L’ho sottolineato più volte nei miei recenti editoriali. Sui social (ma non solo) imperversa l’abitudine, per qualsiasi argomento, dalla vaccinazione di massa anticovid, allo sbarco sulla Luna, a dividersi in schieramenti opposti, che non si confrontano con argomentazioni approfondite ed espresse in modi civili, ma, al contrario, si affrontano con toni e atteggiamenti da tifoserie calcistiche.
Una tendenza confermata anche durante il “dibattito” relativo al recente referendum sulla giustizia. Al posto di discutere sul “merito” (comprensibile, in realtà solo per una minoranza degli italiani) sono volate offese come: mafiosi, ipocriti, forcaioli, corrotti. Questa puntata di In/Contro non mette a confronto due opinioni diverse sullo stesso tema, ma mostra come due interventi su questioni attuali possono, al posto di scadere in polemiche sterili e volgari, essere trattati in modo professionale, al di fuori di uno spirito partigiano.
Milo Goj
Le democrazie sono davvero in pericolo? Che cosa può insegnarci il passato della democrazia rispetto al futuro che ci aspetta? In che modo la conoscenza dei vari modelli di democrazia che si sono sviluppati nei secoli può rappresentare una lente per riflettere sul potere, la cittadinanza e la fragilità dei governi attuali? Come arginare il consenso verso il modello delle autocrazie, molto più efficiente apparentemente del modello democratico?
Riflettiamo insieme su questi temi di drammatica attualità, tratti dalla lettura di due testi, scritti da due autorevoli esperti della materia, gli americani Josiah Ober, storico dell’antica Grecia e della democrazia, che insegna a Stanford in California e Ben Ansell, docente di Istituzioni Democratiche Comparate a Oxford. Ober ha scritto “Demopolis: Democracy before liberalism in theory and practice”(Cambridge, University Press, 2017); Ansell ha pubblicato: “Why politics fails. The five Trap of the Modern World & how to escape them” (Penguin Random House, 2023).
Ma come, potrebbe dire qualcuno di voi: due americani che spiegano a noi europei la storia e la decadenza della democrazia nata nella nostra Europa? Proprio così, perché in fondo, entrambi arrivano, seppur attraverso percorsi diversi, ad una constatazione analoga: il modello democratico è in crisi per colpa nostra!
Prima di entrare nel merito delle tesi sostenute nei loro libri, come sempre, due parole sugli autori. Josiah Ober è nato a Brunswick, Maine, Stati Uniti, nel 1953. È uno dei più importanti storici e teorici della democrazia. Ha redatto contributi fondamentali alla conoscenza di questa forma di governo a partire dalla democrazia ateniese. Proprio alcuni mesi fa è stato insignito per le sue ricerche pionieristiche e interdisciplinari del premio Balzan 2025. È interessante rileggere la motivazione di tale riconoscimento: “Per le sue ricerche pionieristiche e influenti ben oltre l’ambito accademico su origine e funzionamento della democrazia ateniese nell’età classica, di cui ha individuato i fattori di successo con una originale metodologia di approccio interdisciplinare, confrontandola con il presente e inserendola nel dibattito sociopolitico contemporaneo”.
Ben Ansell è nato a Palo Alto, California, nel 1977. Tiene la cattedra di Istituzioni Democratiche Comparate all’Università di Oxford. Ansell si concentra sulle difficoltà delle società a raggiungere obiettivi condivisi come la democrazia, l’uguaglianza, uno stato sociale dignitoso, la sicurezza dalla criminalità e la prosperità sostenibile.
Il libro di Ober si apre con una affascinante metafora: l’autore paragona la democrazia ad un software, un insieme, cioè, di istruzioni per il governo della società. Fu ad Atene nel VI secolo a.C. che questo software ebbe la sua prima applicazione pratica. “Il tratto fondamentale di questo software della democrazia – scrive Ober – è l’assenza di un capo. I cittadini si autogovernano. Si rifiuta per principio l’idea che ci possa essere un tiranno, una cupola oligarchica a dettare legge per tutti. Per evitare l’anarchia si disegnano delle istituzioni che consentano di arrivare a decisioni vincolanti per tutti i membri della comunità”.
Il professore americano passa poi all’analisi della governance della democrazia ateniese, evidenziando l’esistenza di un’Assemblea (Ecclesia) a cui partecipavano con diritto di voto tutti i cittadini. L’ordine del giorno delle riunioni veniva deciso da un Consiglio (Boulè) più ristretto, i cui componenti erano estratti a sorte.
Il modello era efficiente fin dall’inizio dell’applicazione del software e una delle ragioni fondamentali derivavano dal ristretto numero di esseri umani coinvolti. I membri del consiglio erano 500, all’Assemblea partecipavano in media 7000 persone. Gli aventi diritto erano circa 30.000, solo maschi, adulti, titolari di cittadinanza ateniese. Erano escluse le donne, gli schiavi, gli stranieri. Esisteva un obbligo ben preciso per tutti gli aventi diritto: dovevano prestare servizio nei vari organi che amministravano la giustizia.
Secondo Ober il successo del modello democratico ateniese risiedeva “nel profondo radicamento di una robusta cultura della cittadinanza. Ciascuno rispettava le regole scritte e non scritte su come interagire con gli altri: rispetto, tolleranza, senso del dovere. La democrazia non era solo un metodo di governo, ma anche una norma di condotta”.
È molto interessante il capitolo che descrive il processo graduale di sviluppo del software democratico nel tempo. Il punto di inizio fu la crisi dell’Arcontato (una giunta composta soltanto da aristocratici, i Patrizi della città) all’inizio del VI secolo a.c.. C’era il rischio di una guerra civile con forti tensioni tra i nobili e il popolo. Solone fu nominato dalle parti quale mediatore dei conflitti pendenti e riuscì a calmare le acque. Due furono le principali rinunce messe sul tavolo dai nobili e dai rappresentanti del popolo: i primi rinunciarono al diritto di rendere schiavi i debitori morosi; i secondi ad ottenere subito la ridistribuzione delle terre. Solone riuscì nel miracolo di evitare il conflitto della città che rimase unita, riuscendo così a resistere alle mire espansionistiche di Megara, la città rivale.
Nacque proprio da quella mediazione virtuosa di Solone, il primo patto civile che costituì l’incipit del regime democratico. “Il vero salto verso la democrazia – scrive Ober – lo fece fare però Clistene – alcuni decenni più tardi, dopo numerosi e faticosi scontri tra gli aristocratici, sempre più preoccupati di perdere del potere, i rappresentanti del popolo, sempre più stimolati a rivendicare dei diritti”. “Possiamo dire – aggiunge Ober – che alla fine il Demos prese coscienza di sé stessi e si mobilitò contro il rischio della tirannide”. Il software democratico produsse un lungo periodo di crescita e stabilità per Atene, ma poi inizio il declino.
“I processi di deliberazione democratica caddero vittima di manipolazioni demagogiche…” un tema che noi contemporanei conosciamo molto bene! Ma come riuscì Atene a sconfiggere i populismi demagogici? Ober ci spiega come “il potenziale manipolato dei cosiddetti demagoghi trovava molti contrappesi nel modello. I partecipanti dell’assemblea non erano sprovveduti. La varietà di estrazione sociale garantiva un patrimonio condiviso di conoscenza ed esperienza che nessun retore poteva permettersi di sfidare. Inoltre, i demagoghi erano in competizione fra loro: il pluralismo conteneva in sé stesso, potenti antidoti contro la manipolazione e la malafede. Le critiche di Platone, Aristotele o Tucidide entravano anch’esse nel dibattito pubblico, contribuendo ad arginare quelle spinte populiste che potevano manifestarsi nelle deliberazioni assembleari”. Un altro, corposo, passaggio del saggio del professore americano riguarda l’analisi delle nuove versioni del software democratico che furono “rilasciate” dopo l’Atene dell’era classica.
Il secondo grande laboratorio fu proprio la Repubblica romana: “Vi sono molte similitudini fra Atene e Roma – scrive Ober –anche Patrizi e plebei giunsero ad un patto civile che arginava l’arbitrio dei primi e concedeva nuovi diritti ai secondi. La democrazia nasce da questo tipo di compromessi: vi è una situazione di grave conflitto che minaccia l’integrità del gruppo politico, si apre un negoziato e si dà avvio a quella parificazione dei diritti politici che è la condizione necessaria per evitare “un tiranno”, la supremazia di qualcuno che detta legge”.
Sono state due le differenze più importanti fra il software democratico ateniese e quello romano: la formalizzazione del diritto, sorretta dalla professionalizzazione della giurisdizione, da un lato, e la politica della cittadinanza, dall’altro. Ad Atene la possibilità di vedersi riconoscere la cittadinanza si interruppe dopo le registrazioni effettuate ai tempi di Clistene “I romani invece – sottolinea Ober – usarono la cittadinanza come strumento per governare i popoli sconfitti, cooptandone le élite. L’allargamento della cittadinanza a milioni di persone rafforzò le tutele civili ma fece a poco a poco evaporare i diritti di partecipazione politica”.
Nel Medioevo nacquero i primi parlamenti ma il passaggio cruciale verso la democrazia avvenne nel 1689 con la rivoluzione di Inghilterra che pose fine alla monarchia assoluta. Una nuova versione del software democratico, dunque. “Il modello è imperniato sul Parlamento. Il popolo si autogoverna tramite dei rappresentanti, visto che la democrazia diretta non era applicabile ai numeri. L’istituto della rappresentanza fu un’innovazione di grande portata. Il patto civile includeva tutti. Le decisioni però erano delegate ad un nuovo ceto che si occupava di politica a tempo pieno, maturando specifiche competenze”.
Però emerse il problema di dover definire il perimetro del mandato elettorale. Gli eletti dovevano servire gli interessi del proprio collegio oppure quelli dello Stato? Prevalse la seconda opzione anche se, come sappiamo bene noi contemporanei, il tema è ancora aperto e le opinioni in merito molto diverse, soprattutto in Stati federali.
Ma procediamo con l’analisi dell’autore. Passano cent’anni e la nuova applicazione del software si realizza in America, durante la rivoluzione che portò alla Costituzione del 1789 che inizia con “We the People”. Il popolo in prima persona stabilisce come intende governare se stesso. “Fu esemplare – evidenzia Ober – il processo costituente. La convenzione di Philadelphia fu caratterizzata da aspri conflitti fra le parti. Alla fine si raggiunse un esplicito patto civile in cui l’obiettivo era creare una “ Repubblica unita”, a dispetto della divergenza di interessi”.
Da quelle due rivoluzioni, secondo l’autore, nacquero le carte fondamentali dei diritti (Bill off Rights).Fu una terza rivoluzione, quella francese, a parlare per la prima volta di diritti dell’uomo universali. Lo fece proprio l’Assemblea Costituente della nuova Francia. La democrazia si fondeva con il liberalismo e si dava vita così ad un nuovo modello democratico. Per Ober, democrazia e liberalismo sono due software diversi: “Il liberalismo introduce un’idea nuova: ciascun individuo è portatore di diritti pre-politici, che non dipendono dall’appartenenza ad un determinato gruppo politico. Il diritto alla vita, alla proprietà, alla sicurezza personale, alla resistenza in caso di oppressione sono indisponibili e inalienabili”.
Mentre i cittadini di Atene avevano dei “quasi diritti”, difficilmente esigibili, la rivoluzione si ebbe davvero con il pensiero e le costituzioni liberali “Se la democrazia è autogoverno, il liberismo è protezione dal governo (e da ogni forma di potere illecito). Il che indica il rispetto della Rule of law e della separazione dei poteri”. Secondo Ober “il miglior software di governo e quello composito che chiamiamo liberal-democrazia”.
Tenendo conto probabilmente del contesto attuale che ci presenta la crisi del modello democratico, con il rischio di vederci propagandare modelli di democrazia illiberale (si vota ma poi chi vince diventa il tiranno di turno) Ober dedica un capitolo del suo libro alle elaborazioni del concetto di “democrazia di base” un sistema di governo che preservi il nucleo essenziale del software democratico: l’autogoverno dei cittadini e il rifiuto di un capo. “Nel mio schema – scrive – la democrazia di base ha due obiettivi. Da un lato può salvaguardare e promuovere la partecipazione politica. Dall’altro evitare la tirannia della maggioranza: il termine stesso evoca un contesto in cui la maggioranza diventa “il boss” della minoranza”. Per realizzare questi due obiettivi ci vogliono per Ober tre condizioni: eguaglianza politica, libertà di parola e di associazione, rispetto della pari dignità di ogni cittadino.
Il professore americano, pur ribadendo che il modello ideale è quello della liberaldemocrazia, di fronte al contesto attuale di gravi devianze, c’è da accontentarsi anche di qualcosa di meno pur di salvare il principio: “Ritengo che l’edificio liberale si stia oggi rapidamente indebolendo. In vari paesi, molti elettori sia di destra sia a sinistra associano valori o processi negativi: elitismo, globalismo, capitalismo predatorio oppure cosmopolitismo compiacente, esaltazione di una diversità fine a sé stessa, denigrazione dei valori tradizionali… sono risorte visioni etnocentriche della sovranità popolare, per le quali la difesa della propria sicurezza, prosperità e identità conta più dell’universalismo dei diritti umani”. Come non pensare alla questione dei rifugiati?
La grande preoccupazione e paura che permea il pensiero di Ober e che “le libertà liberali possano perdere il sostegno della società all’interno degli attuali regimi liberaldemocratici e perdano capacità di attrazione nei regimi ibridi”. Come ha scritto Maurizio Ferrera in una recensione recente del libro di Ober, “La “democrazia di base” immaginata dal professore americano costituirebbe una specie di linea rossa: se l’edificio liberale non ce la fa a reggere dove già c’è o a radicarsi dove ancora non c’è, almeno salviamo le fondamenta democratiche”.
In questo modo, però si può rischiare di legittimare le cosiddette democrazie illiberali come quella di Orban in Ungheria. “Dobbiamo ammetterlo il rischio esiste -sostiene l’autore – il mio schema implica la libertà di parola e di associazione. Senza queste libertà non c’è democrazia, ma dittatura elettorale, legittimata da una finta investitura popolare”.
Ober ammette di aver sperato che le primavere arabe potessero aprire spazi per un cambio di regime. “Dato il peso della religione musulmana, mi sembrava però difficile che le élite arabi potessero accettare l’intero pacchetto liberale. Avrebbero però potuto accettare le libertà politiche e l’autogoverno su molte questioni pubbliche, fatte salvo quelle che toccano valori e pratiche fondamentali dell’Islam. Mi ero illuso che fosse una strada possibile”.
Oggi, Ober, nelle sue considerazioni finali, sottolinea la responsabilità: “Di noi teorici politici che abbiamo il dovere di fornire concetti e argomenti utili per arginare le degenerazioni autocratiche”. Poi, a completamento del suo pensiero, volgendo lo sguardo al suo paese, all’America di Trump, lancia un grido d’allarme: “Si sta erodendo quel patto civile fondativo che sta alla base della nostra Costituzione: abbiamo interessi diversi, ma concordiamo sulle regole per prendere decisioni collettive e per organizzare lo spazio pubblico. L’America avrà una Repubblica-disse Benjamin Franklin-se sarà capace di mantenerla”. Ciò che intendeva sottolineare era la necessità di promuovere attivamente la cultura democratica dei cittadini. Un compito che non si è certo esaurito e che in momenti come questi deve ritornare ad essere una priorità”.
Due parole merita anche il pensiero di un altro autore che vi consiglio di seguire, leggere e utilizzare come provocatore di pensiero. Mi riferisco al libro “Perché la politica fallisce?” che illustra le ragioni per cui finiamo sempre di restare delusi proprio dalla politica. Per l’autore, Ben Ansell, il motivo risiede nelle “cinque trappole del mondo moderno” e cioè la democrazia, l’uguaglianza, la solidarietà, la sicurezza e la prosperità.
“La vera risposta a questa cinica e amara disillusione che ci provoca la politica è che il nemico è raffigurato nello specchio davanti a noi… siamo tutti noi!. É troppo facile quando guardiamo i politici affermare che la causa sono proprio loro, le persone sbagliate al potere. Anche se ti sbarazzassi degli attori sbagliati avremmo lo stesso problema e cioè il fatto che siamo tutti in disaccordo, ma dobbiamo prendere comunque decisioni. Per molti di noi è facile coltivare queste opinioni perché non siamo al potere ed è facile per i politici fare promesse che non stanno in piedi perché appaiono più attraenti”.
La contraddizione risiede, secondo Ansell, dentro di noi, nel nostro modo di ragionare. “Pensiamo al cambiamento climatico: tutti vorremmo che le temperature globali non salissero, ma vorremmo anche volare a Parigi per il weekend. Non ci tratta solo di persone egoiste, così ci comportiamo in maggioranza: è naturale, non è immorale, ed è comprensibile”.
Queste contraddizioni sono quelle che Ansell chiama le Trappole “Sono trappole perché anche se io smetto di volare, il problema del cambiamento climatico non sparisce. La trappola è ardua e perché da solo non puoi sfuggirle, dipende da tutti gli altri. E si rafforza: se non credo che gli altri si comportino bene, perché dovrei farlo io? Sono trappole anche perché ci vuole molta forza per sfuggirle: e quella forza deve venire dai nostri politici, dallo Stato. Ma dall’altro lato non vogliamo uno Stato invadente… E ci risiamo con la solita storia”.
Il professore tocca anche il tema della democrazia, e del suo attuale declino: “Bisogna avere un sistema per prendere decisioni fra molte persone. L’alternativa sono piccoli gruppi che prendono decisioni per tutti gli altri: ma in generale non le prenderanno tenendo conto delle vedute delle persone che sono escluse. Quindi sono d’accordo con Churchill: la democrazia è un pessimo sistema, a parte tutti gli altri tentati finora… Ci sono diversi modi per strutturare la democrazia: devi lasciar parlare tutti, ma puoi contare i voti in maniera diversa”. Ansell, come Ober, richiama l’esperienza di Atene: “Aristotele teme che il governo della maggioranza diventi una tirannia. È stupefacente come Aristotele abbia previsto tutta la scienza politica successiva: viviamo tutti nel mondo di Aristotele”.
Ansell ricorda poi il dibattito che si sviluppò intorno a questi temi in America alla fine del ’700, fra quelli come Madison che volevano tanti pesi e contrappesi per evitare una concentrazione di poteri e quelli come Hamilton che volevano un più robusto governo centrale. “Questa tensione è sempre stata presente nelle democrazie a partire dalla rivoluzione americana e da quella francese, perché la democrazia sognata da Madison non consente un demagogo al potere, ma è sempre a rischio di stallo decisionale”.
Nel suo libro, il professore fa l’esempio del Parlamento polacco-lituano del ‘600, dove ogni deputato aveva il diritto di veto, il che significava che non si decideva mai nulla e lo Stato collassò, come rischia oggi di finire anche l’Unione Europea. “Nelle nostre famiglie succederebbe la stessa cosa: se qualcuno avesse il diritto di veto, non si deciderebbe mai dove andare a cena o in vacanza tutti insieme. La sfida quindi è di evitare il pendolo fra il caos e la polarizzazione.. I partiti politici esistono per provare a trovare quell’equilibrio del pendolo. Ci muoviamo sempre avanti e indietro fra un mondo di pesi e contrappesi, la parte liberale della liberal-democrazia e la parte democratica della liberal-democrazia”.
Secondo Ansell stiamo vivendo “una fase in cui stiamo andando verso la vox popoli: il rischio è che la democrazia inciampi”. Sono stato lungo e me ne scuso: mi è sembrato però che valesse la pena socializzarvi il pensiero di due studiosi americani, specialisti di storia della democrazia. Contrariamente a un famoso slogan pubblicitario, sarei portato a concludere dicendo che democrazia: “più la conosci e più la difendi”.
Riccardo Rossotto
