Poco nota è la breve storia delle formazioni slave (Cetnici, Ustascia, Cosacchi, Belagardisti, Domobranci ) collaboratrici dei tedeschi, che operarono nel 1943 nelle regioni del nord-est dell’Italia in Dalmazia, in Slovenia e in Croazia.

Drammatica ne fu la sorte e, per ricordarla, è necessario rifarsi – almeno per sommi capi – alla complessa situazione politico-militare di quelle zone all’epoca.

Subito dopo l’armistizio dell’Italia con gli Alleati ( 8 settembre 1943), unità tedesche della 71^ Divisione fanteria della Wehrmacht occuparono rapidamente (Operazione “Wolkenbruch”, Nubifragio) i principali centri del Friuli e della Venezia Giulia. Le truppe italiane (XXIII° Corpo d’Armata) che vi si trovavano vennero disarmate e inviate in Germania in strutture di lavoro o in Campi di concentramento. Nel mese di ottobre i tedeschi crearono nella zona occupata l’ O.Z.A.K. (Operations Zone Adriatisches Kusterland, Zona di operazioni del litorale adriatico) che comprendeva le provincie di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Pola e le zone di Lubiana, Susak e Bakar sotto il controllo del Gauleiter della Carinzia Friedrich Reiner.

Questi inquadrò le formazioni fasciste della neonata Repubblica di Salò in diverse strutture, la“Landschutz” (Guardia Civica) , la M.D.T. (Milizia per la Difesa Territoriale), la M.V.A.C. (Milizia Volontaria Anti Comunista). Il loro scopo era quello di debellare le formazioni partigiane comuniste slovene che si andavano formando nella zona contro di loro. .Contemporaneamente, nella stessa zona, gruppi militari di sloveni e croati che confidavano nella vittoria tedesca si aggregarono alle truppe germaniche nella speranza che, alla fine della guerra, in cambio di questo aiuto, il Governo tedesco avrebbe loro ceduto il territorio della Venezia Giulia . I più importanti e strutturati di questi gruppi erano quelli composti da Cetnici, Ustascia, Cosacchi, Belagardisti, e Domobranci.

I CETNICI (dal serbo-croato “Ceta”, banda) erano gli aderenti a un movimento politico-militare nazionalista monarchico panserbo attivo dal 1941 nella Zona dei Balcani contro partigiani sloveni. Si divisero, nel 1943, in due tronconi, di cui uno filotedesco al comando del generale serbo Milan Nedic e uno filocomunista alla guida del generale Dragolijub Mihajlovic. Nedic, con 5.000 uomini, giunse in Friuli nel febbraio 1944 e si unì ai tedeschi che occupavano quella zona. Questi lo nominarono Primo ministro del ”Governo serbo di salvezza nazionale” da loro istituito e operò in tutta la zona del Sud dell’Austria contro i partigiani comunisti sino alla fine della Seconda guerra mondiale.

Gli USTASCIA (dal verbo croato“ustajati” , alzarsi, insorgere) erano parte di un movimento nazionalista croato, clericofascista, di estrema destra fondato in Jugoslavia nel 1929 dall’avvocato Ante Pavelic in opposizione al predominio serbo nel Paese. Nel 1941 si alleò con le Potenze dell’Asse che lo posero – come “Poglavnik” (guida) – a capo del neoformato “Stato Indipendente di Croazia” a regime dittatoriale. In tutto il periodo della II Guerra mondiale i 10-000 Ustascia al suo comando imperversarono ferocemente specie in Croazia e Bosnia Erzegovina contro i partigiani serbi, gli ebrei e i serbi ortodossi.

I COSACCHI (da “gazak”, uomo libero) erano parte di contingenti militari di cavalleria presenti nel sud della Russia dal 1930. Uno di questi , al comando degli “atamani”(condottieri) Timofej Domanov e Sergeij Pavlov, era situato in una zona compresa tra i fiumi Kuban e Terek, e un’altro si trovava lungo le rive del fiume Don alla guida dei generali Petr Nikolaevic Krasnov e Andrej Grigorievic Shkurò. In numero di 40.000 , nell’autunno del 1943, i due contingenti si unirono entrambi alla cavalleria tedesca dell’ SS- Oberfuherer Helmuth von Pannwitz che ne formò un reparto speciale, il XV° SS- Kosaken Kavallerie Korps aggregandolo alla Wehmacht al comando di Sergeij Pavlov. Esso fu destinato alla lotta contro l’E.P.L.J. (Esercito Popolare per la Liberazione della Jugoslavia) del Maresciallo Josip Tito in Carnia e nel Friuli. In questa zona i tedeschi formarono, sotto il loro comando, il ”Kosakenland (Terreno cosacco) in Nord Italien” (promettendo, a guerra finita, di cederlo ai cosacchi ) e, nel gennaio 1945, l’”Hamptverwaltung der Kosaken Heere” (Amministrazione generale delle truppe cosacche) affidandola, sempre comunque sotto il loro controllo, all’atamano Timofej Domanov.

I BELAGARDISTI. (da “Bela Garda” , Guardia bianca) noti anche come “Slavi bianchi” in opposizione a quelli “rossi” comunisti, erano membri della “Legija Smirti” (Legione della morte), formata da volontari della Slovenia, della Croazia e della Dalmazia suddivisi nei M.V.A.C. (Milizia Volontaria Anti Comunista) “Lika”, “Dinara”e “Zara” in base alla loro provenienza. Negli anni 1939/1943 , 26.000 di essi vennero impiegati dall’Esercito italiano (XVIII° Corpo d’Armata -generale Pirzio Biroli) nella lotta antipartigiana in Dalmazia, Montenegro, Bosnia Erzegovina agli ordini del loro generale Blazo Djukanovic. Passarono al diretto comando della Wehrmacht nel 1943 operando contro i comunisti anche in Slovenia, seguendone le sorti.

I DOMOBRANCI , erano i successori di una altra milizia volontaria, la “Slovensko domobranstvo Legijo” ( Milizia volontaria slovena) di ispirazione liberalmonarchica cattolica, fondata nel 1942 a Lubiana nella zona della Slovenia occupata dall’Italia, da patrioti locali filofascisti. Nel 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre, i legionari presero il nome di “Domobranci” sotto la guida del generale sloveno Leon Rupnik, con una propria bandiera rappresentante una aquila blu ad ali spiegate in campo bianco e col motto “Per Dio, le persone e il Paese” e aderirono ai tedeschi che avevano occupato la zona. Constavano di circa 13.000 uomini suddivisi in gruppi al comando di Vuk Rupnik (fratello del generale), Frank Kenner e Ernest Peterlin. Leon Rupnik ( che , nel 1942, era stato nominato Podestà di Lubiana dall’allora Alto commissario italiano per quella regione generale Emilio Grazioli) venne confermato a capo dell’Amministrazione di Lubiana e nominato Ispettore generale della “Slovensko domobranstvo”, destinato, coi suoi uomini, alla lotta contro l’”Osvobodilna Fronta” (Fronte comunista per la liberazione della Slovenia) che operava in quella regione.

Ai “Domobranci” si unirono, nel 1943, 5.000 miliziani cattolicofascisti sloveni della organizzazione terroristica “Crna Roka” (Mano nera), istituita anni prima “per l’eliminazione del comunismo e la difesa della fede” e operarono pesantemente a tale scopo in tutta la Slovenia. Gli appartenenti a tutti questi gruppi, Cetnici, Ustascia, Cosacchi, Belagardisti e Domobranci, dal 1943 alla fine della Seconda Guerra mondiale (maggio 1945) si resero colpevoli di fucilazioni di decine di migliaia di partigiani comunisti e di torture, sevizie, stupri e malversazioni su popolazioni civili, specialmente su ebrei e minoranze ortodosse. E’ da notare che tutte queste azioni vennero compiute con il tacito avallo ( e talora anche con l’ approvazione) delle massime autorità religiose cattoliche locali, quali l’Arcivescovo di Zagabria monsignor Viktor Stepinac e il Vescovo di Lubiana monsignor Grigorij Rozman. Alla fine della II^ Guerra mondiale circa 150.000 uomini fra Cetnici, Ustascia, Cosacchi, Belagardisti e Domobranci passarono , attraverso il passo di Ljubelj, nella Carinzia austriaca, allo scopo di consegnarsi agli Alleati che vi erano giunti e sfuggire alle vendette dei partigiani comunisti del Maresciallo Tito vincitori.

La Carinzia era presidiata dalla 38^ Brigata di fanteria del V° Corpo della VIII^ Armata britannica il cui comandante, generale Patrik Scott, li riunì dapprima in un campo a Vitring vicino a Klagenfurt e successivamente, a gruppi, li consegnò al generale jugoslavo Milan Basta dell’Esercito popolare di liberazione della Jugoslavia. La loro storia si concluse tragicamente poiché le truppe titine li portarono in un primo tempo in campi di concentramento a Tenharje e a Sentvid vicino a Lubiana e poi li uccisero tutti per lo più nella foresta di Kocevije che si trova nella regione dell’altipiano carsico del Koceveski rog. I 12.000 Domobranci vi vennero fucilati alla fine del 1945 e i loro corpi furono gettati nel vicino pozzo di Huda jarna (grotta maligna). Altri 50.000 appartenenti alle formazioni cetniche, belogardiste e cosacche furono uccisi in Slovenia nella miniera di Hrastnik, a Trbovlje, a Lasko e a Tezno.

Alcuni loro corpi furono rinvenuti nel 1999 nell’abisso di Macesnova Gorica al confine con la Croazia

A Bleiburg, cittadina austriaca al confine con la Slovenia, nel maggio 1945 vennero uccisi 55.000 Ustascia e collaborazionisti civili. Tra il 1996 e il 2001, nel territorio sloveno occupato dai titini nel 1945, furono rinvenute 296 fosse comuni contenenti 196.000 cadaveri. I principali comandanti delle 5 formazioni filonaziste che imperversarono dal 1943 al 1945 in Slovenia, Croazia, Serbia e anche in Friuli e Venezia Giulia, vennero trovati e catturati dai partigiani jugoslavi, sottoposti a processo e condannati morte per collaborazionismo col nemico e stragismo. Scampò alla vendetta dei comunisti jugoslavi soltanto l’ex Poglavnik ustascia Ante Pavelic, probabilmente il più colpevole fra tutti. Fuggito in Austria da Belgrado nel marzo 1945, si recò in Argentina accolto dal generale Peron, filonazista. Tornò in Europa nel 1957, in Spagna,sotto la protezione del Governo filofascista del generale Francisco Franco e morì a Madrid due anni dopo.

Il cetnico Milan Nedic, catturato dagli jugoslavi, imprigionato a Belgrado nel 1946, si uccise in carcere nello stesso anno in attesa di processo.

I cosacchi Petr Krasmov e Andreij Shkurò, catturati nell’agosto 1947,detenuti nella prigione della Lubjanka a Mosca, vi furono impiccati nell’ottobre. I loro corpi vennero cremati e le ceneri furono disperse in una fossa comune nel parco del vicino Monastero Donskoj. Il belagardista Blazo Djukanovic, catturato vicino a Podgoria in Romania ove era fuggito, venne riportato in Montenegro e fucilato nell’ottobre 1943 a Ostrog presso il locale Monastero di San Basilio. L’atamano cosacco Timofej Domanov, catturato nel gennaio 1947, imprigionato nella Lubjanka a Mosca, vi fu impiccato nel 1948. Il domobranco Leon Rupnik, fuggito in Austria nel febbraio 1945, venne scoperto e arrestato dagli inglesi a Klagenfurt nel luglio, consegnato agli jugoslavi, che lo fucilarono a Lubiana nel settembre dell’anno dopo. Anche i religiosi cattolici che avevano collaborato coi nazisti vennero sottoposti a processo.

Il Vescovo Gregorij Rozman fu processato nel 1946 dal Tribunale militare della IV^ Armata jugoslava alla quale si era consegnato, e condannato a 18 anni di reclusione per collaborazionismo con i tedeschi

La condanna fu sospesa e il processo annullato per vizio di forma pare su intervento della S.Sede. L’ Arcivescovo Viktor Stepinac fu condannato nel 1946 a Belgrado anch’egli per collaborazionismo a 16 anni di reclusione, trasformati in arresti domiciliari nel 1952. Nominato Cardinale nel 1958 da Papa Pio XII Pacelli, morì due anni dopo mentre era ancora agli arresti domiciliari. Fu beatificato nel 1998 da Papa Giovanni Paolo II Wojtila.

Gustavo Ottolenghi

 

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