Nel 2023 avevo pubblicato un breve articolo dal titolo simbolico ma assai significativo (E se Karl Marx avesse avuto ragione?) nel quale avevo segnalato che il paradigma neoliberista che governa il mondo dagli anni 90 ha concentrato la ricchezza in poche mani depauperando gran parte della popolazione. Avevo ricordato che nell’ultimo ventennio le politiche neoliberiste e restrittive di bilancio hanno prodotto il totale ribaltamento del processo di redistribuzione del reddito realizzatosi nel secondo dopoguerra, provocando un rapido e significativo impoverimento globale unito ad un accentramento della ricchezza nelle mani di pochi.

E’ sufficiente considerare che nel ventennio 2000-2020 i più ricchi del pianeta – che costituiscono meno del 10% della popolazione – hanno raggiunto il controllo dell’80% della ricchezza mondiale, e il loro patrimonio è aumentato nello stesso periodo di oltre il 50%. E se si prende come riferimento l’1% più ricco del pianeta l’aumento dei guadagni supera il 278%. In particolare, l’1% più ricco del pianeta si è impossessato della metà della ricchezza prodotta nel mondo, mentre alla metà più povera della popolazione mondiale è andato lo 0,45%.

Economisti, politica e istituzioni UE e USA sono tutti coesi nell’azione di sostegno alla concentrazione della ricchezza in poche mani, e all’allargamento massivo della povertà e della disuguaglianza, poiché il vangelo liberista “vieta” qualsiasi intervento di perequazione o di mitigazione del fenomeno in esame, impedendo di utilizzare la leva fiscale.

Nel suo saggio “Capitalismo Feudale” Roberto Seghetti ha analizzato, da una prospettiva eminentemente politica, il nuovo paradigma neoliberista che governa il mondo. L’Autore ha messo in guardia circa il rischio di rottura dei principi fondamentali della democrazia liberale, osservando che la società capitalistica del ventesimo secolo sosteneva la libera iniziativa e il profitto individuale senza ledere il benessere collettivo e, anzi, lo sviluppo del capitalismo industriale aveva portato ricchezza per tutte le classi sociali, selezionando peraltro la classe dirigente sulle capacità e non sul ceto.

Il nuovo modello economico dei Friedman e dei Von Hayek ha imposto al mondo occidentale un diverso ordine sociale, politico e culturale. I pochissimi super ricchi e il capitalismo finanziario hanno letteralmente schiacciato la politica che non è ormai altro che la garante di tale ordine: al di là dei “casi simbolo” dei miliardari al comando (Berlusconi e Trump), è sufficiente esaminare la politica economica e fiscale europea e statunitense degli ultimi 40 anni in netto contrasto con quella adottata nei 40 anni precedenti.

Persino lo stesso capitalismo industriale è ora succube – e non solo per il credito – della nuova elitè del capitalismo finanziario, osservando che quest’ultimo capitalizza 7 volte il capitalismo industriale, mentre i primi 10 fondi d’investimento possiedono la metà del PIL mondiale e controllano i CDA e il capitale delle prime 500 aziende del mondo, dominando altresì direttamente o indirettamente il debito sovrano degli Stati. Il nuovo capitalismo – a differenza del vecchio ceto industriale – rivendica pubblicamente come diritti naturali il diritto di essere potente e il diritto di non pagare le imposte.

Seghetti ha notato che il nuovo ordine mondiale creato dalla destra neoliberista ha riportato indietro le lancette della storia poiché tende a somigliare sempre di più all’antico sistema feudale: il capo deve esercitare il potere in modo autoritario, il re non può tollerare il controllo giudiziario dei propri atti, l’informazione dovrebbe essere solo fiancheggiatrice, i leader più rappresentativi della nuova destra neoliberista si comportano come il Re Sole, nominando amanti, amici e i propri familiari ai vertici delle istituzioni pubbliche e private, la religione è tollerabile solo nei limiti delle antiche tradizioni (Dio, Patria e Famiglia) o nel perimetro della cd teologia della prosperità (i ricchi sono unti dal Signore mentre i poveri sono causa essi stessi della propria condizione), le istituzioni internazionali non dovrebbero esistere o quanto meno non dovrebbero interferire con le attività dei regnanti, il popolo deve essere impaurito dalla globalizzazione e dall’immigrazione, e così deve avere protezione dal potente come facevano i nobili con i contadini e gli artigiani del feudo, i diritti umani e civili sono un orpello se non un ostacolo da rimuovere, la ricchezza e le posizioni si ereditano e non si determinano in base al merito, e così la tassazione va spostata sul lavoro e non sulle rendite e sulle successioni.

Per il citato Autore, mentre in precedenza il mercato era tenuto a rispettare i principi democratici, ora sono i principi democratici e liberali a doversi piegare al mercato che si sarebbe così sostituito alla sovranità popolare.

Trump è sicuramente la figura più emblematica del nuovo potere. Una delle recenti uscite del Presidente è stata oltremodo simbolica nel confermare le tesi di Roberto Seghetti. Durante i mondiali di calcio un giocatore della nazionale statunitense è stato sanzionato per un fallo di gioco. Successivamente la FIFA – la Federazione Sportiva del Calcio Mondiale – ha revocato il precedente provvedimento sanzionatorio, e Trump ha subito dichiarato di essere stato lui stesso ad intervenire sui vertici della Federazione per far revocare la sanzione in precedenza erogata. In altre parole, il Re ha ordinato ai vassalli o ai valvassori di turno di conformarsi al volere del sovrano, in piena linea col sistema feudale.

Ma se i vassalli e i valvassori – i vari Infantino, Rutte, Von der Leyen, la stessa socialdemocrazia europea e italiana – sono tutti fedeli ai regnanti, che ne è dei servi della gleba? E soprattutto la domanda che ci si deve porre è la seguente. Le teorie economiche sono corrette quando producono una corretta allocazione delle risorse, dei beni e dei servizi per l’intera società. Se una teoria economica produce solo povertà e disagio per la stragrande maggioranza della popolazione, come è possibile che essa diventi l’unica e cogente teoria scientificamente ammessa? E come si spiega il consenso che essa trova proprio nella popolazione gravemente impoveritasi negli ultimi 40 anni?

Sul punto Seghetti ha sottolineato che le paure del nuovo e del diverso instillate nella popolazione sono il veicolo utilizzato dalla destra per creare il consenso, come si è visto in Europa e come ha dimostrato lo stesso Trump. Tuttavia la situazione attuale vede un’uniformità culturale che va ben al di là dei successi elettorali contingenti dell’uno o dell’altro fronte. L’Autore la spiega con l’esempio della rana bollita.

La rana si trova nell’acqua fredda nella pentola posizionata sul fuoco ma non si rende conto che sta, piano piano, progressivamente bollendo. E così la popolazione è stata abituata a piccole e progressive modifiche quantitative che l’hanno portata qualitativamente nella grave situazione attuale senza neppure rendersene conto.

L’Autore non ignora il grande lavoro culturale di modifica dei significati e dei contenuti sociali svolto dal potere finanziario tramite i suoi veicoli politici. Si veda su tutti il cambiamento epocale operato dal berlusconismo tra Prima e Seconda Repubblica. Del resto, se il flusso informativo è costante nel dipingere come ineluttabile e normale una determinata situazione, nell’arco di decenni i sudditi attuali vedranno come assolutamente immodificabile lo sfondo neoliberista focalizzandosi solo sulle quotidianità per sbarcare il lunario, così come avrebbero pensato i loro colleghi servi della gleba nel medioevo.

Se tali riflessioni rispondono efficacemente agli interrogativi fatti in precedenza, il tutto risulta ben più problematico quando si esce dal confine della destra americana – che ha creato il nuovo ordine mondiale – ed europea – che lo sostiene con coerenza – e si entra nel confuso mondo della sinistra storica americana ed europea.

Sui temi economici, fiscali, e comunque sulle politiche di bilancio Il Partito Democratico in USA e la socialdemocrazia in Europa sono esattamente in linea con le posizioni della destra neoliberista. In particolare, la socialdemocrazia europea è prona al cospetto del nuovo liberismo e degli interessi americani ove peraltro ha sede gran parte dei nuovi potentati finanziari. Le differenze di posizione sui diritti civili e sulla lotta all’immigrazione, benché rilevanti in opposizione alle tendenze neoconservatrici, non sono tali da scalfire il quadro neoliberista, né possono consentire quegli spazi di manovra politica che possano incidere sullo stato sociale.

Un’analisi più convincente – benché pessimistica – è quella svolta da Byung-Chul Han secondo il quale il nuovo potere neoliberista si basa sulla psicopolitica che sta sopra la classe politica in senso stretto, la quale ultima svolgerebbe un ruolo meramente ancillare.

Per Han noi tutti non ci sentiamo sottomessi, ma totalmente e progettualmente liberi e tale libertà di potere produce più vincoli del dovere. Il neoliberismo ha radicalmente mutato il vecchio conflitto di classe in autosfruttamento basato sull’individualismo e sul narcisismo per i quali non esiste più un Noi e ogni cittadino è un consumatore isolato di bisogni creati dal capitale, bisogni che il soggetto percepisce come propri. Chi fallisce o non è competitivo si ritiene egli stesso responsabile della propria situazione.

Le nuove tecnologie sono controllanti, livellanti e le nuove modalità di comunicazione non consentono la narrazione, non consentono cioè la lentezza e l’approfondimento che potrebbero dare consapevolezza. La conoscenza che deriva dai big data consente di prevedere il comportamento della massa, ma soprattutto di avere accesso alla psiche e di influenzarla sul piano preriflessivo. Da ciò e dall’opera svolta dai mass media deriva la conformità di pensiero che caratterizza la nuova situazione. L’elettore è comunque un consumatore. L’elettore-consumatore non ha un reale interesse per la polis, per la politica come costruzione attiva della società, ma reagisce passivamente criticando o lamentandosi per i prodotti offerti dai politici, i quali, a loro volta, si presentano come venditori di prodotti e di servizi per soddisfare i clienti (vedasi l’inseguimento dei sondaggi).

L’assenza di una opposizione al sistema deriva dal fatto che il nuovo potere non si articola in modo inibitivo ma va incontro al soggetto, non nega la libertà ma la sfrutta, leggendo i nostri pensieri e creando i nostri desideri, basandosi sull’auto-organizzazione e sull’auto-ottimizzazione edonistica e individualistica.

Il potere non si impadronisce direttamente degli individui ma fa sì che i soggetti agiscano autonomamente su sé stessi, riproducendo il rapporto di dominio ma interpretandolo come libertà. Auto-ottimizzazione e libertà coincidono così con sottomissione e sfruttamento. Per Han l’impossibilità di opporsi nei modi conosciuti nel secolo scorso è determinata dall’inadeguatezza della razionalità, razionalità che il potere ha sostituito con l’emotività. La razionalità è oggettiva, universale, persistente, mentre l’emotività è soggettiva, situazionale, volatile

Nella velocità dell’immensa comunicazione digitale la lentezza insita nella razionalità e nella valutazione razionale della complessità dei problemi diventa un limite ed è avvertita come un impedimento.   La psicopolitica neoliberista si è impossessata delle emozioni così da governare le azioni su piani preriflessivi per il controllo politico degli individui.

Tale analisi – qui esposta in modo riduttivo – risulta assai complessa ma offre una spiegazione intuitiva a fenomeni assolutamente inspiegabili sotto il profilo logico–razionale di natura utilitaristica. Si pensi solo al fatto che in Italia milioni di persone in stato di indigenza sono fermamente contrari all’istituzione di una modestissima patrimoniale sulle grandi ricchezze facenti capo a poche migliaia di soggetti.

Da quanto detto risulta arduo confidare in posizioni razionali di natura oppositiva a tale stato di cose perché per Han l’intelligenza è comunque interna al sistema, deve cioè scegliere tra opzioni fornite dal sistema stesso. L’unica possibilità è il non connesso, eretico in un mondo di conformità, il cui modello per Han è l’idiota che non si lascia psicologizzare, né soggettivizzare. Va da sé che la prospettiva di Han lascia ben poche speranze di poter confidare in un dissenso collettivo. Sul punto Deleuze invocava la politica del silenzio, della solitudine, affinché si formasse qualcosa di raro che meritasse di essere detto.

Forse, più banalmente, si può rianimare la speranza ricordando la battuta di Belushi in Animal House che riprende un motto del padre di Kennedy: “When the going gets tough, the tough get going” (quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare). Ma qui si torna all’attualità dell’intervento del Re sulla Fifa per far revocare la sanzione al calciatore statunitense. La potestà d’imperio esercitata dal Sovrano per favorire la Nazionale USA è naufragata di fronte al Belgio di De Ketelaere, col risultato di 4 a 1 per il Belgio e Stati Uniti eliminati. Charles De Ketelaere non sarà il nuovo Jesse Owens ma il Sovrano ha dovuto ingoiare il rospo come fece Hitler nelle Olimpiadi di Berlino. Non avendo un vero dissenso collettivo organizzato, quando il gioco si fa duro consoliamoci con il gioco (del calcio).

(Letture consigliate: Roberto Seghetti, Capitalismo feudale. Come liberismo e tecnocrazia hanno riportato indietro le lancette della storia, Editori Laterza, Bari-Roma, 2026; Byung-Chul Han, Psicopolitica: il neoliberismo e le nuove tecniche del potere, Ed. Nottetempo, Milano, 2016).

Massimo Chioda

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