Le lettere diventano materia, memoria e architettura. Al Festival dei Due Mondi di Spoleto, Lorenzo Marini porta “Initial, un’installazione site-specific che trasforma l’alfabeto in un’esperienza immersiva, invitando il pubblico a riflettere sul potere originario della parola. Artista, creativo e fondatore della Type Art, Marini prosegue così la sua ricerca sulla “liberazione delle lettere”, inserendosi nel tema di questa edizione del Festival, “Radici”.

In un contesto che da sempre celebra il dialogo tra le arti, “Initial si propone come una soglia simbolica tra linguaggio, arte e memoria, confermando la capacità dell’artista di oltrepassare i confini tra arti visive, design e comunicazione. Lo abbiamo intervistato per approfondire il significato di questo progetto e la sua visione dell’arte contemporanea.

“Initial” è stata definita una “porta d’ingresso delle parole”. Come nasce questo progetto e quale esperienza desidera far vivere al pubblico?

“Initial” nasce da una riflessione sulle origini del linguaggio. Ogni parola custodisce una radice, una storia, una memoria. Quando Daniele Cipriani ha scelto “Radici “come tema di questa edizione del Festival dei Due Mondi, ho sentito che quel titolo dialogava naturalmente con la mia ricerca, che da anni indaga il linguaggio attraverso la forma della lettera. Ho immaginato che anche la scrittura avesse una propria origine materiale, come se le lettere emergessero dalla terra alla stregua di antichi reperti dell’umanità. Per questo “Initial” è composta da grandi lettere scolpite nel granito nero, veri e propri monoliti, collocati su un quadrato di marmo bianco che richiama il foglio sul quale tutti noi abbiamo imparato a scrivere.

Mi piace pensare che il visitatore attraversi queste lettere come se compisse un viaggio verso le origini della parola. È una porta simbolica, ma anche fisica, che invita a riflettere sul fatto che il linguaggio non è soltanto uno strumento di comunicazione: è ciò che costruisce la nostra identità, custodisce la memoria e dà forma al nostro modo di abitare il mondo. La mia intera ricerca nasce da questa idea: trasformare il linguaggio in un’esperienza. Le lettere non sono semplici segni grafici, ma diventano presenze, architetture e spazi da attraversare. Vorrei che il pubblico non si limitasse a osservare l’opera bensì la vivesse, trovando un significato personale nel dialogo tra materia, parola e memoria.

Il Festival dei Due Mondi è, per sua natura, un luogo di incontro tra linguaggi artistici diversi. La sua ricerca ha sempre attraversato i confini tra arte, design, pubblicità e comunicazione. Che significato ha per lei questa contaminazione tra le discipline? E cosa può nascere dall’incontro della sua opera con il teatro, la musica e la danza?

Non ho mai creduto nelle barriere tra le discipline. Le considero convenzioni utili a classificare, ma poco interessanti quando si tratta di creare. Il mio lavoro nasce sempre da un’idea. Se quell’idea trova la sua forma nell’arte, nel design, nella comunicazione o in un’installazione ambientale, cambia lo strumento non il pensiero. Il Festival dei Due Mondi è il luogo ideale per un’opera come “Initial”, perché teatro, musica, danza e arti visive hanno un’origine comune: il desiderio dell’uomo di dare forma a ciò che sente e a ciò che immagina. Mutano gli alfabeti, ma le radici sono le stesse. Mi piace pensare che la mia installazione possa dialogare con gli altri eventi del Festival non come una semplice presenza scenografica, ma come uno spazio di passaggio, una soglia di pensiero tra uno spettacolo e l’altro, un invito a fermarsi per ritrovare il valore delle parole.

Nel suo lavoro la parola è spesso protagonista. Che cosa può ancora fare la parola oggi in un’epoca dominata dalla velocità delle immagini e dall’intelligenza artificiale?

Paradossalmente, proprio nell’epoca del predominio delle immagini, credo che la parola abbia acquistato valore. L’immagine arriva immediatamente. La parola, invece, chiede tempo. Va letta, interpretata, interiorizzata. È uno spazio di libertà, perché ciascuno costruisce il proprio significato. Anche l’intelligenza artificiale ci ricorda quanto le parole siano decisive: tutto nasce dalle parole che scegliamo. Proprio per questo diventa ancora più importante conservarne la dimensione umana. Le parole non sono soltanto informazioni; sono memoria, emozione, responsabilità. Possono creare ponti oppure muri. L’arte, forse, serve anche a questo: a restituire alle parole il loro peso e il loro silenzio.

Lei ha attraversato mondi molto diversi: dall’arte alla comunicazione, dal design alla pubblicità. Qual è il filo conduttore che unisce tutte queste esperienze?

Credo che il filo sia sempre stato la curiosità. Non mi sono mai interessato alle categorie, ma alle idee. Ogni progetto è un’occasione per trovare una forma nuova a un pensiero. In fondo il mio lavoro è sempre stato un tentativo di rendere visibile l’invisibile: un concetto, una relazione, un’emozione. Gli strumenti cambiano con il tempo, ma la domanda rimane la stessa: come si può dare forma a un’idea senza impoverirla? È questa la domanda che continua a guidarmi.

In questi giorni è anche al “Dynamo Camp” dove sta lavorando con bambini e ragazzi. Che significato ha per lei questa esperienza?

Per me è un’esperienza che va ben oltre il laboratorio artistico. È un’occasione per riscoprire una delle funzioni più autentiche dell’arte: creare relazioni e offrire a ciascuno la possibilità di esprimersi. Al “Dynamo Camp” stiamo realizzando una grande tela di nove metri per tre. È un’opera aperta, costruita insieme. Ogni ragazzo è invitato ad aggiungere una propria lettera ai miei alfabeti lasciando un segno personale che diventa parte di un racconto collettivo. Trovo molto bello che un alfabeto, nato come mia ricerca artistica, possa trasformarsi in uno strumento di partecipazione.

In quel momento non conta più chi ha iniziato l’opera: conta che ciascuno trovi il coraggio di lasciare il proprio segno. Lavorare con bambini e ragazzi che stanno affrontando percorsi di cura ci ricorda una responsabilità che il mondo dell’arte, qualche volta, tende a dimenticare. L’arte non è soltanto museo, mercato o contemplazione. Può avere una funzione sociale profonda: creare fiducia, favorire l’incontro, restituire voce a chi spesso pensa di non averne una. Credo che oggi ci sia bisogno anche di questa idea di arte: un’arte che non si limita a essere osservata, ma che diventa uno spazio condiviso, capace di accogliere, includere e generare nuove possibilità di relazione.

Se dovesse condensare in un solo pensiero l’essenza della sua ricerca artistica, quale sarebbe?

Trasformare il linguaggio in esperienza. Che si tratti di una parola, di una lettera, di un segno o di uno spazio, mi interessa creare opere che non si limitino a essere viste ma che invitino le persone a partecipare, a riflettere, a completarne il significato. Non mi interessa lasciare un messaggio univoco. Mi interessa lasciare una domanda.

Se un’opera continua ad accompagnare una persona anche dopo averla vista, se torna alla mente magari giorni dopo, allora significa che ha iniziato davvero a vivere. L’arte, per me, non è una risposta definitiva. È un invito a guardare il mondo con uno sguardo diverso. Mi torna spesso in mente una frase attribuita a Proust che voglio condividere: «Il vero viaggiatore non è quello che vede terre nuove, ma quello che vede terre vecchie con occhi nuovi». In fondo, ritengo che l’arte abbia proprio il compito di aiutarci a guardare ciò che conosciamo con uno sguardo nuovo.

Martina De Tiberis

Martina De Tiberis

Laureata in Lettere Moderne e specializzata in Filologia Moderna presso l’Università degli Studi di Ferrara con il massimo dei voti. Nel 2021 ha intrapreso il percorso per diventare giornalista pubblicista,...

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