Stiamo assistendo ad uno scontro epocale tra le democrazie di stampo liberale e le autarchie di stampo sovranista o populista, di destra o di sinistra. La Storia ci insegna che sempre, in questi momenti delicatissimi, lo strumento della propaganda dei vari attori in conflitto, diventa un’arma più importante anche rispetto ai mezzi militari tradizionali. Nel 2016 nel Regno Unito circolava una battuta significativa a questo proposito: “Il Regno Unito è stato conquistato con un solo carro armato! Alla metà del costo di un tank, l’informazione tossica proveniente e manipolata dalla Russia ha fatto vincere la Brexit”.

In questo articolo affronteremo proprio questo spinoso tema, declinato su diversi piani: (i) come alcuni governi illiberali stanno soffocando la stampa indipendente; (ii) come destreggiarsi tra le notizie che si reperiscono online: l’importanza della collaborazione dei cittadini ai fact-checker; (iii) quali possono essere le soluzioni per arginare un fenomeno che alimenta sistematicamente la manipolazione del dibattito pubblico attraverso i social network.

Conoscere la verità significa poter farsi un’opinione, decidere liberamente “da che parte stare”. Non dobbiamo mai dimenticarci che la libertà di espressione è tale se rispetta il diritto dei cittadini, a cominciare proprio dei più deboli, di essere correttamente informati. Infine, abbiamo cercato di mettere in evidenza le differenze culturali e giuridiche tra gli europei e gli americani su questo tema fondante delle democrazie. Insomma, non impigriamoci sulla fortuna di aver vissuto più di ottant’anni in pace: oggi la situazione ci impone di diventare tutti dei watch-dog proattivi nella difesa della libertà di informazione e della nostra autonomia di giudizio.

In tutta la storia contemporanea dell’umanità, i golpisti hanno sempre avuto come primo obiettivo quello di conquistare la sede delle televisioni. I dittatori, con il controllo dell’informazione, hanno sempre potuto gestire i rapporti con la popolazione in modo cinicamente speculativo e manipolatorio in proprio favore. Spesso per giustificare la conquista del potere in modo più o meno violento, oppure per difendere la tenuta di un regime autoritario traballante e in crisi, gli autarchi di turno, proprio attraverso l’asservimento della stampa in senso lato, hanno potuto mantenere il potere, inventandosi nemici esterni, enfatizzando i propri meriti, comunque informando in modo distorto i propri cittadini spesso inconsapevoli.

Tutto questo ha caratterizzato le relazioni internazionali all’interno di una società mondiale non interconnessa, basata sui media tradizionali (televisione, radio e giornali). Dall’avvento di Internet lo scenario è profondamente cambiato. La connettività tra i cittadini del villaggio globale è diventata, via via, totale sia in senso verticale, dei governanti verso i cittadini, sia orizzontale tra gli stessi cittadini tra di loro. Il controllo è diventato più difficile, forse impossibile. Tutti siamo diventati protagonisti attivi (cronisti, seppur non professionali, dell’attualità con video, fotografie e circolazione di messaggi) e passivi (destinatari di un bombardamento informativo continuo, ossessivo e spesso tossico e manipolatorio).

Come reagire? Come difendere la nostra libertà di opinione continuamente minacciata: il nostro diritto di poter essere informati in modo trasparente, riconoscibile, non caratterizzato da fonti anonime? Proviamo ad analizzare, per aiutarci a capire, gli ultimi episodi di questa escalation informativa…o meglio disinformativa, che sembra sempre di più una valanga che si va ingrandendo, giorno dopo giorno, facendoci vivere in un permanente caos disinformativo.

Le tecniche per zittire la stampa dei dissidenti

Le società editrici dei giornali in tutto il mondo hanno bisogno dei ricavi per finanziare le proprie attività. Tre sono le principali fonti di incasso per la stampa indipendente: la pubblicità, le donazioni (pubbliche e private), gli abbonamenti.

Abbiamo sotto gli occhi, purtroppo senza accorgercene o senza dare troppo importanza a questi fenomeni, diversi esempi in paesi come l’Ungheria, la Polonia, la Slovacchia e la Turchia dove il governo sta proprio silenziando i media dissidenti attraverso la chiusura dei rubinetti dei ricavi, mandandoli sostanzialmente in bancarotta. In certi casi, addirittura, come vedremo, per ricomprarseli a basso prezzo e trasformarli poi in megafoni della propaganda di regime.

Sul fronte della pubblicità, l’intervento delle leadership autarchiche è molto semplice: le pubblicità delle varie iniziative degli enti pubblici del paese (Stato, regioni, comuni) sono immediatamente tagliate e ripianificate  soltanto sui media cosiddetti amici, escludendo quindi l’allocazione dei messaggi e delle campagne pubblicitarie su quei media percepiti come ostili. In tal modo si privano i media indipendenti dei ricavi fondamentali per la loro sopravvivenza. Quando scattano questi tipi di provvedimenti, purtroppo, si nota anche che molti soggetti privati si adeguano per paura di perdere le lucrative commesse pubbliche.

Sul fronte delle donazioni si emanano, invece, delle leggi contro gli agenti stranieri sul modello della Russia di Putin: si mira a far percepire i media che ricevono donazioni da soggetti esteri come “quinte colonne” di un potere nemico da combattere e arginare. E oplà il gioco è fatto. Ancora più semplice è la manipolazione del mercato degli abbonamenti. Solo una minoranza del pubblico è oggi disponibile a sottoscrivere gli abbonamenti ai giornali anche online in Italia: tanto per darvi un dato, la percentuale del 10% secondo l’ultimo report della Reuters Institute. Quindi sono un fenomeno molto marginale che non merita troppa attenzione da parte dei governi autocrati.

L’Unione Europea sta provando ad arginare tale fenomeno di marginalizzazione della stampa indipendente da parte dei governi centrali. L’articolo 25 dell’European Media Freedom Act (EMFA), approvato nel 2024 recita testualmente: “I fondi pubblici o qualsiasi altro corrispettivo o vantaggio messo a disposizione, direttamente o indirettamente, dalle autorità o dagli enti pubblici ai fornitori di servizi di media… sono assegnati secondo criteri trasparenti, oggettivi, proporzionati e non discriminatori… Gli Stati membri si adoperano per garantire che la spesa pubblica annuale complessiva   destinata alla pubblicità di Stato, sia distribuita tra un’ampia pluralità di fornitori di servizi di media rappresentati sul mercato, tenendo conto delle specificità nazionali e locali dei mercati dei media interessati”.

Proprio in Ungheria, uno dei paesi più interessati da questo pericoloso fenomeno che tende a imbavagliare chi non la pensa come il governo, due editori locali, uno del giornale conservatore Magyar Hang e l’altro rimasto anonimo, hanno presentato alla Commissione Europea una vera e propria denuncia contro il governo di Budapest per Aiuti di Stato illeciti a favore di testate “amiche”. Come ha scritto Simone Benazzo su Linkiesta, i due editori dissidenti hanno sostenuto che gli investimenti pubblicitari ridistribuiti dal governo di Orban ad un ristretto gruppo di media per iniziative pubblicitarie negli ultimi 10 anni (stiamo parlando di più di 1 miliardo di euro) rappresentino una distorsione del mercato. Ci sarebbe stata quindi una violazione della normativa sulla libera concorrenza nel settore mediatico ungherese. La brillante strategia dei due editori magiari si fonda su una constatazione apparentemente banale ma in realtà molto sottile e convincente dal punto di vista giuridico.

Infatti, mentre Bruxelles è tradizionalmente titubante a scontrarsi coi paesi membri su questioni relative a valori, stato di diritto e garanzie democratiche, i commissari europei sono di norma molto più reattivi, quando si parla del funzionamento del mercato interno e quindi della difesa della concorrenza. I legali dei ricorrenti hanno accompagnato la denuncia con un corposo studio di 75 pagine curato da un  ex funzionario della Direzione Generale della Concorrenza Kai-Uwe Kuhn che ha documentato, con grande evidenza probatoria, l’effetto concreto di queste pratiche sull’audience dei giornali ungheresi coinvolti. Il gruppo di lavoro di Kuhn ha utilizzato lo strumento del Market Economy Operator Principle (Meop), considerato dalla Corte di Giustizia un autorevole e scientifico criterio di riferimento per l’accertamento degli illeciti concorrenziali in materia di Aiuti di Stato.

In sintesi, per determinare se un finanziamento statale rappresenti una distorsione del mercato, il Meop cerca di valutare se un operatore privato, dalle dimensioni comparabili a quelle dello Stato in questione, avrebbe realizzato lo stesso tipo di investimento. L’obiettivo è capire se un determinato tipo di finanziamento statale abbia avuto senso sul piano economico per l’amministrazione pubblica che l’ha accordato o se abbia invece avuto motivazioni di altro genere… zittire la concorrenza dei giornali dissidenti… per esempio!

Le conclusioni del documento sono perentorie: “Abbiamo dimostrato che in tutti e tre i settori dei media (giornali, piattaforme online e TV il Meop è stato sistematicamente violato. L’importo degli aiuti di Stato è stato particolarmente elevato nel periodo dal 2015 al 2023. La violazione ha riguardato in modo selettivo i media allineati con la politica del governo, con Aiuti di Stato che si sono palesati quando i giornali hanno iniziato a manifestare il proprio consenso al governo di Orban. Gli investimenti sono scomparsi quando gli editori si sono rivelati non più allineati con il governo. Si tratta quindi chiaramente di un Aiuto selettivo a favore di questi media”.

Dunque, conclude il rapporto del team di Kuhn, la distribuzione dei fondi pubblicitari decisa dal governo non ha mai seguito alcuna logica di mercato. Adesso bisogna vedere cosa deciderà la Corte di Giustizia in merito. Il dato confortante è che alcuni editori ungheresi, pochi per la verità, non si sono ancora arresi all’imbavagliamento deciso dal governo di Budapest.

Gli algoritmi e i BOT sono le nuove armi per la manipolazione dei nostri cervelli

Ci stiamo finalmente accorgendo che il mondo digitale è percorso da eserciti e poteri invisibili, anonimi, senza bandiere o mostrine. I social network sono canali molto più permeabili alle interferenze straniere e alle pressioni delle organizzazioni politiche rispetto alla tradizionale televisione nazionale. Se una rete straniera prova a influenzare il dibattito politico di un altro paese, come successo e come forse sta ancora succedendo in Romania e Georgia, per citare gli ultimi casi accaduti e provati, è molto complicato capirlo, individuarlo e provarlo. Se un paese straniero compra 10.000 BOT e li istruisce per commentare e condividere fake news, infangare un candidato o promuovere una certa teoria politica, chi se ne accorge? Chi può intervenire per arginare tale devastante propaganda illecita?

Noi oggi stiamo sottovalutando il potere di distorsione dei social network. D’altronde siamo noi stessi protagonisti di quella manipolazione: abbiamo un ruolo attivo quando scriviamo, postiamo, selezioniamo le informazioni e i contatti. Ed è proprio questo tipo di condotta che offre la possibilità ai Bot ammaestrati di manipolarci. Vale la pena di ricordarci che con il termine Bot, abbreviazione di Robot, nella terminologia informatica si intende un programma che accede alla rete attraverso lo stesso tipo di canali utilizzati dagli utenti per svolgere attività di raccolta dati o manipolazione delle piattaforme in rete in maniera autonoma.

Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si hanno sempre maggiori difficoltà nel distinguere un Bot da una persona vera all’interno delle reti sociali. Con l’uso dei Bot ammaestrati, dicevamo, e gli algoritmi, queste nostre condotte partecipative e quasi ossessive sui social network, permettono alle macchine di raggiungere i propri obiettivi e lavorare su quelli. Da notare tra l’altro che gli eserciti di Bot anonimi non costano praticamente niente. I Bot sono micidiali come i droni. Si può manipolare l’opinione pubblica con qualche migliaio di account falsi su qualsiasi social network oppure con dei video posizionati su YouTube o con delle inserzioni mirate su Facebook.

E torniamo all’esempio della Brexit, quando lo scoppio dello scandalo di Cambridge Analytics dimostrò che la manipolazione del voto al referendum inglese fu decisiva e costò molto meno dell’acquisto di un carrarmato. Proprio quanto emerso dallo scandalo inglese, ci ha permesso di capire quanto la manipolazione dei nostri cervelli possa essere semplice e banale: i social network ti consegnano su un piatto d’argento le persone più sensibili a un certo tema e questi soggetti vengono bombardati, da quel momento, con messaggi su misura. Niente propaganda di massa dunque: propaganda di precisione!

Giovanni Perazzoli in un suo recente contributo su questo drammatico pericolo per le nostre democrazie, ci ha ricordato il caso della cittadina gallese di Ebbw Vale, dove il 62% degli elettori scelse di lasciare l’Europa nonostante fosse tra le aree che più avevano beneficiato dei fondi europei, con 1.800.000.000 di sterline. In quella città, Bruxelles aveva finanziato un centro tecnologico e un complesso educativo, entrambi visibili e moderni ma ignorati nella percezione dell’opinione pubblica. Gli abitanti di Ebbw Vale non avevano mai denunciato problemi con i migranti eppure sono stati tutti convinti da meme, video, fake news e Bot che ondate di turchi avrebbero preso residenza proprio sul loro territorio, portandogli via lavoro e case.

Anche le elezioni presidenziali americane del 2016 hanno visto campagne di disinformazione sistematica, dirette contro Hilary Clinton, orchestrate da operatori stranieri (probabilmente russi) con account fittizi, pagine farlocche e meme virali. Tutti questi tipi di intervento illecito sono stati documentati, studiati, esposti in atti di commissioni parlamentari e di rapporti di intelligence. Eppure, salvo il caso recente della Romania, non c’è stata nessuna reazione reale. Costerebbe tanto poco chiedersi se dietro un account ci sia una persona vera oppure una macchina: eppure non lo si fa!

Questa indifferenza ha portato quasi ad un paradosso: oggi sono proprio le democrature, le autarchie elette dal popolo, a spingere per indire le elezioni in vari paesi. Sono proprio gli autocrati che le vogliono perché sono consapevoli di avere un vantaggio competitivo notevole proprio nell’uso degli strumenti digitali di propaganda. Chi minimizza questo fenomeno non sta capendo il presente e diventa, anche se inconsapevolmente, complice delle propagande non democratiche.

L’importanza di un fact-checking partecipativo e collettivo

Siamo reduci dalla lettura di alcuni report realizzati dall’organizzazione privata Bellingcat, guidata da Elliot Higgins che ha effettuato una lunga indagine su un’ampia gamma di vicende: dagli attacchi con armi chimiche in Siria all’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines sull’Ucraina orientale. L’obiettivo dell’associazione guidata da Higgins è proprio quella di smascherare le bufale e di verificare le varie narrazioni contrastanti o contraddittorie che tendono a emergere su come si siano svolti eventi di questo tipo. L’attività si svolge attraverso un’operazione di fact-checking basata sull’utilizzo di dati open source per identificare persone, armi, veicoli e così via.

Spesso questo lavoro di analisi porta l’organizzazione di Higgins a scoprire che alcune delle storie che leggiamo sui social network sono frutto di pura disinformazione o di teorie complottiste. Eppure, proprio queste storie continuano a guadagnare popolarità nell’ambito di enormi comunità online. Higgins, scrive che “Molti gruppi diversi fra loro, come ad esempio i terrapiattisti, i No Vax e i negazionisti del cambiamento climatico condividono spesso la stessa sfiducia nella scienza tradizionale e la stessa attrazione per le teorie marginali. I No Vax, ad esempio, si uniscono ai terrapiattisti nel rifiutare le nozioni supportate da un consolidato consenso scientifico e nel preferire delle spiegazioni alternative che si allegano alle loro convinzioni”.

Questa sfiducia è spesso radicata nella sensazione di essere stati traditi o danneggiati dalle élite. Quando questo atteggiamento diventa la norma allora si incomincia a pensare che chiunque sostenga la posizione dell’autorità costituita, dell’élite da contestare, debba essere per forza colluso con loro o che semplicemente ignori completamente quale sia la verità. Le relazioni dell’associazione Bellingcat ci dimostrano, come abbiamo detto, attraverso degli esempi concreti, l’intreccio di campagne di disinformazione di cui siamo potenzialmente tutti candidati a diventare vittime manipolate. Il primo esempio che vale la pena di riferire riguarda la disinformazione avvenuta intorno alla guerra civile siriana. Alcune comunità erano convinte che i media tradizionali e le organizzazioni internazionali stessero deliberatamente diffondendo false reazioni sugli attacchi chimici contro i civili siriani ordinati dal presidente Assad.

In particolare, costoro pensavano che gli attacchi fossero stati inventati o che fossero da attribuirsi esclusivamente all’Isis o ad Al-Qaeda. I follower di queste teorie iniziarono a rivolgersi a comunità online alternative che convalidavano il loro scetticismo e li rendevano ancora più ostili verso le fonti tradizionali. Queste persone condividevano post, blog e video che tratteggiavano l’immagine di un grande complotto e questo li rafforzava nella loro convinzione di essere gli scopritori di quella “verità” che altri stavano cercando di occultare.

In tal modo si era creato un circuito vizioso di feedback in cui la sensazione di essere nel giusto percepita da queste persone si rafforzava grazie a ogni “prova” in cui si imbattevano e che consolidava sempre più la loro diffidenza nei confronti di fatti accertati. Secondo Higgins, la maggioranza delle persone che entrano a far parte di questo genere di comunità non ha l’obiettivo di disinformare gli altri. Lo fanno, piuttosto, per trovare la verità. Ma la lente attraverso cui queste persone vedono il mondo finisce per essere definita esclusivamente dal loro senso di tradimento e sfiducia che viene sempre più rafforzato e intensificato dalle disinformazioni esistenti nei vari social network online.

Passando dall’analisi del problema alle possibili soluzioni, Higgins e convinto che la risoluzione non possa essere fornita soltanto dalle tecniche di fact-checking perché i fact- chaker saranno perlopiù visti da chi è incline al complottismo, come “l’altra parte” di cui non ci si può fidare e di cui si possono facilmente ignorare le opinioni. D’altra parte, osserva ancora Higgins, l’inazione, il non fare nulla in altre parole, non farà altro che far crescere il problema.

L’Unione Europea ha implementato il Codice di Condotta sulla disinformazione puntando ad aumentare la trasparenza e la responsabilità delle piattaforme di social media, imponendo ai firmatari di rimuovere gli account falsi e di ridurre la diffusione della disinformazione. In America è stata lanciata la pagina web Rumor Against Reality per contrastare la disinformazione sul processo elettorale. Soltanto se tutti noi diventeremo consapevoli del rischio che corriamo e inizieremo ciascuno pro quota a diventare dei fact-checker possiamo uscire da questo incubo manipolatorio. Alcune possibili soluzioni a questo tragico e pericoloso contesto.

In base alle ricerche che abbiamo effettuato e che vi abbiamo raccontato, abbiamo provato a individuare delle soluzioni.

  1. Un serio intervento mirato a ridurre ed arginare questo oceano di disinformazione manipolatoria deve puntare ad una regolamentazione chiara e severa contro l’anonimato in rete e la disciplina del funzionamento degli algoritmi. L’anonimato non può essere più la regola generale: deve diventare l’eccezione, giustificata di volta in volta, regolata e garantita da autorità terze e indipendenti.
  2. Chi partecipa al dibattito pubblico-commenta articoli, pubblica video, post opinioni. Deve registrarsi con un documento, proprio come accade quando firmi una petizione o presenti un reclamo. Dietro al soprannome, deve esserci un essere umano tracciabile in caso di abuso. È una garanzia per tutti, non una censura! I Bot anonimi vanno semplicemente vietati e cancellati.
  3. Serve poi, come già previsto dalla normativa europea in materia, una trasparenza totale per ogni contenuto sponsorizzato o politicamente orientato. Se paghi per promuovere un messaggio, deve essere chiaro chi sei, quanto hai speso, qual è il tuo obiettivo. Come per la pubblicità elettorale nei giornali o in televisione, tutto deve essere dichiarato e verificabile.
  4. L’algoritmo è un’altra forma di anonimato inaccettabile. Chiunque abbia cliccato per errore o per curiosità su un certo video, su YouTube, sa bene cosa accade: si trova immediatamente sommerso da contenuti simili per giorni e giorni. Viene risucchiato in una bolla informativa dove trova sempre le stesse persone e le stesse tematiche. Gli algoritmi non sono neutrali. Se Facebook o TikTok ti mostrano certi contenuti invece di altri, hai diritto di sapere la ragione. Hai diritto soprattutto di poter disattivare la personalizzazione e scegliere un flusso cronologico neutro, come quando sfogli un giornale cartaceo.
  5. Last but not least… occorre monitorare e rendere pubbliche le grandi ondate virali. Un post che raggiunge una certa soglia di visibilità dovrebbe entrare in un registro accessibile a tutti. Dobbiamo smettere di credere che tutto ciò che è virale sia spontaneo. La democrazia si gioca non solo nelle urne, ma nella qualità del discorso pubblico. Se, come ci ammonisce Giovanni Perazzoli, il dibattito pubblico diventa doppato, manipolato, alterato da presenze artificiali o irresponsabili, la democrazia è sotto scacco, in maniera strisciante e pericolosissima.

La differenza tra UE e USA

L’Europa deve essere fiera di aver incominciato a produrre una normativa seria e costruttiva in questo settore, cosa che gli americani non stanno facendo. La legislazione americana è stata finora improntata soprattutto  sulla Section 230 del Communication Decency Act: ha una filosofia diversa da quella europea, di tutela più del cittadino in quanto consumatore, che non del cittadino in quanto tale. Di conseguenza sottrae le piattaforme dalla responsabilità per i contenuti di terzi. Il sistema americano pone l’accento più sulla libertà individuale.

Quello europeo più sulla difesa della dignità del cittadino che può essere danneggiata dalla disinformazione e dai contenuti nocivi. Da una parte il Primo Emendamento della Costituzione americana, dall’altra l’articolo 2 del Trattato dell’Unione Europea. Nell’UE, che difende comunque la sacralità del diritto d’espressione, c’è anche la preoccupazione che l’abuso del diritto non leda altri diritti soggettivi, che i contenuti nocivi non danneggino i soggetti più deboli. In America, soprattutto oggi con Trump, ci troviamo di fronte ad una interpretazione più estrema rispetto al passato del cosiddetto Free Speech.

Concludendo, dobbiamo pretendere di essere messi in condizione di capire sempre quale sia la fonte delle informazioni che ci stanno arrivando sul nostro device, comprendendo di conseguenza chi e perché sostenga certi idee. Il Sapere chi sia e il potere di identificare quindi il soggetto che ci sta informando, ci dovrebbe permettere di trovarci in una posizione più forte nel discriminare i contenuti dell’eventuale manipolazione. Dobbiamo combattere le nebbie della disinformazione o delle falsità, pretendendo trasparenza e riconoscibilità delle fonti delle nostre informazioni. In una delle prossime puntate vi racconteremo come George Orwell, ormai 90 anni fa, aveva già inquadrato questo genere di problematiche, ponendosi il problema di come garantire un’informazione veritiera e non tossica. Buona settimana a tutti.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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