Con quello qui di seguito, siamo giunti alla quarta puntata degli articoli che Riccardo Rossotto, editore de L’Incontro e apprezzato storico, in particolare del Novecento, ha dedicato al terrorismo degli anni Settanta. Come i precedenti, anche questo intervento è ricavato da un podcast dello stesso Rossotto

Milo Goj

 

Non si erano ancora metabolizzate le conseguenze della strage di Piazza Fontana a Milano – che vi abbiamo raccontato nella prima puntata di questo ciclo – che il nostro paese, neanche cinque anni dopo, ripiombò nell’incubo del terrorismo. Prima a Brescia e poi sull’Appennino tosco-emiliano, si consumarono due stragi che sembrano quasi rappresentare gli atti finali di una tragica sceneggiatura iniziata proprio nel dicembre del ‘69 con la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano.

Strategy of Tension”: con queste parole, all’indomani di quel primo sconcertante attentato che scosse la nazione italiana nelle sue fondamenta, il settimanale inglese “The Observer” fotografò un clima politico che attraversava l’Europa mediterranea, con una corrente nera che dalla Grecia dei colonnelli arrivava ad investire anche il nostro paese. L’espressione “Strategia della tensione” faceva il suo esordio per indicare ciò che stava avvenendo all’interno del nostro quadro politico. Secondo i giornalisti britannici, a fronte del crescente successo del Partito Comunista Italiano, il Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, avrebbe deliberatamente provocato la scissione del suo partito (il PSDI) per spostare a destra la Democrazia Cristiana, in modo tale da escludere ogni possibilità di una coalizione con i comunisti.

Una manovra che se da un lato era abortita a causa della postura cauta assunta proprio dal Partito Comunista Italiano nel corso dell’autunno caldo di quello stesso anno, dall’altro avrebbe però indirettamente incoraggiato l’estrema destra a passare al terrorismo clandestino. Aldilà della successiva conferma o meno delle numerose trame che via via sono state ricondotte a quella “fortunata” formula, gli anni che seguirono quel reportage confermarono in gran parte la fondatezza di quella previsione. Oggi vogliamo raccontarvi proprio cosa accade prima a Brescia e poi sull’espresso denominato l’Italicus in cui i primi mesi del 1974.

Franco Amato (“FA”): Il 1974 è un anno particolare nella storia del nostro paese: c’era una brutta atmosfera, circolano notizie preoccupanti circa la rinascita di un terrorismo violento di stampo neofascista e le Brigate Rosse compiono i primi atti dimostrativi. Gli italiani, come tutti gli occidentali, facevano i conti con la austerity, il blocco automobilistico che riguardò tutte le nostre domeniche, diventate un’occasione per andare a piedi o in bicicletta. Il prezzo del petrolio aveva subito un’impennata a causa della ritorsione economica che i paesi arabi avevano messo a punto contro le nazioni che avevano appoggiato Israele nella guerra dello Yom Kippur.

Bisognava risparmiare a tutti i costi per salvare i conti pubblici. A Palazzo Chigi, il governo era stato affidato per la quinta volta al democristiano Mariano Rumor che concentrò i suoi sforzi nel tenere unita una maggioranza litigiosa e sempre sul punto di sciogliersi. Nel maggio di quell’anno, i cittadini italiani dissero no, nel segreto della cabina elettorale, all’abrogazione della legge sul divorzio, segnando in tal modo una tappa fondamentale nella storia della conquista dei diritti civili nel nostro paese. Lo Stato laico aveva prevalso su quello confessionale.

Riccardo Rossotto (“RR”): A Brescia, martedì 28 maggio 1974, era stata organizzata una manifestazione imponente per dare un segnale preciso contro gli episodi di violenza di stampo fascista che si susseguivano in tutte le fabbriche. La manifestazione, con la partecipazione di tutte le sigle sindacali e i rappresentanti della società civile, doveva rappresentare la risposta di fronte alle intimidazioni dell’estremismo di destra.

L’appuntamento era alle 9 del mattino: i tre cortei partirono da Porta 30, da Piazza Garibaldi e da Piazza della Repubblica per congiungersi poi sotto il palco, allestito nella centralissima Piazza della Loggia, dove erano previsti interventi di politici e di sindacalisti. Pioveva, ma la affluenza non ne aveva risentito e la piazza si era riempita deli ombrelli di migliaia di bresciani che volevano dare un segnale di partecipazione e solidarietà alle vittime della violenza estremista. Erano passate da poco le 10 quando sul palco salì il sindacalista della Cisl, Franco Castrezzati. Il suo intervento fu forte, appassionato, molto sentito, e venne applaudito dalla folla che si accalcava in Piazza della Loggia.

Castrezzati urlò tutta la sua rabbia contro Giorgio Almirante, allora segretario del Movimento Sociale Italiano, e contro tutti coloro che sembravano guardare con nostalgia ai fasti del ventennio fascista. Quando l’orologio della piazza segnava le 10.12 e il sindacalista della Cisl riprese il filo del suo discorso, dopo un lungo applauso, con l’incipit “a Milano intanto…” un botto violentissimo spazzò via le sue parole e un bagliore accecò i presenti per qualche secondo.

Alcune persone vennero scaraventate in aria ricadendo pesantemente al suolo. Anche le bandiere e gli striscioni caddero a terra e nell’aria si respirò un odore pungente. Dopo un attimo di panico silenzioso, la piazza fu inondata dalle urla delle persone che incominciarono a scappare e di quelle dei feriti che gridavano il loro dolore.

Castrezzati dal palco urlò ai cittadini bresciani presenti di non perdere la calma e di lasciare con ordine Piazza della Loggia. Venne creato un cordone umano intorno alla zona dello scoppio, localizzata proprio sotto il portico, alla sinistra del palco degli oratori. Non ‘cerano solo feriti ma anche morti, i cui corpi dilaniati vennero coperti mentre molti si aggiravano per la piazza alla ricerca dell’amico, del parente o del collega con cui quella mattina erano andati alla manifestazione. Le prime ambulanze arrivarono dopo pochi minuti, mentre nella piazza serpeggiava la paura di nuove esplosioni. I cadaveri erano almeno 5: un altro se ne aggiunse poco dopo, nonostante la corsa in ospedale, così come le ferite di altri due presenti all’evento, nei giorni immediatamente successivi, ne causarono la morte, portando il totale delle vittime a otto. I feriti alla fine furono un centinaio.

FA: Sono passati cinquant’anni da quella bomba che aveva tragicamente colpito una manifestazione antifascista uccidendo, appunto, otto cittadini inermi. “Non vittime, ma caduti consapevoli” ha scritto Benedetta Tobagi, figlia dell’indimenticabile Walter. Avevano scelto di essere in piazza per manifestare in modo pacifico contro l’escalation di violenza neofascista nella provincia di Brescia. Fu la strage “col più alto tasso di politicità” disse uno dei magistrati.

Anche i funerali ebbero una valenza profondamente politica. Furono un grande esercizio di democrazia, conflittuale, ma civile: un esempio che invita a riflettere ancora oggi sul valore del dissenso e sulle modalità di manifestarlo. Brescia diede a tutta Italia una grande dimostrazione di civiltà, di dolore immenso, di protesta contro uno Stato che non aveva protetto i suoi cittadini. Tutto ciò però avvenne senza violenza ma nell’ordine, nel rispetto delle regole, autodisciplinandosi con i servizi d’ordine del sindacato.

RR: Anche in questo caso la giustizia… non è riuscita a dare giustizia. Il 25 novembre 2008 si era aperta la prima udienza dell’ennesimo processo riguardante quella strage. Furono necessarie due anni di udienze per ripercorrere e ricostruire tutta la vicenda, al termine dei quali i pubblici ministeri chiesero la condanna per concorso in strage per tutti gli imputati, ad eccezione di Pino Rauti, nel frattempo deceduto. Dopo 157 udienze, si giunse alla sentenza di primo grado, il 16 novembre 2010: cinque erano gli imputati rimasti alla sbarra, mentre 34 erano le parti civili e 433 i soggetti ascoltati come testimoni, consulenti o imputati per reati comunque in qualche modo collegati alla strage di Piazza della Loggia. Tutti gli imputati vennero assolti. Ancora una volta non era stato possibile individuare con certezza i responsabili di una tragedia.

FA: Le parti civili non si diedero per vinte e, insieme alla Procura Generale, presentarono la richiesta di impugnazione della sentenza alla Corte di Cassazione per le posizioni di Maurizio Tramonte, detto Tritone, e per il medico veneziano Carlo Maria Maggi, entrambi ai vertici della sezione di Mestre di Ordine Nuovo. Una delle parti civili chiese anche che il nome del Generale dei Carabinieri Francesco Delfino rientrasse nel processo e impugnò la parte della sentenza che lo aveva assolto.

La Corte di Cassazione firmò l’ennesimo colpo di scena: ribaltò la sentenza di appello e annullò le assoluzioni, chiedendo alla Corte di Assise e di Appello di Milano di tornare a lavorare sulla strage di Brescia. Fu confermata soltanto l’assoluzione per il generale Delfino, che morirà poco tempo dopo, e per Delfo Zorzi, che poté tornare dunque in libertà.

41 anni dopo la bomba, il 22 luglio 2015, i giudici di Milano pronunciarono una nuova sentenza: questa volta comparve la parola condanna! Carlo Maria Maggi venne condannato all’ergastolo e l’ex confidente dei servizi segreti italiani Maurizio Tramonte seguì la stessa sorte. La sentenza confermò la responsabilità degli ambienti neofascisti del Triveneto nella pianificazione della strage. La sentenza divenne definitiva e le otto vittime della strage ebbero finalmente dei responsabili individuati.

Maggi, per questioni di salute e di anagrafe, rimase agli arresti domiciliari fino alla sua morte nel dicembre 2018. Tramonte invece divenne latitante e venne arrestato in Portogallo, a Fatima, dagli agenti dell’Interpol. Le autorità portoghesi, alla fine del 2017, concessero l’estradizione. Tramonte iniziò la sua detenzione presso il carcere di Fossombrone, continuando a professare la sua innocenza e a richiedere anche la revisione del processo.

Nel settembre del 2023 la Cassazione respinse però l’istanza di revisione del procedimento e gli avvocati di Tramonte preannunciano la possibilità di aprire un quarto grado di giudizio davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo.

Ma la storia processuale non è finita: nello scorso mese di aprile, il Tribunale dei minori di Brescia ha condannato a trent’anni Marco Toffaloni, all’epoca appena sedicenne, fatto che spiega la competenza dell’apparenza paradossale della giustizia minorile. Fu la mano di Toffaloni, militante delle file più violente del movimento di estrema destra Ordine Nuovo, che la mattina del 28 maggio 1974 piazzo nel cestino sotto il porticato l’ordigno che esplose alle 10:12. All’epoca era un sedicenne, ora è un sessantasettenne.

RR: Quel tragico 1974 registrò però altre stragi e altre vittime. Domenica 4 agosto, all’1:23 di notte, una bomba esplose sull’espresso 1986 Roma-Monaco, denominato l’Italicus. A bordo c’erano 342 persone: italiani che vanno in vacanza, tedeschi che tornano a casa. L’esplosione avvenne proprio quando il treno stava per uscire dalla galleria Grande dell’Appennino nei pressi di San Benedetto Val di Sangro, in provincia di Bologna e causò la morte di 12 passeggeri, ferendo in modo anche grave altre 48 persone.

L’attentato venne rivendicato da Ordine Nero, una sigla terroristica neofascista nata proprio nel 1974, che esordì con questa tragica azione, per destabilizzare il paese e contando, più o meno direttamente, della complicità di alcuni pezzi dello Stato. Quella notte morì anche Silver Sirotti, un dipendente delle Ferrovie dello Stato, un controllore che quella notte non doveva essere in servizio su quel maledetto treno. Sirotti aveva 25 anni e subito dopo lo scoppio cercò di soccorrere i passeggeri nella carrozza colpita dall’ordigno, la quinta del convoglio, ma morì sopraffatto dal fuoco e dal fumo. Fu insignito della medaglia d’oro al valor civile.

FA: Da quanto si ricava dall’istruttoria svolta dagli inquirenti, la tragedia dell’Italicus poteva assumere dimensioni ancora più tremende. L’espresso era infatti partito dalla stazione di Roma Tiburtina alle 20:35 di quella domenica di agosto ed era passato alla stazione di Firenze a mezzanotte e trenta, con un ritardo di 23 minuti che in parte era riuscito a recuperare. Questa differenza di tempi salvò probabilmente la vita a molte altre persone a bordo del treno. In base all’istruttoria effettuata infatti è emerso che il progetto dei terroristi fosse di far esplodere la bomba non all’uscita della galleria ma al centro, dove l’effetto sarebbe stato ancora più devastante. Un’altra opzione emersa evidenzia come il timer dell’ordigno fosse stato programmato per l’arrivo del treno nella stazione di Bologna.

Molti anni dopo quella strage, la figlia di Moro, Maria Fida, disse che a bordo dell’Italicus era salito anche il padre Aldo, all’epoca Ministro degli Esteri. Doveva raggiungere la famiglia in Trentino, ma prima che il treno partisse fu fatto scendere “per firmare carte importanti”.

RR: Anche in questo caso, la giustizia… non fece giustizia! Non ci sono stati condannati. Le sentenze parlano genericamente della “responsabilità di un’organizzazione terroristica d’ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana”. Nei documenti processuali si parla anche del ruolo della P2 che “fece opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra, extraparlamentare Toscana, risultando ‘gravemente coinvolta nella strage’”. Circa 10 anni dopo l’attentato dell’Italicus, il 23 dicembre 1984, nella stessa galleria, denominata Grande, dell’Appennino tosco-emiliano, un’esplosione avrebbe colpito un altro treno, il rapido 904 partito da Napoli e diretto a Milano, carico di passeggeri in viaggio per le feste natalizie. Anche in quell’occasione ci fu una strage: 16 morti e 267 feriti.

FA: Le due stragi che abbiamo raccontato spinsero il Parlamento ad approvare le cosiddette leggi speciali miranti a contrastare il terrorismo. Proprio un anno dopo la strage di Piazza della Loggia, venne emanata la legge Reale, che inaspriva soprattutto le misure repressive con l’estensione della custodia preventiva, il divieto di partecipare a volto coperto alle manifestazioni e l’autorizzazione alle forze dell’ordine all’uso delle armi per prevenire i reati legati al terrorismo, alle stragi e alle rapine a mano armata.

Tre anni dopo, nel 1978, il governo italiano approvò anche una riorganizzazione delle forze dell’ordine, procedendo alla costituzione di gruppi speciali con scopi antiterroristici. Nel 1980, come vedremo in una delle prossime puntate, fu varata la legge Cossiga, che convinse molti membri ed ex membri delle organizzazioni terroristiche, di destra e di sinistra, a collaborare con la giustizia in cambio di alcuni benefici processuali. Si trattò alla famosa legge sui pentiti, un grimaldello che consentì al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e ai suoi reparti speciali, di iniziare l’opera di contrasto e smantellamento delle varie sigle del terrorismo rosso e nero.

Ha riaperto un altro “armadio della vergogna”, il generale Pasquale Notarnicola, ex capo del Sismi in quegli anni caldi dal 1978 al 1983. Il generale, deceduto nel 2021, ha lasciato ai suoi eredi un memoriale con il vincolo di poterlo pubblicare soltanto dopo la sua morte.

Nel suo documento, pubblicato dal suo editore Donzelli con il titolo “Tra le nebbie della P2”, Notarnicola svela il clima interno agli apparati dell’Intelligence italiano, guidati da uomini che poi si scoprirono essere affiliati alla loggia segreta del gran maestro Licio Gelli. Scrive il generale a proposito delle stragi degli anni 70, cito testualmente: “Tali delitti purtroppo avvenivano sotto la protezione di uomini – civili e militari – delle istituzioni. Costoro agivano nell’ambito di una loggia massonica segreta (P2) scoperta solo nella primavera del 1980, in seguito alle indagini dei giudici Turone e Colombo che permisero di rinvenire la lista di iscrizione degli adepti. L’operato di tale loggia aveva lo scopo di determinare una fitta cortina di nebbia che mascherasse la verità e che, ancora oggi, non è stata completamente dissolta”.

Come ci dimostra l’attualità di questi mesi, rinvangare queste storie ha un senso per ricordarci sempre quanto siano importanti e delicate queste agenzie di intelligence; quanto sia importante che la guida politica sia salda e quanto sia meglio se c’è condivisione trasversale in Parlamento, perché ci vuole davvero poco ripiombare nei tempi bui e nella nebbia della linea di comando.  C’è sempre il rischio di qualche disonesto e infedele servitore dello Stato.

L’intreccio del terrorismo stragista neofascista, con i depistaggi che per decenni hanno nascosto i responsabili e la verità – ha scritto Giovanni Bianconi – è un dato storico ormai acquisito. I processi celebrati e le migliaia di saggi scritti su questo tema hanno disegnato un quadro attendibile e abbastanza completo, non solo di come andarono le cose ma anche delle complicità istituzionali, grazie alle quali fu coperta una realtà che se si fosse scoperta in tempo reale, avrebbe portato la condanna di molti più responsabili di quanti alla fine sono caduti nella rete della giustizia”.

RR: Per cercare di comprendere cosa successe nel nostro paese in quegli anni è necessario conoscere prima i fatti, poi gli accertamenti giudiziari. A questo proposito, segnaliamo che negli archivi della Rai è rintracciabile una straordinaria puntata della “Notte della Repubblica” realizzata da Sergio Zavoli e dedicata proprio alla strage di Piazza della Loggia e a quella del treno Italicus.

Con la sua straordinaria capacità comunicativa, Zavoli ci aiuta a decifrare l’ancora poco comprensibile fenomeno del terrorismo, oltre a mettere in luce i tentativi di golpe mirati a rovesciare la nostra Repubblica e, più in generale, a concretizzare la strategia della tensione. Suggeriamo inoltre la visione sul piccolo schermo di una puntata della trasmissione Blu Notte, di Carlo Lucarelli, con un approfondimento particolare relativo ai misteri ancora esistenti in Italia su quel periodo.

Al cinema, un importante contributo lo ha dato il Docu-Film “I giorni di Brescia” realizzato da Luigi Perelli a ridosso della strage: le scene sono costruite utilizzando materiali fotografici e riprese effettuate nel centro città nelle ore precedenti e successive a quelle tragiche 10 del mattino del 28 maggio 1974.

 Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

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