“La decisione della Corte Suprema americana sull’aborto segna la peggiore regressione della democrazia Usa degli ultimi cento anni almeno”.

Persino un bravo collega giornalista, Angelo Raffaele Marmo, firma di punta di QN, nonché scrittore affermato, si è lasciato andare a dichiarazioni apodittiche, al limite del metafisico, commentando sul suo profilo Facebook, la recente sentenza della più alta Corte della magistratura federale degli Stati Uniti.

Per l’illustre penna, la decisione avrebbe costituito quindi un vulnus alla democrazia, più grave della guerra del Vietnam, delle menzogne sulle armi di distruzione di massa e dei continui oltraggi allo Stato di diritto perpetuati a Guantanamo. Il fatto è che questa visione apocalittica non rappresenta un fenomeno isolato.

Il vasto eco dei mass media mainstream

Un piccolo esempio tratto da un’esperienza personale. Appena dopo la sentenza, un’altra mia collega. E. G. per vent’anni giornalista in Condè Nast, gruppo editoriale attento non solo al glamour, ma anche ai diritti delle donne, mi ha telefonato furibonda gridando: «Gli americani sono pazzi criminali, hanno vietato l’aborto». Il punto è proprio questo. I media mainstream hanno presentato la decisione della Corte Suprema come la fine dell’aborto.

Non ritengo di avere titolo per entrare nel dibattito etico, né tantomeno medico scientifico, su questo tema. Come attento studioso della comunicazione posso però dire che, indipendentemente dalla scelta delle parole che formalmente in alcuni casi erano corrette, il messaggio emotivo che è passato in tv e sui giornali è quello del divieto di abortire.

Ma come stanno andando veramente le cose?

Su L’Incontro, Riccardo Rossotto ha spiegato in modo chiaro ed esaustivo che non è affatto così (Vedi l’integrazione all’articolo Saremo sempre dalla parte dei diritti lesi!). «Eccovi dunque il quadro della situazione legislativa in America dopo la decisione della Corte Suprema. Nella sostanza la scelta operata dai membri della Corte è stata quella di non considerare l’aborto un diritto costituzionale, rinviando ai Parlamenti dei singoli Stati americani la scelta legislativa da effettuare. I giudici hanno stabilito che a dover decidere “se” e “come” l’interruzione di gravidanza possa avvenire, debbano essere i cittadini (o meglio, i loro rappresentanti in Parlamento). E non i giudici.

I cittadini attraverso il voto hanno la possibilità di mandare in Parlamento i propri rappresentanti, ovviamente affidandosi alle loro promesse elettorali a favore o contro l’aborto. La Corte Suprema americana si è mossa dunque all’interno di un quadro costituzionale, non rilevando che l’interruzione preventiva di una gravidanza sia uno specifico diritto previsto dalla costituzione americana. Adesso, la palla passa ai singoli Stati, o meglio, ai loro Parlamenti che sono formati dai rappresentanti democratici e repubblicani eletti dai cittadini dei singoli Stati. Ogni Parlamento avrà l’autonomia e l’indipendenza di decidere in merito alla legge da votare e deliberare sulla liceità o meno dell’aborto e sui suoi eventuali limiti e vincoli».

L’ennesimo caso di disinformazione di massa

Non si tratta quindi, come il circolo mediatico ha fatto credere, di oltraggio alla democrazia. Anzi, la palla è passata, al popolo e ai suoi rappresentanti. Il che (nonostante alcuni opinionisti legati alle elite auspichino la fine del suffragio universale), dovrebbe rappresentare l’essenza stessa della democrazia. Non mi è dato sapere se i media mainstream abbiano fatto passare un messaggio distorto per incuria, oppure perché esasperare (fino a stravolgere) una notizia ne accresce l’impatto, oppure sotto la spinta di qualche lobby. Sta di fatto che si è trattato dell’ennesimo caso di disinformazione. E questa reiterazione di fake news spiega bene perché la credibilità dei cosiddetti mezzi d’informazione sia, non solo a livello italiano, in costante discesa.

In arrivo l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità

Tornando in Italia, la situazione sembra ancora più surreale, con i media e il Palazzo che concentrano l’attenzione su questioni irrilevanti, come la spaccatura dei pentastellati o le presunte liti tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il Paese invece sta affrontando un periodo tragico. Parlando con alcuni top manager della grande distribuzione e delle aziende di largo consumo è emerso il forte timore che la diga alla crescita forsennata dei prezzi dei beni di primi necessità, alimentari innanzitutto, potrebbe crollare, con aumenti anche al 30%.

A quel punto l’espressione “diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie”, suonerebbe come una formuletta astratta. Mezza Italia rischierebbe di avere difficoltà a comprare da mangiare. Spero ovviamente che si tratti di esagerazioni. Comunque a questo tema e ad altri aspetti “concreti”, l’Incontro dedicherà alcuni articoli, anche in vista delle elezioni politiche del 2023.

Milo Goj