Per ottant’anni, da quando è nata la Repubblica Italiana, si è trascurato di usare termini come patria e nazione, abusati e travisati dal fascismo e per molto tempo considerati vecchi e superati. Il capo del governo Meloni, invece, ha iniziato a riferirsi all’Italia come a una nazione e questo termine, per molto tempo desueto, è entrato nel vocabolario quotidiano. Viene usato con superficialità anche da esponenti della sinistra senza conoscerne con precisione nemmeno il significato.

Patria e nazione sono stati a lungo considerati termini conservatori, ma nella condizione attuale non lo sono affatto. Non lo sarebbero mai, ma in un periodo come quello corrente lo sono ancor meno: da una parte si delega all’Europa e a organismi sovranazionali (come la NATO) una quota cospicua della sovranità nazionale; dall’altra la composizione etnica e culturale della popolazione, da almeno quarant’anni, è andata modificandosi sempre più rapidamente.

Una riflessione dinamica, aggiornata al presente e rivolta al futuro, sarebbe quanto mai necessaria. La destra — non importa se si sia d’accordo o meno con le posizioni espresse — per lo meno sta assumendo posizioni che tengono conto dei cambiamenti avvenuti e in corso nella Repubblica. La sinistra, invece, come in molti altri campi, assume un atteggiamento conservatore attaccandosi ai vecchi schemi e a una retorica usurata.

Il discorso politico su patria, nazione, repubblica, popolo, cittadinanza ecc., è stato a lungo trascurato dalla sinistra che ha perso l’opportunità di elaborare e di esprimersi per prima, come ci si aspetterebbe dai veri progressisti che pongono i problemi quando i conservatori non li vedono o cercano di nasconderli. Oggi succede il contrario: i sedicenti progressisti non vedono i problemi e agiscono come conservatori, celebrando la liturgia vuota di una Costituzione redatta in tempi diversi. I sedicenti conservatori propongono un linguaggio nuovo, ma purtroppo (per tutti) anch’essi con lo sguardo rivolto al passato.

Ancora una volta, la sinistra è stata anticipata e si trova costretta a rispondere all’iniziativa della destra senza aver aggiornato le proprie posizioni. È trascurata la cruciale riflessione geopolitica su territorio, identità, appartenenza e istituzioni, che si attualizza nelle autonomie locali e regionali, nelle leggi elettorali che rappresentano territori, nei punti saldi di un comune sentire e di uno stile di vita.

Un secolo dopo l’avvento del fascismo e a ottant’anni dalla sua caduta, non si può liquidare un tema fondante della nostra repubblica con un paio di insulti, indignazioni e sberleffi sulle radici fasciste dei nonni (politici) di Meloni. Anche il filo ininterrotto della storia italiana, che inizia con il Risorgimento, è stato a lungo dichiarato strumentalmente ‘conservatore’; in realtà costituisce una novità nel panorama politico poiché non si può pensare comunque a un ritorno all’Ottocento. Il tema è stato ripreso dalla destra. Ma allora, perché affidare ai conservatori il Risorgimento, che nacque come movimento progressista e innovatore?

Cosa dicono gli intellettuali autoproclamatisi progressisti e ora più conservatori dei sedicenti conservatori? Silenzio assoluto o riproposizione di concetti logori, senza alcun tentativo di aggiornarli e, men che meno, di assumere quell’iniziativa culturale che dovrebbe caratterizzare i veri progressisti.

Corrado Poli

Corrado Poli

Corrado Poli, docente di geografia politica e urbana, editorialista e saggista

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