Come sempre al giro di boa dell’anno ci si interroga sulla possibilità di leggere il futuro che ci aspetta. Mai come di questi tempi ci troviamo al centro di mutazioni epocali e di scenari complessi e il filo conduttore della nostra storia sembra essersi spezzettato. Nel corso del secolo, l’Occidente ha progressivamente abbandonato l’orizzonte del Dio della Bibbia. Non si tratta soltanto di un processo di secolarizzazione o di un declino della pratica religiosa, ma di qualcosa di più profondo e strutturale: la dissoluzione di un principio ordinatore del senso, capace di fondare l’agire individuale e collettivo, di orientare il tempo umano oltre l’immediatezza del presente.

Nel vuoto lasciato da questo ritiro non si è prodotta una pluralità di nuovi orizzonti, ma piuttosto una concentrazione. Oggi due soli dèi sembrano dominare il panorama simbolico dell’Occidente: il denaro e la tecnologia. Il primo, riduce progressivamente ogni cosa a bene scambiabile, a merce e consumo. Non soltanto gli oggetti, ma le relazioni, il tempo, l’esperienza e perfino l’identità vengono tradotti in valore economico. Carmelo Bene, anticipando la trasformazione dei consumatori in produttori di informazioni con l’avvento delle piattaforme, diceva nel 1983 “la civiltà dei consumi non produce oggetti da consumare, ma soggetti consumati”.

Il secondo, alimenta l’illusione prometeica che tutto sia possibile, che non esistano più limiti invalicabili, nemmeno quelli che per millenni hanno definito l’ontologia dell’umano: la finitudine, la fragilità e la morte. Il denaro rimane la figura centrale del panteon della generazione post-bellica, ma anche il denaro è una tecnica, una tecnica potente certo, ma si inserisce nel novero degli “strumenti” che l’uomo ha sviluppato per gestire il mondo. Oggi i nativi digitali hanno decisamente spostato la loro attenzione sulla tecnica come acceleratore di cambiamento e di produttore di ricchezza.

Denaro e tecnica non sono semplicemente strumenti, sono orizzonti di senso totalizzanti. Ed è proprio questa totalizzazione a restringere drasticamente gli spazi di manovra. Chi non si inscrive in questo universo — chi non parla la sua lingua, chi non condivide i suoi presupposti — rischia di restare fuori dalla koinè, dall’unico spazio simbolico riconosciuto come legittimo. La marginalità non è più soltanto sociale o economica, diventa ontologica.

Il tramonto dei produttori di senso

In questo scenario, quelli che storicamente sono stati i grandi “fabbricatori di senso” e gli equilibratori sociali sembrano aver perso la loro funzione. La Chiesa, che per quasi due millenni ha rappresentato la guida e l’orizzonte dell’agire umano di tutti, che fossero credenti o meno, “perché non possiamo non dirci cristiani”, non riesce più a parlare all’uomo occidentale. Non perché abbia esaurito il proprio patrimonio simbolico, ma perché non riesce più a tradurlo in un linguaggio che intercetti l’esperienza contemporanea. Non rappresenta più il valore fondante della comunità, né il luogo in cui il senso prende forma condivisa.

La politica, chiusa nella dimensione sempre più angusta del ciclo elettorale, ha perso credibilità e, con essa, la capacità di visione. Non indica più una direzione, non apre orizzonti, non articola un futuro, amministra l’esistente, rincorre l’emergenza, reagisce. La prospettiva lunga, quella che consente a una società di riconoscersi come progetto storico, è evaporata.

Anche gli intellettuali sembra abbiano concluso “la loro danza” alla fine degli anni ’80. La presunta “Fine della storia” segna forse l’ultimo momento in cui gli intellettuali hanno potuto parlare come interpreti di un senso universale. Privati di un ruolo simbolico riconosciuto, non rappresentano più un punto di riferimento collettivo.

La cultura, nel suo insieme, si ritaglia spazi sempre più angusti, settoriali, operativi, rinunciando a una visione di sistema. La letteratura, ad esempio, appare incapace — forse il canto del cigno è stato Pastorale Americana — di elaborare un’epopea condivisa, una narrazione capace di tenere insieme individuo e destino collettivo. La filosofia si fa sempre più tecnica, specialistica, spesso autoreferenziale. La psicologia, da teoria dei processi e delle strutture profonde dell’umano, si riduce sempre più a pratica di cura. L’antropologia e la sociologia faticano a parlare al di là dei propri recinti disciplinari. Paradossalmente, oggi le sole discipline che sembra ancora interrogare l’ontologia — il “che cos’è” del mondo — sono la fisica e la linguistica.

La meccanica quantistica, nel suo tentativo di penetrare il livello più profondo della natura, apre a una dimensione radicalmente controintuitiva in cui – per usare la celebre obiezione di Albert Einstein – “Dio sembra aver giocato a dadi con il mondo”. Partendo dalla “in-sensatezza” del comportamento della materia, la quantistica riavvicina spirito e materia, in una visione unitaria che incrina millenni di separazione e mette in crisi l’idea moderna di un reale pienamente trasparente, dominabile e disponibile all’uso. Questo filone di studi sicuramente apre prospettive tecnologiche avveniristiche, si pensi al quantum computer, ma contemporaneamente potrebbe ridisegnare una nuova metafisica e quindi una nuova prospettiva di senso per l’umanità.

In un contesto in cui molte discipline hanno rinunciato a interrogarsi sul senso generale, anche la linguistica – lavorando sulla comunicazione – rappresenta uno dei pochi campi di ricerca in cui la riflessione sull’umano e sulle dinamiche sociali non è stata completamente assorbita dalla logica tecnica o funzionalista. La poesia e l’arte provano a disegnare orizzonti di senso minimi, clandestini, talvolta segreti. Orizzonti ctonici, sotterranei, che non pretendono di sostituirsi ai grandi sistemi, ma che hanno la capacità di ridiscutere il processo in corso, di incrinarne l’evidenza. In questo spazio si colloca anche il linguaggio giovanile, non perché offra soluzioni, ma perché restituisce il rumore di fondo di una generazione che abita il vuoto di senso senza mascherarlo, che lo espone, lo esaspera, lo trasforma in gesto linguistico.

È poco, forse. Ma è ciò che oggi si riesce a immaginare. Non una nuova teologia, non una nuova ideologia, non un nuovo sistema, bensì frammenti di senso che resistono nel sottosuolo, in attesa del futuro, che nonostante tutto rimane ancora nelle nostre mani.

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo

Domenico Ioppolo è amministratore delegato di Campus (Gruppo Class) e direttore scientifico del Milano Marketing Festival. È stato Managing Director Emea di Nielsen Media, Ad di WMC, Initiave Media e...

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