Palmoli, Chieti, 20 novembre 2025. I tre figli (una bambina di 8 anni e due gemellini di 6 anni), di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, una coppia anglo australiana che vive in una casa isolata, vengono portati via a forza dai servizi sociali. È l’inizio della vicenda della “famiglia nel bosco”. Veneto, Puglia, Campania, 23-24 novembre 2025. In nessuna delle tre elezioni regionali l’affluenza raggiunge il 45%. Roma, 5 dicembre 2025. Viene presentato il 59esimo Rapporto Censis sul quadro socioeconomico e culturale dell’Italia.
Questi tre “eventi”, concentrati nelle ultime settimane del 2025 apparentemente sono slegati tra loro. Si potrebbe pensare: cosa può accumunare un fatto di cronaca, un appuntamento elettorale e un rapporto culturale? Alcuni sociologi (tra cui il nostro collaboratore Nestar Tosini) ritengono invece che i tre “episodi” siano legati da un fil rouge: la sfiducia crescente verso le istituzioni, intese nel senso più ampio del termine. Direi il mainstream e i suoi strumenti (mediatici, giudiziari e così via).
La vicenda della famiglia del bosco ha visto la grande maggioranza degli interventi sui social schierata contro la decisione dei giudici. Le motivazioni non sono solo emotive/sentimentali/umanitarie, dettate cioè dal dispiacere di vedere dei bambini sottratti alla famiglia. Numerosi interventi hanno messo sotto accusa il “sistema” che porta a una società del controllo, quasi a uno stato etico. Una delle frasi più ricorrente è una citazione del cantante Simone Cristicchi (non so se vera o presunta), che avrebbe detto “I bambini del bosco sono stati rapiti da un sistema demoniaco che finge di proteggerli”.
I più estremisti (non pochi) hanno colto un rapporto tra l’intromissione dello “Stato” in scelte famigliari, con quanto è successo durante la pandemia e hanno scritto: “Le persone favorevoli a lockdown, green pass e vaccini sono le stesse favorevoli ai giudici che hanno tolto i figli alla famiglia che viveva nel bosco”. In questo clima di scetticismo (eufemismo) verso le istituzioni, si sono svolte le elezioni in Veneto, Campania e Puglia. Il crollo dell’affluenza in tutti e tre i casi sotto il 45% parrebbe confermare una frattura tra il “popolo” e il “potere”. Oltretutto si tratta di regioni importanti, di un trittico significativo per tutto il Paese, visto che due sono al Sud e una al Nord, due si affacciano sull’Adriatico e una sul Tirreno. Il 59esimo rapporto Censis sembra confermare questo clima.
Oltre il 70% degli intervistati ritiene che la gente non creda più ai partiti, ai leader politici e al Parlamento. Addirittura quasi un terzo degli italiani condivide l’idea che le autocrazie siano più adatte ai tempi moderni rispetto alle democrazie. Anche perché si sta diffondendo l’opinione che le democrazie occidentali siano ormai delle oligarchie. Una quota significativa non vede più conseguentemente, un ruolo decisivo dell’UE nelle principali decisioni globali e non ha fiducia in essa.
A proposito di sfiducia verso l’Unione europea, il primo eclatante avvenimento di politica internazionale del nuovo anno, l’attacco Usa al Venezuela, ha visto sui social, tra le più disparate considerazioni, una serie di post dal sapore “euroscettico”. Più o meno, provocatoriamente, dicono “la Ue si è presentata come paladina del diritto internazionale e del principio che bisogna sempre schierarsi con l’aggredito, contro l’aggressore; coerentemente adesso si comporterà con gli Stati Uniti come si comporta con la Russia e aiuterà il Venezuela come sta aiutando l’Ucraina?”. Forse è pleonastico sottolineare come, verosimilmente, per gli autori di questi post si tratti di una domanda retorica.
Milo Goj
