Il mainstream informativo è sicuramente concorde in un unico punto, a prescindere dall’angolo di visuale o di osservazione delle vicende politiche. Ormai per quasi tutti i commentatori il Presidente americano Donald Trump è espressione mentale e comportamentale di squilibrio, di anomalia, di instabilità, e finanche di follia.

Le espressioni del suo disprezzo manifestato nei confronti della Premier Meloni sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso, laddove persino i più accaniti sostenitori del “Trumpismo senza se e senza ma” si sono indignati e hanno preso le distanze da colui che era sempre stato indicato come il nuovo messia. In realtà, la semplice analisi dei fatti non può che confermare invece l’abilità politica, la lucidità e la coerenza che animano il Presidente degli Stati Uniti in ogni suo passo, anche nella sapiente costruzione delle contraddizioni quotidiane che pervadono la sua bulimica comunicazione.

Ben pochi ricordano che Trump non è mai stato un malato affetto da decadimento cognitivo o da patologie psichiatriche, appassionatosi di politica in tarda età a causa della chiusura della bocciofila sotto casa, ma si parla di un imprenditore multimiliardario che ha gestito e guidato – e continua a gestire e guidare con immensi guadagni – un impero commerciale sulla base dei principi neoliberisti che governano senza limiti l’Occidente dagli anni 80: accumulo di profitti contro ogni regola giuridica e/o morale, concentrazione della ricchezza in poche mani mediante drenaggio delle risorse dalla maggioranza della popolazione, individualismo e edonismo oltre ogni limite, insofferenza verso ogni contrappeso costitutivo delle democrazie liberali come la libertà di informazione e il controllo esercitato dalla magistratura.

Trump è entrato in politica non solo perché allettato dalla possibilità di ulteriori guadagni in conflitto di interessi, ma perché sostenuto dal suo mondo neoconservatore, neoliberista e illiberale in quanto massima espressione valoriale di quel mondo medesimo. Inoltre – a differenza di tanti suoi sodali – Donald Trump è stato ed è il miglior creatore di consenso intorno al paradigma neoliberista.

Peraltro ci si scorda spesso che qualsiasi cosa dica o faccia il Presidente, egli ha sempre dietro di sé compatto il Partito Repubblicano, senza contare il fatto che è stato eletto dalla maggioranza numerica non solo dei Grandi Elettori ma anche dalla maggioranza dei singoli cittadini che si sono recati alle urne.

E’ sufficiente considerare che negli ultimi 40 anni, da quando le teorie neoliberiste governano l’economia e la politica, le classi meno abbienti e il ceto medio si sono drasticamente impoverite trasferendo ad un 1% della popolazione costituito da multimiliardari la gran parte della ricchezza accumulata nel periodo keynesiano, e detto depauperamento ha determinato tensione sociale e antagonismo nei confronti delle classi dirigenti.

Orbene, Trump – che è espressione e guida neoliberista apicale dei responsabili di quel processo economico e sociale – ha creato il proprio consenso maggiormente nella popolazione distrutta dal paradigma politico che lui stesso esprime. E il consenso è stato ottenuto utilizzando le parole d’ordine classiche della destra neoconservatrice, in particolar modo il nazionalismo (o sovranismo, come piace dire a noi italiani), la guerra alla globalizzazione, alle elitè e alle istituzioni liberali, additando la tripartizione dei poteri, e in particolar modo la magistratura e il parlamentarismo, come ostacoli all’attività governativa; nonché la lotta all’immigrazione, fenomeno indicato come causa del depauperamento della popolazione.

Se si osserva l’azione politica di Donald Trump nel precedente mandato e nel mandato in corso possiamo constatare che egli ha applicato esattamente i principi annunciati nel suo programma e sui quali ha costruito il suo consenso: ha tagliato l’assistenza sanitaria per abbassare ulteriormente le tasse ai super ricchi, riducendo l’aliquota marginale; ha imposto all’Europa di eliminare la minimum global tax del 15% sulle multinazionali USA e di non introdurre la web tax; ha ridotto ulteriormente l’aliquota fiscale massima per gli utili aziendali portandola al 20%, e al 15% per i beni prodotti negli USA; ha innalzato l’esenzione fiscale per le successioni portando la franchigia a 15 milioni di dollari di patrimonio; ha giocato con la istituzione dei dazi e la loro immediata sospensione, facendo acquistare azioni ai super miliardari suoi amici, per generare profitti immensi sulle variazioni di borsa, per poi vantarsene pubblicamente; ha abolito lo ius soli (con un provvedimento poi contrastato dalla Suprema Corte) azionando una feroce azione poliziesca di remigrazione; ha concentrato i poteri nelle mani dell’esecutivo mediante l’utilizzo spregiudicato dei decreti presidenziali (vedi il nostro premierato); ha posto in essere una politica economica nazionalista e protezionista utilizzando dazi e leve fiscale; ha sposato la cd Teologia della Prosperità; ha personalizzato ulteriormente la politica (copiando il meccanismo italiano); ha limitato fortemente lo spazio di manovra dell’informazioni, accettando di confrontarsi solo con i giornalisti “amici” (come avviene da noi); ha operato in politica estera, non riconoscendo le istituzioni internazionali e agendo con la forza sulla base dell’obiettivo – onestamente e pubblicamente dichiarato – di conseguire influenza e vantaggi economici per i soli USA; ha dichiarato guerra alle ideologie woke e transgender, assumendo provvedimenti normativi ad hoc; ha contrastato il Green Deal, uscendo dagli Accordi e dai Protocolli Internazionali ai quali gli USA avevano in precedenza aderito; ha aperto un conflitto senza precedenti con la Magistratura, rea di operare il controllo a lei spettante nella tripartizione dei poteri nell’assetto istituzionale delle democrazie liberali.

Risulta quindi palese che in politica Trump ha diligentemente applicato i valori più ampi del neoconservatorismo e del sovranismo della destra americana, europea, ma soprattutto italiana. Trump è l’epitome dei cambiamenti neoconservatori, non la causa. Nel caso dell’Italia – a differenza di altri paesi guidati da coalizioni di centrodestra – con gli opportuni adattamenti del caso, vi è la più ampia convergenza e finanche sovrapponibilità di programmi e di ideologia fra amministrazione trumpiana e maggioranza politica italiana: l’esultanza dei partiti di governo per la vittoria di Trump e il sostegno a lui dato anche dopo il suo insediamento alla presidenza – giova ricordare che sino a pochi mesi fa la Presidente Meloni lo aveva proposto per il Nobel – non sono stati dettati da una generica comune appartenenza alla stessa area politica, ma riflettono una più stringente condivisione di ideologia, temi, linea e comunicazione.

Semmai la differenza fra l’attuale amministrazione americana e il governo italiano sta nell’attuazione della linea politica: nel caso di Trump, in termini di azione ciò che è stato promesso e dichiarato è stato realizzato, nel caso italiano gran parte delle promesse elettorali non si è ancora concretizzata. Inoltre, Trump dichiara sempre in modo trasparente i suoi veri scopi, mentre i politici italiani giocano spesso a schermirsi, nascondendo i reali fini di una proposta legislativa o di una promessa elettorale.

Gli attriti nati tra la nostra Premier e il Presidente USA non hanno quindi alcuna sostanziale valenza politica, se per politica si intende la visione della società ideale e gli strumenti per attuarla; essi trovano invece origine nell’arroganza del più forte nei confronti del più debole, condotta che risulta normale nelle concezioni della destra sovranista, anche se occultata nei meandri della propaganda populista, ma che Trump ha coerentemente e con trasparenza ricordato.

E la stessa reazione italiana è nient’altro che mero disappunto per i modi del personaggio, magari grossolanamente “indelicati” ma noti da sempre, benché la maleducazione in ambito diplomatico crei problemi più seri di quella che si osserva negli incroci stradali. In altre parole, si è trattato di arroganza dell’epitome – di colui che incarna i poteri del neoconservatorismo illiberale – nei confronti di un epigono, di un seguace meno titolato e gerarchicamente meno importante, ma comunque assolutamente fedele e fidato.

Ci si chiederà se la subordinazione dei nazionalisti italiani a un paese straniero sia conforme alla difesa degli interessi della Patria che insieme a Dio e Famiglia costituisce la triade neoconservatrice, nella più autentica tradizione illiberale. Tale problema non esiste solo per l’Italia perché si pone per ogni gruppo dell’Internazionale Sovranista nei rapporti con i paesi amici e con le Istituzioni Internazionali e Comunitarie. Ma questa è un’altra storia.

Massimo Chioda

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