Davide Giacalone, giornalista di lungo corso, nel suo ultimo libro – come del resto fa ogni giorno sulle pagine del quotidiano La Ragione, del quale è direttore editoriale – difende a spada tratta l’Europa. Il libro già nel titolo e sottotitolo “Colpevoli & vincenti – Gli occidentali contro se stessi”, edito da Rubbettino, indica la traiettoria delle sue riflessioni che hanno il grande merito di stimolare il lettore a un proficuo confronto su tanti temi che agitano la cronaca politica e sociale degli ultimi anni, alcuni dei quali molto discussi.
Parliamo, ad esempio, dell’aggressione russa all’Ucraina, sulla quale la posizione di Giacalone è netta a favore del paese aggredito, cioè l’Ucraina, confutando le ragioni di quanti sostengono Putin in un’ottica che, quando non è apertamente di parte, sottintende colpe o responsabilità dell’Europa e della alleanza occidentale, di fatto criticando gli stessi sistemi di valori che spesso proprio la propaganda putiniana attacca “rilasciando interviste ai nostri mezzi d’informazione, perché dalle sue parti esiste solo la propaganda del regime e il veleno, la morte e il carcere per chi la pensa diversamente. Esattamente come era stato durante la lunga notte di miseria, morale e materiale, dell’Unione Sovietica e del dominio comunista”.
Altro tema oggetto di riflessione è la cultura cosiddetta woke, anche se Giacalone non usa questo termine, cultura condivisa irragionevolmente da forze politiche progressiste in nome di un “politicamente corretto”, che molto pesca nella ipocrisia, cambiando i termini della Storia. A riguardo l’autore entra nel merito di quanti accusano, oggi, l’Europa e l’occidente di colpe del passato “per avere fatto valere la propria potenza, per avere sopraffatto chi era meno potente. Una colpa ossessivamente raccontata in letteratura e poi tradotta in un numero enorme di film, che sono la letteratura di massa (…).
Un’ossessione coltivata negli anni, fino alla degenerazione folle di volere cancellare la storia per riuscire a cancellare la colpa”. Un modo di ragionare che “è privo di senso e di misura se destoricizzato, cioè se si applicano al passato le categorie del presente”. Una posizione, questa di Giacalone, che facciamo nostra ricordando come una tale miopia sia stata fatta propria da case editrici, company cinematografiche, autori, che si sono prestati nell’intervenire addirittura correggendo testi letterari originali od opere d’arte del passato oppure – lo abbiamo visto – stravolgendo in film e serie televisive di carattere storico inserendo improbabili personaggi in chiave etnica rovesciata. Per non parlare, sul piano dei monumenti storici, dell’abbattimento degli stessi con la pretesa di riparare in quel modo a una ingiustizia.
Il discorso poi, naturalmente, si amplia, ad argomenti come quelli del colonialismo, dell’emigrazione, quella di ieri e quella di oggi. In questo senso, Giacalone esprime con massima chiarezza come “Accogliere i profughi è un dovere, ma non per questo è sufficiente farli entrare e riconoscere loro il diritto di restare (…) Hanno il diritto di entrare, ma non quello di rifare altrove il loro paese (…) Il profugo accolto ha diritto alla protezione, ma la legge che prevale è quella di chi lo accoglie (…) Se eri abituato diversamente non voglio sradicare le tue convinzioni (sebbene talune meriterebbero d’essere sradicate), ma togliti dalla testa di poterlo fare qui dove ti trovi. Naturalmente sempre libero di andartene”. Le ho voluto estrarre dal testo più ampio e articolato perché sono di una chiarezza esemplare e che solo quanti sono in malafede o perseguano ragioni di interessata tattica politica possono confutare.
Più in generale, il discorso poi si amplia sulla economia, alla critica, da parte dell’autore, al facile e generale assistenzialismo, dettato anche questo, a mio avviso, dalla ricerca di facile consenso elettorale per non vedere in tutto ciò il danno che alla lunga, e neanche tanto alla lunga, si arreca al Paese tutto, caricandolo di debiti. “La ragione per cui neanche l’evidenza empirica riesce a far cambiare indirizzo è culturale, ovvero credere che i ‘soldi pubblici’ o ‘ dello Stato’ siano di nessuno, non siano i miei, per cui se ne possono reclamare di più senza supporre che sono anche un costo. E tale stolta illusione è alimentata proprio dal debito, che consente di credere che quei soldi siano un pozzo senza fondo e la pressione fiscale (pesantissima) futura sia solo una fosca e irreale ipotesi. Purtroppo no, non è così: quel macigno pesa e peserà”.
Eppure, quanti politici e governi finora di ogni tipo se ne infischiano in nome della loro sopravvivenza al potere, distribuendo bonus, mantenendo con denaro pubblico istituzioni e industrie decotte (si pensi solo alle tante inutili municipalizzate o aziende tecnologicamente non competitive che andrebbero chiuse o riconvertite) magari anche con scopi di pace sociale in complicità con la classe sindacale, deliberatamente cieca per il proprio tornaconto di potere sul mercato del lavoro, di fronte al baratro che si sta preparando. Muoia Sansone con tutti i filistei, verrebbe da dire. Non a caso, un capitolo è intitolato proprio “Veleno assistenzialista”.
Scrive Giacalone: “Si può accusare di cattiveria chi, come me, ritiene velenoso l’assistenzialismo, l’indirizzarsi verso i poveri e gli svantaggiati con aiuti economici che li stabilizzano nella condizione in cui si trovano”. E ciò non vale solo per i partiti e i sindacati, ma anche per le aziende. Si pensi ai costi e perdite durate anni, ad esempio, dell’Alitalia o dell’Ilva, ma di tante altre aziende, anche private, che, pur di sopravvivere, chiedono e ottengono sovvenzioni pubbliche. L’Istituto Bruno Leoni ha recentemente evidenziato, con le sue ricerche, la crescente presenza a riguardo dello Stato (leggi denaro pubblico) “in maniera sempre più frequente nella proprietà di aziende che rischiano o la bancarotta o l’acquisizione da parte di terzi”, arrivando addirittura in imprese che fabbricano e vendono salotti.
Tornando al libro di Giacalone leggiamo: “Il fatto è che quel veleno è egoista, perché serve a fare in modo che privilegi e protezioni dei più protetti possano continuare senza fare i conti con troppe pressioni e tensioni sociali. Si prende un pezzo (consistente) di ricchezza collettiva, la si destina a una fascia di svantaggiati e in questo modo si preserva il proprio privato privilegio. Questo è egoismo, non generosità”. Ed è spreco di denaro pubblico, spesa e debito insano che è stata la fossa in cui, aggiungiamo noi, sono precipitati i paesi comunisti, a economia statalista, interamente basata sulla spesa e debito, che ha inevitabilmente eroso la sempre minore ricchezza prodotta da politiche pauperiste tali da portare il sistema al collasso.
Da qui, tornando al libro di Giacalone, l’importanza che egli attribuisce all’istruzione, e più in generale, alla formazione “a patto che sia meritocratica e meritocratico il mercato del lavoro e delle professioni (…) proprio perché il nostro è il mercato produttivo della qualità e cresce con innovazione dei processi produttivi ed evoluzione tecnologica”. Ormai bisogna prendere atto che si vive in un modo globalizzato e non possiamo insistere come se, facendo un esempio che porta Giacalone, continuiamo a fare i maniscalchi se le automobili e i treni hanno scalzato le carrozze a cavallo. Ed è questo sentimento, per concludere con le parole dello stesso autore “che rende nero l’umore di chi si sente in bilico, divenendo poi preda di demagoghi che quella condizione prima la sfruttano e poi l’aggravano”.
Diego Zandel
