Prosegue la pubblicazione degli articoli che il nostro editore, l’avvocato Riccardo Rossotto, apprezzato storico, ha dedicato alla storia del terrorismo italiano. Mentre il decennio degli anni di piombo finiva e quello del riflusso e dello yuppismo stava iniziando, l’Italia, nell’agosto del 1980, fu scossa da uno degli attentati più terribili, la strage della Stazione di Bologna.

Milo Goj

 

Insieme alle vittime innocenti, la strage di Bologna ha avuto una protagonista centrale, a volte deludente e contraddittoria, ma alla fine risolutiva: la Giustizia con la G maiuscola. La Giustizia ci ha messo infatti quasi cinquant’anni per farci capire cosa fosse capitato a Bologna in quel terribile 2 agosto 1980: come era maturata e tra chi l’idea di realizzare una delle più tremende stragi del dopoguerra.

La Giustizia ha avuto bisogno di un sacco di tempo, forse troppo diranno in molti, soprattutto i parenti delle vittime, ma alla fine, proprio nel gennaio di quest’anno, la prima Sezione della Cassazione ha accertato i responsabili di quella immane tragedia: ne ha ribadito i moventi e ha sgombrato dal panorama giudiziale tutte quelle dietrologie che si erano accavallate negli anni e nei vari gradi dei giudizi pendenti, confermando la matrice neofascista dell’attentato e la regia e le protezioni assicurate da Licio Gelli capo della Loggia massonica P2.

In questa puntata, vi racconteremo il faticoso percorso compiuto dai giudici italiani nell’accertamento della verità sulla terribile strage della stazione di Bologna. Una storia che ci consegna un ritratto del nostro paese orribile, disegnato e deformato da trame di potere, di odio, di violenza e di corruzione.

 

Riccardo Rossotto (“RR”): Abbiamo ben in mente tutti le strazianti immagini della stazione di Bologna devastata dopo la bomba del 2 agosto 1980. L’esplosione avvenne nella sala d’aspetto di seconda classe, in un giorno di grande affluenza e causò 85 morti e oltre 200 feriti.

Tutti abbiamo vissuto inizialmente con attenzione, e via via con una crescente maggior impazienza, il lavoro degli inquirenti e dei magistrati mirato a ricercare i responsabili e i mandanti di quella strage assurda. Per quarant’anni abbiamo letto o ascoltato diverse ricostruzioni di quell’attentato, più o meno fantasiose, più o meno credibili, più o meno folli o inattendibili.

Ci siamo anche chiesti spesso, ed è ora che ce lo confessiamo, che forse il grido di dolore di tutti i parenti di quelle 85 persone morte all’inizio dell’estate del 1980 non avrebbe mai potuto trovare giustizia. I processi erano infatti diventati tali e tanti che, salvo gli addetti ai lavori coinvolti, nessuno ci capiva più niente. I risultati delle istruttorie rendevano talmente complicata la comprensione dei vari scenari, che gli italiani si erano quasi arresi all’impossibilità di arrivare alla verità.

Siamo stati tutti, noi cittadini, sballottati tra varie e a volte opposte ipotesi. Oltre alla matrice neofascista – teniamo conto che i due leader dei Nar Francesca Mambro e Giusva Fioravanti – hanno sempre dichiarato, almeno in quel caso, la loro totale estraneità – nel tempo si sono accavallate altre ipotesi più o meno inventate o strumentalmente costruite per manipolare il corso della giustizia e l’opinione pubblica.

Si è andati dalla pista palestinese, sulla quale torneremo, a ipotesi di mandanti anche mafiosi in combutta con sigle terroristiche nere. Si è tentato, come dicevamo, di farci credere che il mandante nonché l’esecutore di quella strage andasse ricercato all’interno del movimento terroristico palestinese che voleva dare un segnale allo Stato italiano di essere inadempiente al patto non scritto definito da Moro e Andreotti con Arafat per una pacificazione sul territorio italiano di ogni forma di scontro fra il terrorismo palestinese, gli israeliani e i nostri servizi segreti.

Franco Amato (“FA”): Dopo tutti queste false “piste”, finalmente la prima Sezione della Cassazione è tornata sull’originaria pista di matrice fascista collegata alla Loggia P2 alla quale erano affiliati alcuni uomini dell’intelligence italiana, ovviamente deviati dal loro compito istituzionale.

La novità dell’ultima decisione dei giudici è che stato definitivamente provato il rapporto di complicità tra Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini i tre appartenenti ai Nar già condannati in via definitiva, e Gilberto Cavallini, organizzatore della logistica dell’attentato. Quella di Bologna fu dunque una strage politica, orchestrata dalla P2 di Licio Gelli, coperta dagli apparati deviati dello Stato e realizzata dai fascisti di diversi gruppi eversivi, legati appunto ai servizi segreti collegati con la Loggia massonica.

RR: La ricostruzione di quei fatti ci chiarisce molti punti su cosa accadde a Bologna 45 anni fa. Gilberto Cavallini, nei giorni precedenti la strage, diede un essenziale supporto logistico al gruppo di “fuoco” composto da Fioravanti, Mambro e Ciavardini: li ospitò nella sua casa a Villorba di Treviso; procurò le auto per il trasporto dei terroristi a Bologna e fece anche avere a Ciavardini un documento falso.

Nella sentenza si legge testualmente come Cavallini “avesse quantomeno una contiguità con contesti di servizi deviati e con la P2 di Licio Gelli, cui pure è riconducibile la strage”. I giudici della Cassazione hanno voluto sottolineare come Cavallini facesse parte “di quel micidiale e si spera irripetibile “humus” nel quale convergevano servizi, P2 e parte dell’eversione nera, allo scopo, evidentemente comune anche se per motivi forse differenti, di destabilizzare e infine distruggere l’assetto democratico e costituzionale dello Stato italiano”.

Cavallini era già stato condannato per banda armata e per altri delitti come l’omicidio, nel giugno del 1980, 2 mesi prima della strage di Bologna, del pubblico ministero di Roma, Mario Amato. Lo uccise perché il magistrato, all’epoca incaricato delle più importanti inchieste proprio terrorismo nero, stava avvicinandosi alla verità sull’organizzazione neofascista dei Nar.

FA: Sempre secondo i giudici della Corte Suprema, Gilberto Cavallini è stato il “traghettatore” dal vecchio mondo stragista veneto a quello dei nuovi adepti.  Egli aveva infatti collaborato con Franco Freda – condannato per numerosi attentati e riconosciuto come uno dei responsabili della strage di Piazza Fontana – che lo considerava un po’ il suo pupillo.

Dalle carte istruttorie emerge che Cavallini e gli altri membri dei Nar avevano potuto accedere liberamente al deposito veneziano di armi ed esplosivi in capo agli stragisti di Ordine Nuovo, Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio. Insomma, godevano di relazioni e complicità che permettevano loro soluzioni logistiche e di armamento sicuramente privilegiate e coperte “dalle alte sfere” dei servizi. Basti sapere che, quando nel 1983 Cavallini venne arrestato, gli inquirenti scoprirono che girava con un tesserino di riconoscimento dei Carabinieri falso, firmato però da un alto ufficiale dell’Arma, affiliato alla P2. In più, nella sua abitazione fu ritrovato uno stock di tesserini in bianco, firmati dallo stesso ufficiale dei carabinieri. Insomma, due evidenti prove della tragica complicità tra i terroristi di destra e alcuni pezzi deviati dello Stato.

RR: Nel groviglio di questa storia nella quale si intrecciano delinquenti comuni, neofascisti, iscritti alle logge massoniche e alti ufficiali dei carabinieri, non può mancare un accenno a un altro grande e inquietante co-protagonista: Paolo Bellini. Nato nel 1953, fin da ragazzo Bellini frequentò gli ambienti extraparlamentari della destra fascista, a diciott’anni fece il militare, ottenne il brevetto di paracadutista.

Si avvicinò agli ambienti di Avanguardia Nazionale e il 15 giugno 1975 commise il suo primo omicidio, uccidendo il militante di Lotta Continua Alceste Campanile. (Omicidio per il quale Bellini venne riconosciuto colpevole nel 2009, trent’anni dopo, ma fu prosciolto per prescrizione!). Paolo Bellini ebbe una serie di relazioni con ambienti mafiosi siciliani e il suo nome si ritrova in alcune inchieste pendenti sul terrorismo e sulle mafie nel sud Italia. Quando venne indagato per la strage di Bologna, Bellini negò la sua presenza a Bologna la mattina del 2 agosto 1980 e fornì un alibi familiare “di ferro” che, nel 1992, portò al suo proscioglimento.

Ma nel 2019, l’ex moglie Maurizia Bonini, riconobbe il suo volto nelle immagini di un video amatoriale girato alla stazione di Bologna proprio il 2 agosto 1980 da un turista tedesco, Harald Polzer, poco prima della strage: nelle immagini spunta un giovane con riccioli e baffi, maglietta scollata che lascia vedere una catenina al collo. Un giovane straordinariamente simile a immagini dell’epoca proprio di Paolo Bellini. L’alibi che a suo tempo lo escluse dal processo viene quindi ritenuto falso e Bellini venne processato dalla Corte d’Assise di Bologna che lo condannò all’ergastolo in primo grado per concorso in strage. Condanna confermata dalla Corte d’Assise d’Appello di Bologna il 6 aprile 2022.

FA: È interessante leggere uno stralcio della difesa dei legali di Bellini che hanno chiesto che all’imputato venissero riconosciute almeno le attenuanti generiche: “In ragione del tempo trascorso e della lontananza dei fatti, nonché della condotta di vita tenuta negli ultimi 24 anni, in cui ha operato la scelta di collaborare, manifestando in tal modo segni tangibili di resipiscenza rispetto al passato e alle scelte di vita”. La richiesta ovviamente è stata quella di revocare la condanna all’ergastolo sostituendola con altra pena detentiva temporanea.

Questa posizione legale appare curiosa, tenendo conto del fatto che lo stesso Bellini, tornato in carcere a fine giugno del 2023 dopo essere stato intercettato dalla Procura di Caltanissetta che indagava sulle stragi mafiose del 1992, proprio in quelle intercettazioni è stato sentito pronunciare pesanti minacce nei confronti dell’ex moglie, rea, secondo lui, dell’ergastolo che gli era stato appena appioppato a causa della sua testimonianza.

Insomma, appare difficile considerare tali frasi come “segni tangibili di resipiscenza”. L’ultima appendice giudiziaria di questa annosa e controversa vicenda riguarda dunque la conferma in Cassazione dell’ergastolo a Paolo Bellini, killer ed esponente, come abbiamo visto, di Avanguardia Nazionale, già condannato in secondo grado.

RR: Finora le sentenze definitive hanno anche accertato il ruolo di Licio Gelli, del capo dell’ufficio Affari Riservati del Viminale dell’epoca, Federico Umberto D’Amato, del giornalista di destra Mario Tedeschi e dell’uomo d’affari Umberto Ortolani, ritenuti tutti e quattro, a vario titolo, o mandanti o finanziatori o organizzatori diretti o indiretti della strage di Bologna. Tutti questi soggetti, correi di quei gravissimi reati, sono però deceduti e quindi rimarranno colpevoli nella storia, ma non in quella giudiziaria.

È stata comprensibilmente soddisfatta la reazione “a caldo” del Presidente dell’Associazione delle Vittime della Strage alla stazione di Bologna, Paolo Bolognesi, il quale ha dichiarato ai media: “La sentenza spazza via tutte le fantomatiche piste alternative e frantuma il presunto spontaneismo dei Nar. Oggi sappiamo che fu una strage politica, finanziata dalla P2 di Licio Gelli, coperta dagli apparati deviati dello Stato e portata a compimento dei fascisti di diversi gruppi eversivi legati ai servizi segreti”.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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