Qualcuno lo chiama “L’Octobre français” (“L’Ottobre francese”), sintesi suggestiva tra il Maggio francese che diede inizio al ’68 e la rivoluzione bolscevica dell’ottobre 1917. Ma al di là delle suggestioni del secolo scorso, le rivolte studentesche che infiammano da qualche settimana Parigi (ma anche altre città dell’Esagono) rappresentano un fenomeno meritevole di attenzione, soprattutto perché difficilmente decifrabili e ancor più difficilmente catalogabili negli schemi adottati negli ultimi anni dagli analisti.
Come sempre, non mi schiero e tento un’interpretazione sociologico/politica. Inizialmente si era tentati da un lato di ridurre le proteste, partite dal Lycée Saint-Exupéry di Créteil, nella periferia parigina, a un problema locale, di piccolo respiro. Gli studenti reclamavano per aule fatiscenti, scarsità di professori, programmi obsoleti. Insomma, ordinaria amministrazione.
Però, quasi in tempo reale la protesta si è diffusa in altre scuole, sino ad arrivare al Lycée Paul-Éluard, a Saint-Denis, divenuto epicentro e simbolo della rivolta. Sì, perché presto la contestazione si è trasformata in rivolta. E qui bisogna spendere due parole su Saint-Denis, capitale delle periferie disagiate, dove un terzo dei residenti è nato fuori dalla Francia, e, se si contano le seconde e le terze generazioni di immigrati, si arriva alla maggioranza assoluta della popolazione.
Lungi da me insinuare una correlazione tra immigrazione e delinquenza, fatto sta che Saint-Denis è considerata una delle zone più pericolose di Francia, con uno dei più alti livelli di criminalità. In alcuni quartieri della città (che è comune autonomo da Parigi), la polizia non può entrare. A meno che non si organizzi in spedizioni con dovizia di uomini e di mezzi, come se si trattasse di fare un’incursione, durante una guerra, in territorio nemico. Sarà un caso, ma le manifestazioni hanno assunto carattere violento e distruttivo con il passaggio del quartier generale a Saint-Denis.
E qui c’è stata la prima inversione di marcia: da innocue proteste per avere aule più accoglienti e meno affollate le manifestazioni sono state raffigurate come una recrudescenza delle jacquerie dei casseurs, gli spaccatutto. Una sorta di maranza con storia pluridecennale e ancora più propensi al vandalismo estremo. La narrazione dominante ha così ridotto il tutto a problemi di ordine pubblico. Ma anche questo storytelling è stato smentito o, almeno, fortemente ridimensionato. Nel cortocircuito interpretativo dell’Octobre français, è intervenuta una nuova chiave di lettura. Né piccoli problemi logistici, né vandalismi da parte di delinquentelli non integrati, bensì rivendicazioni più profonde e al tempo stesso più ampie.
Milo Goj
