Quando si discute della figura di Bettino Craxi è usuale ripercorrere meriti e demeriti della sua leadership, luci ed ombre nella sua azione politica, la vicenda di Tangentopoli e i rimpianti per la cosiddetta Prima Repubblica.

E’ ancora attuale la socialdemocrazia?

In questo contesto capita spesso di sentire domande come quella posta a Giuliano Amato e Claudio Martelli da un giornalista nel corso di un dibattito tenutosi in Fondazione Feltrinelli sulla attualità della socialdemocrazia. Nell’occasione è stato chiesto il motivo per cui un’intelligenza fuori dal comune come quella craxiana – che
aveva saputo predire e anticipare i passaggi salienti della politica italiana – non era stata in grado di prevedere l’insostenibilità del sistema di finanziamento illecito ai partiti e il rischio di un imminente crollo strutturale della classe politica. La domanda che nessuno si è posto è tuttavia un’altra. Sarebbe interessante conoscere la ragione per la
quale quasi tutto l’entourage neosocialista degli anni ’80 – ma non i socialisti storici come Martelli o Amato – dal 1994 si è immediatamente posizionato sui valori integralisti della destra nazionalista, clericale e financo neofascista, continuando, contestualmente, a rimpiangere e a valorizzare l’intera opera craxiana.

Craxi il riformista

La risposta a quest’ultima domanda costituirebbe – probabilmente – la soluzione anche per il primo quesito. E’ d’obbligo fare una premessa. Osservando le categorie della scienza delle dottrine politiche non può certo dubitarsi che Craxi fosse di sinistra e che attualmente il PSI si posizionerebbe più a sinistra dell’attuale socialdemocrazia europea (anche ignorando peraltro che lo stesso Craxi si definiva di sinistra). Al di là del programma politico e dei nominalismi, solo facendo riferimento ai provvedimenti legislativi e di governo riferiti direttamente a Craxi si potrebbero riempire volumi interi sicché, per esigenze di redazione, ci si dovrà limitare a richiamare gli interventi riformisti dal 1983 al 1987 quando era Presidente del Consiglio (dalla revisione del Concordato, ai provvedimenti contro l’inflazione a tutela dei salari, sino all’integrazione nel sistema europeo con l’Atto unico del 1985), la politica estera di rottura del “servilismo” nei confronti degli USA (dalla condanna dell’invasione di Grenada, alla vicenda di Sigonella quando schierò le nostre truppe contro i soldati americani rivendicando l’autonomia nazionale, per non parlare degli atti compiuti in favore della OLP e del salvataggio di Gheddafi).

L’unità socialista sulla base dei valori della sinistra europea

Se non vi possono essere dubbi sul fatto che la politica interna ed estera del PSI di Craxi fosse di sinistra, è interessante ricordare che nel 1990 Craxi propose l’unità socialista sulla base dei valori della sinistra europea (cd Patto di Canossa) proposta non raccolta dal PCI, allora ancora fermo nel guado tra socialdemocrazia e massimalismo. E sarebbe altresì importante richiamare le parole dello stesso Craxi all’assemblea degli eurodeputati del PSI nel 1989, relativamente all’astio nei suoi confronti dell’allora
Partito Comunista Italiano: “ci accusano spesso di essere moderati ma noi cresciamo con i voti comunisti, non con quelli moderati” (P. Pombeni, Sinistre. Un secolo di divisioni. Il Mulino, Bologna, 2021). Il fatto che Craxi fosse fortemente inviso agli USA, ai comunisti, e soprattutto ai cattolici (vedi gli editoriali di Civiltà Cattolica del tempo e la posizione della segreteria De Mita) esalta ulteriormente il posizionamento
di Craxi nella sinistra moderna riformista.

Ma i conti non tornano…

Ciò detto circa il pacifico inquadramento politico a sinistra di Bettino Craxi, i conti però non tornano quando ci si riferisce agli attuali epigoni di Craxi. La stragrande maggioranza dei socialisti rampanti dei favolosi anni 80, contestualmente alla caduta di Craxi, si è immediatamente posizionata nella destra antisocialista e antieuropeista. E non sarebbe consentito di affermare che si trattasse di formazioni, in qualche modo, ispirate a principi “liberalsocialisti”. E’ sufficiente, anche in questo caso, analizzare l’operato della destra italiana dal 1994 al 2023 per avere la conferma che si sta discutendo di una destra, clericale, corporativista, nazionalista e, in parte, antieuropeista. Sotto il profilo economico, per usare la descrizione già fatta anche in questa sede, la destra italiana ha sempre sostenuto una visione “colbertista”, basata peraltro sulle esigenze di corporazioni contro il libero mercato. Sul punto sono significative le infrazioni e le sanzioni contestate all’Italia dalla UE (dalle quote latte, ai balneari sino ai tassisti: in poche parole una miscela di nazionalismo e di corporativismo).

“Dio, Patria e Famiglia”

La destra italiana è stata – ed è – anche campione mondiale nell’opposizione al riconoscimento di diritti civili costituzionalmente garantiti. Al di là dei programmi politici basati sulla difesa della famiglia tradizionale, sui simboli della religione di Stato e sulla lotta contro le diversità di genere, contro la famiglia di fatto e l’omosessualità in forza del motto “Dio, Patria e Famiglia”, deve rammentarsi che il più grave
provvedimento d’ispirazione clericale della storia d’Italia fu fatto dal ministro Sacconi ex socialista con il provvedimento liberticida “ad personam” nel caso Englaro (è solo il caso di ricordare che la posizione della destra è stata travolta dalle pronunce dell’Autorità giudiziaria e della Corte Costituzionale perché contraria ai principi di libertà su cui si basa lo stato democratico). Anche con riguardo alla politica giudiziaria le posizioni della destra italiana sono state illiberali, considerando che in assenza di vere riforme della giustizia, sono stati emanati provvedimenti frammentari, “ad personam”, garantisti per i soli “colletti bianchi”, e giustizialisti nei confronti del reo comune (vedi provvedimenti sulla recidiva e da ultimo il decreto Caivano). Stessa sorte ha avuto la gestione dell’ordine
pubblico, denunciata come illiberale dalle organizzazioni internazionali (la vicenda di Genova era stata definita da Amnesty International come la più grave violazione dei diritti umani consumata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale).

La Destra italiana è antieuropeista…?

E ciò in cui la destra si è particolarmente distinta è stata la politica sull’immigrazione che ha peraltro visto l’Italia ripetutamente sanzionata dalla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo. Infine, come ciliegina sulla torta, la Destra populista italiana ha spesso fatto dell’antieuropeismo il proprio cavallo di battaglia, proponendo persino l’uscita dall’euro. Del resto, i nostri leader sono fedeli alleati delle destre estreme antieuropeiste (Meloni-Vox, Salvini-Le Pen ecc.). Tirando le somme, quando è crollato il craxismo la quasi totalità dei neosocialisti degli anni 80 ha subito aderito alla destra illiberale ferocemente antisocialista, talvolta con incarichi di rilievo nello schieramento. E’ stato persino costituito un neonato Nuovo Partito Socialista Italiano, una sorta di ossimoro parte
integrante della destra antisocialista, da cui è derivato il Presidente di destra della Regione Campania.

Nostalgia canaglia…

Si potrebbe tentare di spiegare la vicenda sostenendo che, con l’esilio di Craxi, i vari socialisti siano stati improvvisamente “folgorati” dalla ideologia nazionalista e antisocialista e siano passati dall’altra parte della barricata (tutti i partiti di destra sono feroci avversari della socialdemocrazia e dei socialisti europei). Ma come si spiega che contestualmente continuino, ancora oggi, a commemorare Bettino Craxi e il PSI, e continuino a definirsi “socialisti”? In altre parole, come si spiega che la detta moltitudine sia tuttora violentemente antisocialista e antieuropeista, e contemporaneamente idolatri il mito socialista della sinistra europeista? Quando il Sindaco di Milano propose di intitolare una via della città a Bettino Craxi, Salvini dichiarò: “finché
ci sarà un leghista al Comune di Milano il no ad ogni intitolazione di via a Bettino Craxi sarà garantito!”.

E così è stato sino ad oggi

Per dirla con le parole della generazione dei “socialisti antisocialisti”, si adora Craxi
e contestualmente si adora il nemico di Craxi, nemico con cui ci si candida. Ed ancora, il 30 aprile 1993 Craxi venne aggredito a Roma, all’uscita dell’Hotel Raphael, da un nutrito lancio di monetine da parte di una folla di esagitati composta prevalentemente da militanti missini e leghisti, ai quali si era unita una minoranza di estremisti di sinistra (le riprese, le fotografie e i testimoni confermano che gran parte degli aggressori faceva capo ai partiti dell’attuale destra ove sono attualmente accasati i neosocialisti). Accade spesso di sentire ancora oggi la rabbiosa stigmatizzazione dell’accaduto, da parte degli ex socialisti, ora eletti nelle liste della destra insieme agli aggressori di allora. In queste occasioni la rabbia degli ex socialisti è sempre rivolta contro i comunisti, mentre i loro attuali colleghi di partito – che dominavano l’aggressione – non sono mai menzionati.
E che dire del cappio esposto a Craxi in Parlamento dai deputati leghisti, colleghi di partito degli ex socialisti Tremonti, Siri e Bonfrisco? Camerati che sbagliano?

Camerati che sbagliano?

Se si fossero cambiate repentinamente le proprie idee politiche, passando in pochi giorni dalla sinistra democratica e riformista alla destra illiberale – e nella maggior parte dei casi all’estrema destra nazionalista – non sarebbe mai stata razionalmente possibile la contestuale prosecuzione nell’adorazione e nella venerazione del più grande leader della sinistra europea, nonché delle sue idee socialiste ed europeiste, diametralmente opposte all’ideologia della destra italiana. Se deduttivamente non se ne viene a capo, nella esperienza di tutti, in via induttiva, la soluzione è più semplice. A livello locale, negli anni ‘80, si sono visti veri e propri arrembaggi alla tessera del PSI da parte di qualunquisti ed opportunisti di ogni specie che fino agli anni ‘70 poco avrebbero avuto a che spartire con gli ideali socialisti. Se si esaminano le singole figure si vedrà che le storiche personalità del PSI non si sono mai schierate contro la socialdemocrazia, mentre quella la folla che si è gettata nella destra populista della Seconda Repubblica è la stessa che si era buttata nel PSI quando esso aveva assunto importanti posizioni di potere nella gestione della cosa pubblica.

Il vertice del partito vedeva solo i numeri…

Detta semplice constatazione consente di spiegare sia il posizionamento liberticida, confessionale e reazionario dei “neocraxiani”, sia il motivo per cui Craxi non aveva colto i segnali della crisi della politica, quanto meno all’interno del suo partito. La bulimia del tesseramento che aveva portato al disvalore, e allo scollamento tra società civile e classe
politica, era il prodotto, a livello locale e intermedio, dei signori delle tessere, i quali avevano contezza di chi stavano “imbarcando”, ma il vertice del partito – che vedeva solo i numeri – non poteva, ovviamente, effettuare una reale valutazione degli specifici “reclutamenti”. Se si fosse potuta ponderare la vera visione politica – o, meglio ancora, la personale concezione di vita – dei nuovi socialisti degli anni ’80 si sarebbe potuto chiarire l’equivoco: non si trattava di socialisti, ma – più impropriamente – di “nazional-socialisti”.

Massimo Chioda

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