Spesso molti di noi si trovano nell’imbarazzo di come reagire e rispondere a chi ci manifesta, senza alcun dubbio, la sua intenzione di non votare, di rinunciare al suo diritto di esprimere la propria opinione politica. Di fronte ad affermazioni del tipo “tanto non serve a niente” oppure “tanto fanno quello che vogliono a prescindere dal mio voto” oppure, peggio, “sono sempre andato a votare, ma adesso son

+o disilluso, amareggiato dalle tante promesse non mantenute”, ci sentiamo quasi a disagio.

Non sappiamo come provare a convincere questi ormai “indifferenti consolidati” a tornare sui loro passi, a cambiare idea. E, soprattutto, come far capire loro che il “non voto” vuol dire lasciar gestire “la cosa pubblica” a chi ha votato. Con la conseguenza, come sta succedendo in tanti paesi, che una minoranza di appena il 26% può determinare le scelte strategiche di un paese in cui il 50% degli aventi diritto al voto non si è presentato ai seggi.

Stiamo per affrontare una stagione elettorale importante, soprattutto in Europa, dove andranno al voto i maggiori paesi dell’Unione. Forse, invece di un confronto partitico concentrato sulle persone e non sui programmi, sarebbe più opportuno porsi il problema di come convincere gli indifferenti a tornare a votare.

A questo proposito ho recuperato un intervento scritto da Antonio Gramsci, con il quale, evidentemente, non condivido il percorso culturale e politico, ma che esprime una serie di considerazioni valide trasversalmente, al di là delle opinioni partitiche di ciascuno di noi. Considerazioni, si badi bene, espresse più di cento anni fa: esattamente l’11 febbraio 1917.

Cercate di superare il pregiudizio rappresentato dal pensiero politico di Gramsci e provate a calarvi nell’articolazione del ragionamento sviluppato dal futuro leader comunista, quando il Partito Comunista Italiano non era ancora stato costituito.

Il trend dell’aumento dell’assenteismo ai seggi non sembra arrestarsi. Anche le ultime amministrative, in Italia, ci dimostrano che soltanto qualche volta, a livello locale e grazie alla responsabilità di qualche candidato particolarmente apprezzato e stimato dall’elettorato, le percentuali di votanti possono tornare a salire. In caso contrario, punto dopo punto, gli italiani che si recano alle urne sono sempre meno.

Il fenomeno, come ben sappiamo, non è tipico solo del nostro paese, ma investe tutte le cosiddette democrazie occidentali. C’è un distacco generale dalla politica che trova le sue giustificazioni in una combinazione di fattori: dalla delusione all’indifferenza per la cosa comune, fino alla disillusione, alla convinzione che ormai non serva più a niente esprimere la propria opinione politica.

Quel diritto di voto, che corrisponde a un dovere civico non sanzionato, ha costituito un traguardo sognato soprattutto da quelle popolazioni a cui veniva negato. Ancora oggi una gran parte del pianeta vede il consolidarsi di regimi autarchici, gestiti da autocrati che non hanno nessuna intenzione di sottoporsi al vaglio elettorale e che pertanto negano ai loro concittadini il diritto di esprimere il proprio pensiero politico.

Noi, invece, che lo abbiamo non solo acquisito ma anche esercitato per decenni, ci siamo impigriti. E, con una serie di motivazioni perlopiù inaccettabili, esprimiamo quasi con fierezza la nostra decisione di non esercitare tale diritto, di non andare ai seggi, di non compiere il nostro dovere di cittadini pensanti e soprattutto partecipanti alla gestione del bene comune.

Salvo poi lamentarci, dopo lo scrutinio, dei risultati, dei candidati eletti, delle maggioranze relative espresse a fronte di un’affluenza sempre più ridotta. Un quadro molto pericoloso. Un quadro, come abbiamo già ripetuto diverse volte, che porta a derive non virtuose, per cui minoranze compatte e coese negli obiettivi assumono la responsabilità di governo, gestendo la cosa comune in nome e per conto dei loro elettori. Elettori che a volte, purtroppo ormai troppo spesso, rappresentano neanche un quarto degli aventi diritto al voto in quel paese.

Che fare? Non mi sembra che i partiti, al di là delle parole, si siano posti seriamente la questione. Alcuni, comprensibilmente, perché questo assenteismo dilagante può in realtà favorirli. Altri, invece, pur penalizzati dal “non voto”, non affrontano il tema: lo marginalizzano, lo lasciano a qualche banale slogan da campagna elettorale del tipo “tornate a votare e soprattutto a votare bene!”.

Siccome, nonostante tutto, siamo ancora in tempo per assumerci tutti, nessuno escluso, la responsabilità di coinvolgere il maggior numero di cittadini nell’esercizio del diritto di voto per le varie elezioni in calendario a breve-medio termine, ho provato a cercare nel nostro passato dei contributi che si ponessero il problema dell’assenteismo e quindi dell’indifferenza dei cittadini di fronte alla possibilità di determinare la maggioranza politica del proprio paese.

Vi sembrerà strano, anche perché la mia storia personale e il mio percorso culturale e politico sono stati molto diversi, ma uno scritto che mi ha colpito e mi ha fatto molto riflettere è stato proprio quello di Antonio Gramsci che vi ho citato nel teaser. Uno scritto che Gramsci pubblicò l’11 febbraio 1917 sul periodico “La Città futura”.

Ho trovato l’articolo in una pubblicazione dell’editore Chiarelettere, intitolata “Antonio Gramsci. Odio gli indifferenti”, con l’introduzione dello storico David Bidussa. Il volumetto raccoglie una serie di testi scritti da Gramsci e in parte censurati in ottemperanza al decreto del 23 maggio 1915, alla vigilia quindi dell’entrata in guerra dell’Italia, quando il governo Salandra aveva imposto che ogni pubblicazione fosse sottoposta a censura preventiva, ovvero che le bozze di stampa fossero vidimate in anticipo dalla censura.

Proprio per non perdere quel prezioso patrimonio di pensieri, riflessioni e progettualità gramsciane, il ricercatore Sergio Caprioglio ha svolto una lunga ricerca su quei testi censurati presso l’Archivio di Stato di Torino. “Odio gli indifferenti” era uno di questi.

Prima di entrare nel merito dell’articolo, però, vi suggerisco una veloce ma importante riflessione. In quel 1917, in rapida successione, avvennero l’entrata in guerra degli Stati Uniti; l’ingresso delle truppe inglesi a Gerusalemme; la vergogna di Caporetto; gli scioperi per la fame; la caduta dello Zar in Russia e poi la presa del Palazzo d’Inverno; l’inizio dell’ultima grande epidemia europea del Novecento, la Spagnola, che solo in Italia fece mezzo milione di morti nel triennio 1917-1919.

In quella stagione, estremamente complessa e densa di avvenimenti che avrebbero segnato tutto il secolo scorso, Antonio Gramsci è uno dei pochi giovani intellettuali che, a causa di una malformazione fisica, non ha fatto il militare e quindi non è in trincea. A Torino regnano la fame e la stanchezza; sono le fabbriche, con i loro operai, a tornare al centro della scena. Insomma, emergono già tutti i germi di quello che succederà nel quadriennio successivo, fino all’avvento del fascismo.

“C’è la guerra, insomma, con tutte le sue miserie – ha scritto Bidussa nell’introduzione – ma anche con tutti i problemi che iniziano a intravvedersi. Occorre un occhio acuto per fissarli e uno sguardo lungo per dare loro un senso. Antonio Gramsci li ha entrambi”. Per il giovane esponente della sinistra, il problema è come delineare una via d’uscita che significhi prima di tutto il rifiuto dell’accettazione passiva e prona della realtà. È per questo che Gramsci si mette in una postura di ascolto, si direbbe oggi, e non perde un particolare dell’attualità.

“Gli uomini e le donne – scrive ancora Bidussa – non sono pupazzi. Per pensare a una risposta che contribuisca a migliorare la loro vita si tratta di prendere in carico, seriamente, la loro fatica quotidiana, continuando a esserci anche quando si tratta di fare i conti con una sconfitta. Appunto: contrastare la convinzione che non ci sia cambiamento e che la quotidianità possa apparire come l’unico dei mondi possibili”.

Chi conobbe Antonio Gramsci lo descrisse sempre come un uomo che parlava molto, ma ascoltava anche volentieri. Un uomo sempre attento, con un bel sorriso; intransigente però, categorico, rafforzato da una concezione stoica della vita e della morale e dotato di una spiccata vocazione pedagogica. “Una figura – conclude Bidussa – che molti guardavano con rispetto, ma che non è immediatamente ‘il Capo’. Gramsci, per diventarlo, ha dovuto poi superare un lungo tirocinio politico tra il dopoguerra e il suo arresto nel novembre del 1926”.

Sarà proprio il fascismo a far emergere definitivamente la sua statura intellettuale. La sconfitta politica della sua parte e, soprattutto, la consapevolezza che occorre attraversare un lungo purgatorio costringono Gramsci a misurarsi con una riflessione tutta rivolta a riformulare una piattaforma politica in grado di rispondere alla nuova realtà.

Ed è di nuovo l’intelligenza a tornare in campo contro l’indifferenza. “L’imperativo – scriveva Gramsci – è quello di scavare la realtà, studiarla senza mai allentare la presa, tenere lo sguardo fisso sui problemi senza lasciarsi distrarre. Ma anche il fine non è diverso: scongiurare che la nuova quotidianità possa apparire come l’unico dei mondi possibili“.

Ed eccoci arrivati al contributo scritto da Gramsci l’11 febbraio 1917 (non dimenticatelo) in quel contesto internazionale e politico che vi ho sinteticamente descritto. Lascio il microfono a lui, senza commenti:

“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che «vivere vuol dire essere partigiani». Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

L’indifferenza opera potentemente nella storia…  passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costrutti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti.

Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia raggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa.

I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente.

E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile; alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo?

Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità.

E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.

Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini.

Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrificio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato, perché non è riuscito nel suo intento. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.“

Lascio a voi l’esercizio intellettuale di applicare i principi espressi da Antonio Gramsci oltre cent’anni fa alla nostra inquietante quotidianità. Ditemi se il suo non sia stato un pensiero visionario, al di là della sua opinione politica: un pensiero perfettamente adattabile al nostro mondo di oggi, pur così diverso da quello in cui viveva Gramsci.

Riccardo Rossotto

Riccardo Rossotto

"Per chi non mi conoscesse, sono un "animale italiano", avvocato, ex giornalista, appassionato di storia e soprattutto curioso del mondo". Riccardo Rossotto è il presidente dell'Editrice L'Incontro srl

Discussione

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *