Un amico mi rivolge una domanda interessante a cui tento di dare una risposta, prima di tutto a me stesso: “Abbiamo sopravvalutato la democrazia americana?”. Propongo una risposta generale e una specifica. In generale, possiamo dire che la democrazia liberale è, per definizione, sempre in crisi. È il frutto di un conflitto perpetuo e istituzionalizzato, mai statica e mai perfetta. In America i principi democratici, emersi nel Settecento, si sono sviluppati e applicati – tra mille contraddizioni – prima e più che altrove. Erano un obiettivo, un sogno per molti e verso la realizzazione della democrazia si cercava di procedere tra mille contraddizioni.

La democrazia perfetta è paradossalmente la negazione della democrazia: quindi, in America e altrove, non è mai esistita. Tuttavia, negli USA, due elementi fondamentali erano stati interiorizzati dai singoli cittadini e dalla collettività più profondamente che in Europa e in altri Paesi: (a) il rispetto per i diritti del singolo cittadino che maturava la convinzione di avere il diritto di essere libero in un paese libero; (b) la fede nelle istituzioni di governo rappresentative, o meglio la legittimazione di esse. Usando gli antichi termini greci, si potrebbe dire che si poteva contare su un “demos”, cioè cittadini organizzati e responsabili.

Al punto (a), nella vecchia Europa dell’Ottocento, pochi davvero credevano, tanto meno il popolo che non aveva coscienza del proprio potere collettivo e mancava della speranza di riscatto. Il popolo della vecchia Europa e di molti altri Paesi più che un “demos” era un “plethos”, cioè una moltitudine disorganizzata e senza coscienza di sé. Al più si trasformava in “ochlos”, cioè una folla spesso arrabbiata e sfruttata da chi deteneva un potere illegittimo.

Oggi tutti pensiamo che il diritto alla libertà sia una condizione imprescindibile della vita umana. Però s’è perduta la fiducia e, di conseguenza, la legittimazione dei processi democratici, dei rappresentanti e delle istituzioni, per cui sta crollando il castello della democrazia in divenire, fondato su emozioni e idee più che su una solida ingegneria istituzionale che ne è la conseguenza.

Nello specifico della domanda (se abbiamo sopravvalutato la democrazia americana) io risponderei Sì e No! Negli Stati Uniti la democrazia si impara fin dall’asilo e nelle scuole, nei quartieri, nelle parrocchie o nelle squadre sportive. I cittadini maturano molto più che in Europa e altrove il senso di partecipazione alla cosa pubblica e alla comunità. Si pagano tasse locali, ci si organizza per qualsiasi cosa, si vota per tutto e via dicendo. A livello locale è ancora possibile (sempre meno) praticare forme efficaci di partecipazione democratica. Ma la grande politica federale (anche statale e delle grandi città), cosiddetta democratica, è corrotta e oligarchica in modo ormai insopportabile da molti decenni.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale, come avevano messo in rilievo già dagli anni Cinquanta e Sessanta molti osservatori di area democratica tutt’altro che antiamericani, gli USA hanno subito una sempre più rapida involuzione oligarchica e militare anche nei rapporti tra centro e periferia. Le decisioni, anche economiche e fiscali, sono sempre più accentrate nel governo federale. Trump è un punto di arrivo, non di partenza, della progressiva delegittimazione delle istituzioni. Questa crisi si evidenzia nel momento in cui la politica, e in particolare il Presidente, non riesce a rappresentare la sintesi del sistema politico, eterodiretto dalle oligarchie finanziarie e militari, al punto che i poteri lottano tra loro per delegittimarsi, sia in modo evidente sia dietro le quinte.

Trump ha evidenziato la mancanza di sintesi – quella che, a torto, nel linguaggio corrente si chiama alla leggera “leadership” – nel ricomporre lo scontro tra poteri vari, fazioni interne, istituzioni contrapposte e gruppi sociali. Nonostante le grida e i proclami, non ha messo in pratica pressoché nulla di quanto avrebbe voluto. Possiamo esserne contenti, visto che quanto proponeva non ci piaceva, ma non è segno di salute delle istituzioni. Trump ha avvelenato ulteriormente il clima sociale e accentuato la delegittimazione di istituzioni già in crisi.

Chi gli succederà potrà apparire a molti più civile nei modi e proporre alcuni contenuti più condivisibili e moderati, ma, nella sostanza, farà solo finta di esercitare un potere che la politica ha perduto assieme al consenso e dovrà fare i conti con oligarchi e fazioni interne incontrollabili, in grado di esercitare poteri che sfuggono alla sintesi politica ricondotta alle istituzioni ed elaborata dalle istituzioni.

“La politica estera comincia da quella interna”: le incertezze nelle relazioni internazionali degli USA, dalla perdita di autorevolezza e dalle contraddizioni nel seguire una linea coerente, nascono anche dalla decadenza interna. Le stesse considerazioni valgono per l’Europa e per l’Italia: il governo della prima ha scelto di porsi in netto contrasto con Trump, essendo diretta emanazione dei suoi oppositori interni. Il governo italiano si barcamena come può e forse è davvero l’atteggiamento più serio in questa situazione di incertezza.

Corrado Poli

Corrado Poli

Corrado Poli, docente di geografia politica e urbana, editorialista e saggista

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