Per una lunga stagione, soprattutto tra gli anni Novanta e il primo decennio del nuovo secolo, una delle formule dominanti della politica occidentale è stata la conquista del centro: si vince e si governa al centro. È la lezione incarnata da leader come Tony Blair, Bill Clinton, Silvio Berlusconi, Walter Veltroni, Matteo Renzi: attenuare le differenze, parlare a un elettorato trasversale e costruire il consenso attraverso una progressiva neutralizzazione delle identità. Il “centro” come luogo di sintesi, di moderazione, di conquista dell’elettorato più ampio possibile.
Una strategia che ha funzionato in una fase storica caratterizzata da società relativamente stabili, da identità collettive più definite e da una narrazione politica lineare. Ma oggi quel paradigma mostra crepe evidenti.
Viviamo in una società che ha progressivamente perso i suoi riferimenti tradizionali, le classi sociali sono più sfumate, le appartenenze culturali meno rigide, i percorsi individuali più frammentati. Il digitale ha accelerato tutto, rendendo il dibattito pubblico simultaneo, disordinato, spesso contraddittorio. Globalizzazione e interconnessione hanno dissolto confini, ma anche certezze. In una parola siamo nell’era del caos.
In questo contesto, il centro smette di essere un punto di forza e diventa spesso un luogo indistinto, difficile da riconoscere. Se tutto è fluido, ciò che non ha contorni chiari rischia semplicemente di scomparire. È qui che entra in gioco il tema dell’identità.
Nella politica contemporanea non basta più “posizionarsi correttamente” lungo un asse ideologico, bisogna essere riconoscibili. Servono simboli, narrazioni, coerenza percepita. Non necessariamente rigidità, ma una traccia chiara che consenta all’elettore di orientarsi. In un ambiente informativo saturo e veloce, l’identità diventa un’ancora.
In Italia, questo passaggio è stato interpretato con particolare efficacia da Giorgia Meloni. Meloni non ha tanto rinunciato alla conquista del centro quanto modificato il modo di conquistarlo, non attraverso la cancellazione dell’identità originaria, ma attraverso il suo adattamento.
Al di là delle valutazioni politiche, il dato rilevante è la costruzione di una continuità identitaria, tra adattamenti tattici e cambi di linguaggio, che non ha mai reciso il legame con una matrice riconoscibile. In un panorama nel quale molti attori politici hanno progressivamente attenuato la propria fisionomia, questa scelta ha prodotto un vantaggio competitivo.
È stata soprattutto la destra populista e post-populista a comprendere per prima la nuova centralità della riconoscibilità, in una società fluida, nella quale le classi, i gruppi sociali e perfino le appartenenze culturali sono diventati meno definiti, acquistano forza posizioni identitarie capaci di rendere immediatamente visibili gli schieramenti.
La sinistra, invece, è rimasta a lungo ancorata a uno schema tattico ormai vecchio, quello che potremmo sintetizzare nella stagione Blair-Clinton-Veltroni, l’idea cioè che il consenso potesse allargarsi smussando le differenze, depotenziando progressivamente le identità politiche.
Ma il campo politico nel frattempo è completamente cambiato. La politica contemporanea somiglia molto più ad un film di Kurosawa che a un colossal di Cinecittà. Nei grandi peplum di Cinecittà le legioni erano schierate ordinatamente, da una parte i Romani, dall’altra i barbari. Bastava uno sguardo per capire chi fosse amico e chi nemico. Gli eserciti avevano una forma, un ordine, una posizione precisa nello spazio. Oggi siamo invece dentro un film di Kurosawa, fatto di manipoli in movimento, di gruppi che si formano, si sciolgono, si inseguono e cambiano continuamente posizione. Se mancassero le bandiere che li identificano, spesso non riusciremmo neppure a capire chi siano gli amici e chi i nemici.
È questo uno dei paradossi della società liquida descritta da Bauman, quanto più diventano mobili e indistinte le appartenenze sociali, tanto più cresce il bisogno di produrre identità politiche visibili. Quanto meno l’identità sociale è data, tanto più l’identità politica deve essere prodotta. Le bandiere servono proprio perché gli eserciti non sono più schierati.
La destra è stata capace di costruire identità, simboli, parole d’ordine, confini, dando un nome agli amici e ai nemici, secondo quella distinzione che Carl Schmitt considerava costitutiva della politica.
La sinistra, dopo molte sconfitte, sembra cominciare soltanto ora a comprendere che non basta più occupare uno spazio moderato o amministrare razionalmente la complessità. In una società nella quale le vecchie appartenenze si sono indebolite, la politica deve anche tornare a rendere riconoscibili le differenze. Non necessariamente per ricostruire le antiche ideologie, ma per dare una forma al confronto, perché, nel campo di battaglia di Kurosawa, senza una bandiera nessuno sa più da che parte stare.
È un cambio di paradigma narrativo che attraversa tutto il campo della politica. La politica del Novecento somigliava a un romanzo ottocentesco: una trama ordinata, personaggi definiti, sviluppo lineare.
Come nelle strutture narrative analizzate da Vladimir Propp, sembravano esistere ruoli, funzioni e sequenze riconoscibili. In quel mondo, bastava collocarsi nel punto giusto — il centro — per intercettare il consenso. Oggi, invece, la realtà politica ricorda molto di più il flusso di coscienza di James Joyce: frammentata, simultanea, soggettiva. Non c’è una sola storia, ma molte storie che si intrecciano. Non c’è un elettore medio, ma una molteplicità di pubblici che percepiscono e interpretano in modo diverso. In un simile contesto, la sfida non è occupare uno spazio geometrico, ma emergere nel rumore. Essere riconoscibili, appunto.
Anche fuori dall’Italia emergono segnali in questa direzione. A New York la vittoria di Zohran Mamdani ha mostrato la forza di una proposta fortemente caratterizzata; a Parigi Emmanuel Grégoire ha invece vinto attraverso una coalizione larga della sinistra e degli ecologisti, ma anch’essa dotata di un’identità politica chiaramente leggibile. Casi diversi che sembrano indicare una medesima tendenza, non vincono necessariamente i più “centristi”, ma coloro che riescono a farsi leggere, capire, distinguere.
La politica, allora, non è più solo gestione del consenso, ma costruzione di significato. Il rischio, naturalmente, è che l’enfasi sull’identità degeneri in semplificazione o polarizzazione. Ma ignorare questo cambiamento sarebbe un errore ancora più grande. Perché nel caos contemporaneo ciò che non ha forma non esiste. E forse la lezione più importante è proprio questa: non basta più stare nel posto giusto, bisogna essere qualcuno che valga la pena riconoscere.
Domenico Ioppolo
