All’inizio, il giornalista aveva il compito di riportare i fatti del “giorno”: solo quelli e senza commenti. La parola “giornalista” deriva da “giornale”. Il termine oggi è usato quasi esclusivamente come sostantivo. In origine era un aggettivo e, come tale, andava associato a un nome comune, per esempio a “cronaca”. Sinonimo di “giornale” è infatti “quotidiano”. “Giornale quotidiano” suona pleonastico.

Nel corso del tempo, la parola ha assunto significati diversi. Quando penso ai giornali, nella mia immaginazione, appaiono fogli di carta, sebbene ormai li legga solo online. Questa etimologia serve ad avviare un ragionamento. La professione di giornalista era intesa originariamente come un’occupazione modesta rispetto a quelle accademiche, politiche e religiose, deputate a elaborare un pensiero tratto da conoscenze complesse, affrontate con metodi rigorosi.

Eppure, quanto più sobriamente il giornalista operava e conscio era dei limiti della propria attività, tanto più nobile si dimostrava egli stesso ed elevava la dignità della sua professione. L’autorevole quotidiano britannico “The Times”—un tempo autorevole—fino agli anni Sessanta non classificava gli articoli con titoli più o meno evidenti in prima pagina, lasciando al lettore il compito di ordinarli per importanza, più o meno come farebbe un’agenzia.

Oggi, al termine “giornalismo”, si è affiancato e sostituito il termine “media”, che presuppone un giornalista-intermediario tra i fatti e il pubblico. Fin qui niente di male a tre condizioni. Prima di tutto (a), che i fatti accertati si limitino alle notizie del giorno. Se includessero un arco temporale più ampio, il giornalista sarebbe costretto a selezionare le notizie e ad associarle a numerosi fatti concomitanti: inevitabilmente, fornirebbe interpretazioni soggettive.

La seconda condizione (b) è che questa necessaria intermediazione sia liberamente gestita dal singolo giornalista e non da altri poteri che, per l’appunto, si frappongono. Infine (c), il giornalista comunica solo fatti semplici e accertati; non seleziona e classifica le notizie e, ancor meno, esprime opinioni, supposizioni e trae conclusioni sulla base di teorie preconcette.

Tutto questo nei limiti del possibile: (a) alcuni fatti sono la conseguenza di altri; (b) c’è sempre qualcuno da cui si apprende la notizia; (c) se non è possibile liberarsi del tutto dai propri pregiudizi, almeno ci si può sforzare di cercarli, riconoscerli e dichiararli. Se non si rispettano queste condizioni, l’informazione e la comunicazione possono ritenersi ancora libere nel senso che chiunque può sempre esprimere ciò che gli passa per la testa. Ma viene a mancare la libertà “da” comunicazione e informazione: infatti, prevalgono le narrazioni sui fatti; e gli intermediari (i media) diventano più importanti della stessa notizia, come è diventato comune ripetere.

Il pubblico è così condizionato. Pur credendo di esprimere un’opinione autonoma su qualsiasi argomento, non si rende conto di mancare delle informazioni essenziali per formarsi un’opinione sostenuta da fatti accertati. Succede così che l’opinione preceda i fatti, mentre la sequenza corretta dovrebbe essere: fatti, elaborazione della conoscenza, opinione. L’opinione è la cosa più difficile da elaborare e la più dubbia, soprattutto se si è sinceri con se stessi. Non tutti hanno diritto a un’opinione su tutto.

La seconda cosa più importante per uno studioso serio consiste nello stabilire, con onestà, rigore e documentazione, quanto succede. La prima cosa più importante è la scelta dell’oggetto trattato. La terza è l’enfasi che si pone nel trattare i singoli eventi.

A un giornalista è richiesto semplicemente di riportare i fatti del giorno, evitando di selezionarli e di porre un’enfasi maggiore o minore sull’uno o sull’altro, tanto meno di elaborare una narrazione. Allora, qualcuno si chiederà: solo agli accademici, ai politici e ai religiosi è consentito detenere le chiavi del discorso, se non proprio della verità?

La risposta sarebbe affermativa a una condizione che dirò tra breve, ma la faccio precedere da un’osservazione: la libertà di pensiero è garantita dalla pluralità di elaborazioni complesse in competizione tra loro, non dal fatto che chiunque possa esprimere un parere superficiale, basato su scarse informazioni, più volte e da più persone filtrate.

Di conseguenza, la condizione per cui solo ad accademici, politici e religiosi—Pitagora li chiamerebbe i mathematikoi—è consentito esprimersi sta nel fatto che costoro si esimano da giudizi avventati interpretando immediatamente ogni fatto e traendo meccaniche conclusioni. Agli altri—gli akousmatikoi—è consentito ascoltare e riportare i concetti e i principi elaborati da chi si dedica agli studi, alla politica e alla religione. Infine, c’è il popolo, che può dire e pensare come vuole, ma non conta nulla se non come oggetto di osservazione dei mathematikoi.

Oggi, i ruoli si sono confusi: informazione e conoscenza sono cadute in uno stato di elevata entropia, con tutti che parlano di tutto, allo stesso modo, con lo stesso linguaggio.

Corrado Poli

Corrado Poli

Corrado Poli, docente di geografia politica e urbana, editorialista e saggista

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