Alberto Pasqual è uno degli artisti più interessanti della generazione di mezzo. Di lui apprezzo in particolare la maestria nel trattare i “materiali” che sembra quasi vivano di luce propria e assumano la stessa rilevanza, anche a livello di lettura semiotica, dei soggetti raffigurati. Va sottolineata anche la contemporaneità del suo pensiero che lo porta a far cadere i confini tra le varie espressioni artistico/creative. Anche il mercato sembra essersi accorto dell’importanza di Pasqual, come testimoniano i recenti risultati e presenze in asta. Per questo, ho chiesto a Martina De Tiberis, autorevole firma de L’Incontro ed esperta d’arte, di realizzare un’intervista esclusiva con il Maestro.

Milo Goj

 

Durante la Milano Design Week, dove il progetto si traduce spesso in forma, funzione e in un consumo immediato dell’immagine, il lavoro di Alberto Pasqual apre una frattura. “SÍLLOGE” dal greco “συλλογή” (“raccolta”) non è solo un titolo, ma una vera presa di posizione: una sintesi di materiali, esperienze e lavorazioni che prendono corpo nello spazio senza mai trasformarsi in una superficie pacificata.

All’interno dello showroom Alea Office, in via Tocqueville, la materia non arreda e non accompagna, bensì resiste. In un contesto dominato dal design, Pasqual sposta il centro dello sguardo: dalla funzione al processo, dall’immagine al tempo.

Artista friulano con una formazione tecnica da perito meccanico e un passato nella la- vorazione del ferro, Alberto Pasqual fonda la propria ricerca su una tensione conti- nua tra rigore e libertà. La sua pratica si colloca tra scultura e opere materiche, dove superfici ossidate, inci- sioni e combustioni si fanno linguaggio. Già nella mostra “È per sempre” del 2021, allestita negli spazi di Palazzo Contarini del Bovolo, affiorava una riflessione sulla trasformazione e sulla permanenza della materia.

Come emerge dal testo critico di Alessandra Santin, si tratta di una ricerca che attraversa e scompone la materia stessa e che nel progetto “SÍL-LOGE”, curato da Giovanna Carlot, trova una sintesi in cui peso e leggerezza convivono in un equilibrio instabile.

“SÍL-LOGE” richiama il concetto di raccolta. In che modo questo si traduce nel progetto che presenti alla Design Week?

“È una raccolta nel senso più ampio del termine, non solo di opere, ma di esperienze, di materiali, di passaggi. Ho voluto mettere insieme elementi diversi della mia ricerca, come acciaio, ferro e plexiglass che rappresentano momenti differenti del mio percorso. Non è una sintesi chiusa, ma un punto di arrivo temporaneo, qualcosa che tiene insieme ciò che ho fatto fino ad oggi.”

Alla Design Week il design è spesso legato alla funzionalità. La tua ricerca si inserisce in questo contesto o lo mette in discussione? 

“Il mio lavoro è vicino all’architettura e alla geometria, quindi, inevitabilmente entra in relazione con il design. Ma allo stesso tempo ne rompe l’equilibrio, perché non si limita alla funzionalità. Le forme che creo occupano lo spazio, lo modificano. Io lavoro sempre tra rigore e libertà ed è proprio questa tensione che crea un confronto, ma anche una frattura.”

Oggi arte e design sembrano sempre più vicini. Esiste ancora una distinzione?

“Esiste una linea molto sottile tra arte, design e artigianato. Non è una separazione netta. A volte un buon design è arte perché entra in una dimensione assoluta. Non credo sia necessario definirne i confini: quando dialogano, si crea qualcosa di interessante.”

Durante la Design Week tutto tende a essere consumato rapidamente. Ǫuello che presenti si presta a questa logica? 

“In realtà io la metto in discussione. La mia ricerca nasce per durare, per resistere nel tempo, non per essere consumata rapidamente. Non deve essere qualcosa di immediato e frugale, ma un processo che si sedimenta e continua a esistere anche oltre l’impatto iniziale. Può avere una forza nell’istante, certo, ma non si esaurisce lì: deve mantenere una presenza, una tensione che rimane. Mi interessa costruire qualcosa che abbia una sua persistenza, che non si esaurisca nella visione veloce ma che continui a restituire senso nel tempo. In questo senso quello che realizzo si oppone a una logica puramente consumistica dell’immagine”.

Nel tuo lavoro convivono rigore e libertà. Parti sempre da un progetto preciso?

“La maggior parte delle volte sì. Disegno, progetto e rielaboro con attenzione ogni passaggio perché ho una formazione tecnica e questo mi porta a considerare sempre proporzioni, linee e volumi. C’è una fase iniziale molto rigorosa, quasi strutturata, in cui cerco di dare ordine e direzione a ciò che voglio realizzare. Però questo non basta: a un certo punto interviene sempre una componente di libertà che supera il progetto iniziale. È lì che il processo si apre, si modifica, prende strade non previste. Ed è proprio in quel margine tra controllo e imprevisto che l’opera trova una direzione che non è mai del tutto governabile”.

Le tue opere non esprimono solo libertà, ma anche dolore. È una dimensione voluta?

“Sì, spesso c’è anche dolore. Il mondo oggi è ferito, attraversato da tensioni profonde e io non posso fare a meno di sentire questa condizione. Ǫuello che realizzo nasce anche da qui, da una percezione molto concreta di fragilità e di rottura. Le mie opere, segnate, trafitte, attraversate, non cercano di nascondere questa dimensione, ma di renderla visibile. Non è una scelta estetica, è qualcosa che emerge naturalmente dal processo.”

Il tuo percorso nasce anche da un’esperienza artigianale. Ǫuanto ha pesato nella tua formazione?

“Ha pesato moltissimo. Vengo dalla lavorazione del ferro, quindi il fabbro e l’artista, per me, sono sempre stati la stessa persona. Il fabbro affina l’artista, e l’artista aiuta il fabbro a uscire da una dimensione più tradizionale. È sempre stato un dialogo continuo tra tecnica e visione.”

Guardando avanti, verso quali direzioni si sta muovendo la tua ricerca?

“In questo momento sono impegnato in diverse mostre tra Udine, Pordenone, Sacile e Milano. A Pordenone sono presente anche al Museo Diocesano con un progetto dedicato ai cent’anni di Papa Ratzinger. Sto lavorando inoltre a sculture monumentali, fino a otto o dieci metri. Mi interessa che l’opera non sia soltanto da osservare, ma anche da attraversare e da vivere fisicamente”.

Martina De Tiberis

Martina De Tiberis

Laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Ferrara con il massimo dei voti. Nel 2021 ha intrapreso il percorso per diventare giornalista pubblicista,...

Discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *