Il periodo estivo è spesso occasione di vere e proprie scoperte, sia storiche sia culturali, che ritengo siano di interesse per tutti. Penso che sia nota a molti la canzone che è divenuta il simbolo, anche romantico, del movimento anarchico che è “ADDIO A LUGANO“, nota anche come “ADDIO LUGANO BELLA“.
“Addio Lugano bella o dolce terra pia
Cacciati senza colpa gli anarchici van via
E partono cantando con la speranza in cuor
E partono cantando con la speranza in cuor”.
Ebbene, al contrario, ritengo che pochi sappiano chi sia l’Autore e meno ancora della sua vita, errabonda ed avventurosa. Si tratta di Pietro Gori, nato il 14 agosto 1865 a Messina da genitori toscani: il padre Francesco, originario dell’isola d’Elba, era stato trasferito in Sicilia in quanto capitano d’artiglieria, mentre la madre, Giulia Lusoni, era originaria di Rosignano Marittimo. Trasferitasi la famiglia a Livorno nel 1878, il giovane Pietro già nel 1987 venne arrestato per aver scritto un’epigrafe in ricordo dei martiri di Chicago che avevano causato i disordini del 1 maggio 1886, unicamente per rivendicare la giornata lavorativa di otto ore.
Laureatosi a Pisa in Giurisprudenza nel 1889 con una tesi intitolata “La miseria e il delitto“, in antitesi con le tesi positiviste di Lombroso, continuò per tutta la vita ad occuparsi di criminologia, come è dimostrato dal fatto che anni dopo, in occasione di un ennesimo esilio in Argentina, tenne dei corsi di tale materia all’Università di Buenos Aires e fondò la rivista “Criminalogia moderna” in spagnolo.
Peraltro, piuttosto che dedicarsi ad una agiata vita di provincia come avvocato, dopo aver conseguito l’abilitazione professionale, si dedicò con tutte le sue forze all’emancipazione delle classi sociali più povere (che allora vivevano letteralmente in assoluta miseria e povertà), venendo nuovamente arrestato per aver organizzato la manifestazione del 1 maggio 1890, con l’accusa di “ribellione ed eccitamento all’odio fra le diverse classi sociali” e di “eccitamento allo sciopero e resistenza all’autorità”.
Avvicinandosi sempre più alle tesi dell’anarchia, nel 1891 iniziò la pubblicazione di un opuscolo dal titolo “L’amico del popolo“, un giornale che si autodefiniva “socialista anarchico” e di cui uscirono 27 numeri, tutti rigorosamente sequestrati. Trasferitosi a Milano come giovane collega del prestigioso studio di Filippo Turati, era ormai controllato a vista dalla polizia che lo sottopose a “sorveglianza speciale” e, all’approssimarsi di ogni primo maggio, lo arrestava preventivamente per evitare la sua partecipazione alla giornata di lotta.
La difesa in giudizio, quale legale, di operai e anarchici gli fu fatta pagare duramente: avendo difeso infatti a Milano un certo Sante Caserio, che anni dopo avrebbe assassinato il presidente francese Sadi Carnot, venne accusato di esserne un complice (senza alcuna prova se non quella dell’assistenza professionale) e per evitare la pesante condanna fuggì in Svizzera, a Lugano.
Arrestato anche in Svizzera e poi espulso, compose la sua canzone più famosa, la già citata “Addio a Lugano”. Riparò quindi a Londra, e successivamente negli Stati Uniti, dove tenne conferenze e dibattiti, spesso accompagnandosi con la chitarra e il canto delle sue ballate più famose quali “Inno del Primo Maggio” e “Stornelli d’esilio“.
Al ritorno in Inghilterra si manifestarono i primi sintomi della malattia che lo avrebbe presto condotto a morte: la tubercolosi. Fu questa la ragione per la quale il Governo del Regno gli concesse di rientrare in Italia con l’obbligo di risiedere all’isola d’Elba. Questo periodo di tranquillità venne di nuovo bruscamente interrotto nel 1898 allorché, a seguito della rivolta popolare per il prezzo del pane, il governo di Rudinì rispose ordinando al generale Bava-Beccaris di sparare sulla folla, causando a Milano numerosi morti e feriti.
Seguirono in tutta Italia manifestazioni di protesta e rivolta e Gori, che partecipò attivamente come organizzatore, fu nuovamente costretto a fuggire all’estero per evitare la pesante condanna che gli venne inflitta. Imbarcatosi per il Sud America fu un apprezzato conferenziere e docente all’Università di Buenos Aires.
La sua salute peggiorava, tanto è vero che nel 1902 gli venne concessa l’amnistia e fu autorizzato a rientrare in Italia, a Portoferraio, dove morì l’8 gennaio 1911. E’ sepolto nel cimitero di Rosignano Marittimo, dove riposa auspicando, come recita la targa posta dai liberi pensatori, un futuro di “giustizia e libertà“. Non possiamo chiudere queste brevi note senza ricordare come lo stesso Guccini si sia richiamato a Gori allorché compose la nota canzone “La locomotiva“.
P.S. Presso il Museo Civico Archeologico di Rosignano Marittimo è custodito il “Fondo Pietro Gori”, visitabile al pubblico, costituito da 832 volumi molti dei quali appartenuti alla Biblioteca privata di Gori, oltre a disegni, dipinti, fotografie e cimeli, nonché riviste e documenti.
Alessandro Re
