, in un continuo confronto-scontro da veri e propri “bulli”, che si minacciano, aprono conflitti collaterali, evocano lo spettro dell’uso dell’arsenale nucleare. Insomma, un contesto terrificante mai visto prima in questi ottant’anni del secondo dopoguerra.

Ebbene, in questo caos che accompagna le nostre inquietudini, l’unica autorità internazionale che dimostra, ovviamente nei suoi limiti, di avere una visione strategica e di continuare a lanciare senza sosta messaggi di pace, e il nostro Pontefice americano Leone XIV. Sono completamente d’accordo con Ioppolo che la sua ultima enciclica “Magnifica Humanitas” offre degli straordinari spunti di speranza e di riflessione sullo stato dell’umanità, con una visione anche per chi non crede.

Ed è preoccupante che l’unico Capo di Stato che dimostra di interpretare in modo visionario ed assennato il suo ruolo, sia un capo di Stato religioso, senza eserciti, soltanto armato di fede e di speranza. Anch’io come Ioppolo sono preoccupato di un altro fattore che caratterizza questa nostra contemporaneità: la rivoluzione digitale che ha portato all’intelligenza artificiale, un fenomeno nuovo, sicuramente suggestivo e stimolante ma che presenta una serie di incognite sia dal punto di vista della sua gestione, sia della sua disciplina perlomeno inquietanti.

Non è la prima volta che l’umanità si trova di fronte a delle scoperte rivoluzionarie che impongono delle modifiche del modello di convivenza o delle condotte degli esseri umani nelle loro attività lavorative: la storia dimostra che ce l’abbiamo sempre fatta ad adattarci all’innovazione e a modificare le nostre condotte.

Questa volta, per ora, ci raccontano che è diverso perché l’intelligenza artificiale, soprattutto quella generativa, può dare davvero vita a delle macchine e a dei robot, come quelli che abbiamo visto nei film di fantascienza degli anni ‘90 in cui il “soldato-robot” Arnold Schwarzenegger a cui era stato ordinato di andare a combattere contro un certo nemico, sparandogli contro, durante l’esecuzione di queste istruzioni cambia idea, decide che il “cattivo” non è il nemico davanti a lui, ma che è proprio colui che gli ha dato le istruzioni di uccidere e che deve essere eliminato.

Inverte dunque il suo cammino, torna dal suo capo e gli spara una raffica di mitra addosso. I robot si ribellano a quegli esseri umani che li hanno creati e modellati. Effettivamente l’affresco che avevamo vissuto con il sorriso sulle labbra trent’anni fa, durante quel tipo di film, oggi ci crea angosce ed incubi notturni perché quella che era fantascienza ora è diventata una possibile realtà.

Detto ciò, personalmente penso che il problema più grave di questa nostra controversa attualità, come ha evidenziato lo stesso Ioppolo d’altronde, risieda nella straordinaria e mai vista  concentrazione di potere che si è venuta a creare nelle mani di pochissimi tecnocrati, in grado di gestire fatturati superiori a quelli di molti Stati del nostro pianeta, di condizionare la politica di molti paesi, di avere un rapporto privilegiato con l’attuale inquilino della Casa Bianca, di detenere nelle proprie mani gran parte del cuore della AI americana. Una esplosiva combinazione di potere economico mischiato con i palazzi di una certa politica statunitense, velata anche di aspetti religiosi e messianici.

I Gafam (il suggestivo acronimo che contraddistingue i cinque giganti denominati “Big Tech”: Google, Apple, Facebook, Amazon e Microsoft), come dicevo, sono ormai più potenti di molti Stati che siedono sugli scranni delle Nazioni Unite. Già oltre quattro anni fa, scrivevo come fosse necessario un intervento pubblico per limitare il loro smisurato potere. All’origine di questa incredibile situazione c’è stata una intuizione visionaria, applicata all’innovazione tecnologica: la possibilità di diventare proprietari, sostanzialmente gratis, dei nostri “dati personali”, potendoli poi utilizzare, proprio grazie alla tecnologia, nella trasformazione digitale del mondo, lucrandoci sopra miliardi di dollari.

Il loro è un classico caso di monopolio-oligopolio, che negli ultimi trent’anni ha consolidato nelle mani di pochi manager e-o azionisti un potere mai visto prima nella storia dell’umanità. Ebbene, di fronte ai rischi e alle distorsioni di tale spaventosa concentrazione di potere (la quotazione azionaria dei loro titoli ha avuto una crescita incredibile, portandoli oggi ad una capitalizzazione con numeri a 9, 10,11 zeri!) la politica, in senso lato, è stata debole, distratta, a volte manipolata o corrotta, proprio dalle lobby dei Gafam.

Con l’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca il fenomeno è diventato devastante. Non solo non si è voluto utilizzare gli strumenti normativi dello Sherman Act, la legge che regola fin dalla fine del 1800 in America proprio la disciplina dei trust e dei cartelli, ma il Presidente è diventato il loro maggior sponsor, contribuendo alla loro crescita incontrollata. La magistratura, soprattutto americana, ha cercato di intervenire in questo manifesto esempio di violazione della legge antitrust. È stato proprio invocato lo Sherman Act e cioè la prima normativa antitrust della storia del diritto mondiale, nata sullo sconquasso, a fine Ottocento, determinato sui mercati dall’arrivo dei primi capitalisti americani, “figli” della rivoluzione industriale.

Oggi ci sono strumenti giuridici che permetterebbero alla magistratura, in caso di accertata violazione della normativa sulla concorrenza, di adottare misure sanzionatorie non solo di natura economica (multe) ma anche di natura industriale (obbligo di dismissioni). Proprio quest’ultimo strumento denominato break-up e cioè “spezzatino” permette al giudice di obbligare l’imprenditore privato a riorganizzare il proprio gruppo, procedendo alla dismissione di quelle imprese che hanno dato vita alla realizzazione della fattispecie del monopolio o degli altri illeciti previsti dalla normativa antitrust.

Certo, la sfilata dei potenti protagonisti del Gafam, nelle varie residenze private e pubbliche del presidente Trump, tutti intenti a “baciare le pile” (come lo ha brillantemente definito Mario Platero) al Presidente, non ci consente grandi speranze in merito. Trump é passato da un rapporto conflittuale con i Big Tech di Silicon Valley ad una fase negoziale vera e propria, quella attuale, i cui contorni sono per ora sconosciuti formalmente anche se intuibili sostanzialmente.

Certo, sul tavolo del Presidente americano, c’è un aspetto di questo dossier molto delicato e che tocca la stessa sicurezza nazionale degli Stati Uniti. In un mondo che si sta incamminando verso una nuova edizione della Guerra Fredda, questa volta combattuta tra l’America e la Cina, e per ora fortunatamente concretizzatasi soltanto sul piano economico e politico, un’eventuale spezzatino dei cinque membri del Gafam potrebbe favorire il predominio dei loro concorrenti cinesi, pregiudicando così la supremazia americana proprio nel momento “clou” del boom dell’industria dell’intelligenza artificiale. Questo è il perimetro del gioco d’azzardo in cui si trova, a mio avviso assolutamente a suo agio, Donald Trump, giocatore nato, grande negoziatore e uomo di business spregiudicato.

Siamo di fronte quindi ad uno scenario inquietante, sia per rischi connessi con l’esplosione dell’intelligenza artificiale e con la conseguente perdita di centralità del ruolo degli esseri umani (il nostro Pontefice è stato magistrale nel denunciare questo rischio e nel cercare quindi di trovare rimedi per ridurlo o annullarlo!) sia per un oligopolio di cinque spregiudicati e talentuosi uomini d’affari che pensano esclusivamente ai loro guadagni, al loro potere, alcuni addirittura al loro posizionamento prospettico messianico nel futuro degli Stati Uniti (vedi Peter Thiel).

Speriamo davvero che il monito di Papa Leone, tra l’altro non dimentichiamolo anche lui americano, ci serva per reagire, protestare, ribellarci contro una visione del mondo futura assolutamente in contrasto con i valori che hanno caratterizzato l’Occidente negli ultimi ottant’anni. Grazie quindi a Ioppolo di aver voluto pubblicare sulla nostra rivista una riflessione che non può che farci bene, aiutarci a ragionare su questi temi che “fanno tremare i polsi” soprattutto se pensiamo al mondo che lasciamo ai nostri figli e i nostri nipoti.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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