Raccolgo volentieri l’invito del nostro Direttore del 2 Giugno. Le dichiarazioni di De Gregori non mi hanno né sorpreso né stupito né tantomeno scandalizzato. Incuriosito dal “can can” che si è sollevato ho seguito per alcuni giorni i contributi in argomento pubblicati sulla più autorevole stampa quotidiana (ovviamente mi tengo alla larga dai social).

Dal mio punto di vista possiamo girare e rigirare la questione ma i nodi rimangono due: l’atteggiamento dell’artista rispetto al mondo che ci circonda e l’idea che il pubblico si fa dell’Artista partendo dalle sue opere. Non conosco a fondo la produzione artistica di De Gregori: come ho già avuto modo di scrivere in un precedente contributo (“Se 50 anni vi sembrano tanti… Rimmel? Un trucco: 1975-2025”, su L’Incontro del 9 novembre 2025), quello che ho via via avuto modo di ascoltare e vedere (non solo canzoni ma anche interviste, servizi televisivi e documentari) non mi ha invogliato ad approfondire l’argomento.

Ho trovato quello che ho visto ed ascoltato o generico o banale o equivoco o “fumoso”. Mai “nelle mie corde”, per quel che questo possa valere. Tuttavia non credo che per esprimere una opinione su queste recenti polemiche sia necessario un esame – come dire -funditus (sorrido) di tutta la sua discografia. Chiunque è libero di dire e cantare quello che vuole. L’Artista non è, in quanto tale, investito della missione di diffondere messaggi che contengano analisi politiche o sociologiche o parole d’ordine mobilitanti e men che meno sfoggiare militanza alcuna. È il pubblico a decidere a quali concerti andare e quali canzoni ascoltare.

Ben prima di Edoardo Bennato e della sua canzone – citata dal nostro Direttore – del 1980 (epoca in cui l’atmosfera era cambiata, nelle fabbriche erano arrivati i robot e la “centralità” operaia sbiadita, le lotte di massa erano state sepolte dalla marcia dei 40000 della Fiat lasciando il posto al sanguinoso colpo di coda impazzito delle formazioni armate che avevano scambiato il tramonto per l’alba), Francesco Guccini aveva affrontato l’argomento in modo lucido e coraggioso con L’Avvelenata.

L’aveva fatto – non ci sfugga – non a giochi finiti (come Bennato) ma proprio nel 1976, l’anno della esplosione della violenza di massa, degli espropri proletari, degli sfondamenti ai concerti per entrare gratis, degli scontri a margine del Festival Pop di Parco Lambro che decretarono la fine di quella importante esperienza. Tra l’altro l’anno del famoso (e in questi giorni ricordato) “processo popolare” a De Gregori in coda al suo concerto al Palalido di Milano.

Quale (poco) senso avesse avuto “sfondare” per assistere gratis al concerto, poi contestare De Gregori e poi alla fine riportarlo “spintaneamente” sul palco per discutere lo scarso – come dire -“coefficiente rivoluzionario” delle sue canzoni non mi pare meriti tante parole (confesso però che ancora adesso sorrido al pensiero e mi riprometto di tornare a breve sui tre dischi che secondo me segnarono quell’anno così particolare).

Mi pare che le polemiche di questi giorni siano esito di un malinteso tra De Gregori e quella parte del suo pubblico che vedeva nelle sue canzoni messaggi totalizzanti di impegno militante, visioni del mondo “organicamente” in linea con il modo di sentire della sinistra. Si trattava di un abbaglio. Ho sempre personalmente messo in guardia i miei amici suoi ammiratori esattamente su questo punto.

Erano in sostanza per lo più canzonette che dicevano solo quello che dicevano: cioè spesso “il nulla cosmico”, un vuoto pneumatico di frasi evanescenti il cui senso veniva ricercato con sforzi ermeneutici degni di miglior causa e piegato al sentimento dell’ascoltatore. Le loro ricercate (ma malcelate) ambiguità strizzavano l’occhio, nutrivano equivoci ed ammiccamenti su questioni care al pubblico di sinistra. Tutti sono liberi di cantare “Hanno ammazzato Pablo e Pablo è vivo” con il pensiero che va alle repressioni nelle piazze. Ma Pablo non è che una mediocrissima canzone sulla morte sul lavoro, “asfaltata” ampiamente da “Una miniera” (ce la ricordiamo?) un bel pezzo di anni prima cantata dai New Trolls che non hanno mai inteso cavalcare ambiguità alcuna.

Ho letto recentemente (dichiarazione di un famoso Politico con un passato ed un presente di apprezzato impegno culturale e sociale) che l’impegno di De Gregori sul delicato tema dell’emigrazione sarebbe chiaramente rinvenibile in Titanic e che l’artista si espone con le opere e non con i proclami. L’ho naturalmente subito riascoltata: l’ho trovata ambigua, sbiadita, una costruzione musicale che sembra mettere alla berlina i protagonisti, separata da distanza incommensurabile, per esempio, da “Amerigo” di Guccini (un capolavoro che esaurisce l’argomento). Un apprezzato Autore di pluripremiate canzoni ha indicato come canzone politica “dalla A alla Z” di De Gregori “Bambini venite parvulos” del 1989.

Mi sono messo -ancora una volta-diligentemente all’ascolto e ancora una volta mi sono partite “le mani a carciofo”. Mi pare che questo pezzo impallidisca davanti a “Bambini” di una giovanissima ed esordiente Paola Turci al Festival di San Remo dello stesso anno (non al Club Tenco, al Festival di San Remo…). Certo, mi si dirà, come dimenticare che De Gregori si è dedicato alla riproposizione de “I treni per Reggio Calabria” della grande Giovanna Marini, Autrice ed Opera che affondano radici senza ambiguità nella Storia e nei sentimenti della sinistra militante? Non lo dimentico ma …non significa nulla.

Non significa nulla perché ciascuno fa quello che gli pare, quando gli pare e nel momento storico che ritiene più opportuno. Non è saggio appiccicare etichette eterne né “a futura memoria”. Sullo sfondo a ben vedere si delinea un problema più complesso ed interessante : quello del concetto di cultura e del nesso tra la vita e le scelte di ciascuno di noi e il rapporto con gli altri, tra l’uno ed i molti, tra le case e le piazze.

Moltitudine di persone sole o comunità? Viene in gioco il secondo comma dell’art.4 della Costituzione: “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Io preferisco gli Autori e le canzoni che mi aiutino a comprendere di più il mondo che abbiamo intorno o il mondo che è stato, o qualcosa di me, o almeno qualcosa dell’Autore o di altre persone, o almeno almeno di luoghi e altri luoghi… Preferisco insomma le canzoni “che dicono” alle canzonette che “intrattengono”.

Claudio Zucchellini

Claudio Zucchellini

Avvocato, Consigliere della Camera Civile di Monza, attivo in iniziative formative per Avvocati, Università, Scuole e Società Civile.

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