A Giorgio Armani, scomparso ieri, 4 settembre, i media hanno dedicato, giustamente, enorme spazio. Ogni minimo dettaglio della vita e della carriera di Re Giorgio è stata descritto minuziosamente. Per questo non sto a percorrere la sua storia: non ho nulla di originale da aggiungere a quanto è stato scritto.
Vorrei comunque rimarcare due aspetti. Per me, il grande merito di Armani è stato quello di avere contribuito, probabilmente più di ogni altro, a cambiare la percezione dell’Italia nell’immaginario collettivo mondiale. Da pizza, mandolino e mafia a simbolo dello stile e del gusto. Quasi come la Francia e per certi aspetti ancora di più.
Lo spartiacque per alcuni sociologi fu “American gigolò”. Le lunghe sequenze in cui Richard Gere sceglieva i suoi outfit, dominati dai capi Armani, hanno contraddistinto il film, diventato un successo planetario e hanno segnato la nascita del made in Italy come lo intendiamo dagli anni 80. Leggenda vuole che Re Giorgio, tra l’altro appassionato cinefilo, non si sia limitato a fornire i costumi di scena, ma abbia partecipato attivamente alla sceneggiatura e persino alla produzione.
A ragione era convinto che una pellicola destinata a diventare un cult, interpretata da un divo che si stava affermando come sex symbol internazionale, avrebbe contribuito più di ogni campagna pubblicitaria a trasformare il suo brand in un mito.
L’altro aspetto su cui mi soffermo mi fa provare un po’ di vergogna per le nostre istituzioni. Trovo scandaloso che un personaggio come Armani, che ha contribuito a migliorare l’immagine del Paese, non sia stato nominato senatore a vita. Era successo anche per un altro protagonista di un mito italiano, Enzo Ferrari.
Del Drake si diceva che a impedirne la nomina fosse stata la sua vicinanza, mai rinnegata esplicitamente, al Fascismo. Qualcuno insinua che il più grande oppositore al laticlavio fu il Presidente-partigiano Sandro Pertini. Armani invece non è mai stato compromesso politicamente. Ma forse il motivo vero è che la nomina a Senatore a vita risponde più a criteri lobbistici (o almeno relazionali) che meritocratici.
Milo Goj
