“Provo imbarazzo quando un uomo di spettacolo si schiera in maniera netta su questioni internazionali». Così, durante la presentazione del progetto Nevergreen, Francesco De Gregori ha commentato le prese di posizione politiche di Bruce Springsteen contro il Presidente Donald Trump.

Il cantautore romano ha aggiunto che preferisce esprimersi attraverso le canzoni e non attraverso proclami dal palco, sostenendo di non sentirsi nella posizione di dare lezioni su temi come Gaza o Israele. Non si tratta di una boutade, di una dichiarazione a caldo: già in altre occasioni il Maestro De Gregori aveva definito “imbarazzanti” le discese nell’agone politico di cantanti e show man vari, ribadendo di non condividere l’idea dell’artista come guida politica o morale del pubblico.

Le parole del cantautore hanno scatenato un dibattito che, al netto della consueta cagnara dei social, si è rivelato appassionante. Non si può parlare di due fronti contrapposti. La situazione è più complessa. C’è chi sostiene che gli artisti debbano pensare alla loro arte e non intervenire su temi nei confronti dei quali non hanno titolo e spesso nemmeno competenza. Chi al contrario pretende che gli artisti debbano prendere posizione. E chi apprezza una terza via. Cioè che un artista può (e forse) deve intervenire, ma lo deve fare attraverso la sua arte, non con dichiarazioni pubbliche.

In realtà il tema non è nuovo tra i cantanti italiani. Già nel 1980 il cantautore e polistrumentista Edoardo Bennato si sfogava contro chi gli tirava la giacchetta, con la canzone “Sono solo canzonette”, il cui testo si può leggere come un piccolo saggio contro chi pretende che un musicista si trasformi in un maítre à penser.

“Mai nessuno mi darà 
il suo voto per parlar
o per decidere del suo futuro
nella mia categoria
tutta gente poco seria
di cui non ci si piò fidare!…

Guarda invece che scienziati,
che dottori, che avvocati
che folla di ministri e deputati!
Pensa che in questo momento
proprio mentre io sto cantando
stanno seriamente lavorando!

….Per i dubbi e le domande 
che ti assillano la mente
va’ da loro e non ti preoccupare
sono a tua disposizione
e sempre, senza esitazione
loro ti risponderanno!…

…Io di risposte non ne ho!
Io faccio solo rock ‘n’ roll!

…se ti conviene bene
io più di tanto non posso fare!…

Gli impresari di partito
mi hanno fatto un altro invito
E hanno detto che finisce male
se non vado pure io
al raduno generale
della grande festa nazionale!

…Hanno detto che non posso
rifiutarmi proprio adesso
che anche a loro devo il mio successo,
che son pazzo e incosciente
sono un irriconoscente
un sovversivo, un mezzo criminale!…

Ma che ci volete fare
non vi sembrerò normale
ma è l’istinto che mi fa volare!
Non c’è gioco né finzione
Perché l’unica illusione 
è quella della realtà della ragione!

..Però a quelli in malafede
Sempre a caccia delle streghe
Dico: no! Non è un cosa seria!
E così è se vi pare
ma lasciatemi sfogare
Non mettetemi alle strette
O con quanto fiato in gola
vi urlerò: non c’è paura
ma che politica, che cultura,
Sono solo canzonette!…
non mettetemi alle strette
sono solo canzonette!”.

 

Anche la data di uscita di “Sono solo canzonette” assume un significato simbolico. Iniziavano gli anni Ottanta: dopo un decennio in cui tutto veniva politicizzato e il mitico duo Mogol-Battisti (ma anche Claudio Baglioni e Richard Cocciante) subiva critiche feroci perché parlava d’amore e non di lotta di classe, si riscopriva il fascino del disimpegno e della leggerezza. Come sempre, non prendo posizione e preferisco invitare i lettori de L’Incontro a dire la loro su questo tema.

Milo Goj

Milo Goj, attuale direttore responsabile de L’Incontro, ha diretto nella sua carriera altri giornali prestigiosi, come Espansione, Harvard Business Review (versione italiana), Sport Economy, Il Valore,...

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