Lo ama ricordare il nostro opinionista Nestar Tosini, titolare del “punto di vista” Immaginario collettivo: la maggioranza dei nostri compatrioti ignora in quali Regioni si trovino Gorizia o Matera e pensano che Giorgio Morandi sia il nonno o lo zio di Gianni. Con questa premessa, come si può pensare che in un referendum dai contenuti tecnico/giuridici, come quello sulla Riforma della Giustizia, gli elettori votino in base al merito della questione? Come possono cogliere le sottigliezze dei quesiti?
Nel mio precedente editoriale avevo sottolineato come, anche per il Referendum del 22-23 marzo, gli italiani si stessero dividendo in due schieramenti contrapposti, come è avvenuto riguardo alla vaccinazione anti Covid, alla guerra russo-ucraina e persino alla veridicità dello sbarco sulla Luna. L’atteggiamento prevalente è quello del tifo da stadio: pochi ragionamenti argomentati e via libera a emozioni e, purtroppo spesso, alle offese, anche personali.
In questi ultimi giorni la polarizzazione si è via via accentuata e i toni sono diventati ancora più beceri. Personalmente apprezzo l’istituto referendario che in teoria permette una democrazia diretta, quindi meno influenzata dalle lobby che in tutto l’Occidente ammorbano i palazzi della politica. In pratica, però, sono pochi i temi che i cittadini sentono propri e che capiscono con chiarezza. Il mitico referendum sul divorzio è ormai lontano oltre 50 anni. Oggi un affluenza così alta, vicina al 90%, è difficilmente replicabile.
Ma, soprattutto, in quel lontano maggio del 1974, i cittadini votarono tendenzialmente in base alle loro idee, non alle ideologie politiche. Tanto che in un Paese governato ininterrottamente dal dopoguerra dalla DC, che aveva espresso tutti i Presidenti del consiglio, il cosiddetto blocco cattolico (ai democristiani sì era unito il Movimento Sociale di Giorgio Almirante) subì un’autentica disfatta, attestandosi sul 40%. Da allora, con poche eccezioni (penso ai cosiddetti referendum sul nucleare) i voti sono sempre più dipesi dalle simpatie politico/ideologiche e sempre meno dai contenuti.
A mio avviso, paradossale è il caso dei due referendum conosciuti come “costituzionali” del 2006 e del 2016. Nei contenuti, le riforme proposte erano sostanzialmente vicine tra loro. Il primo era chiamato anche referendum Berlusconi/Maroni perché mirava a cancellare una riforma associata a Silvio e al compianto Governatore della Lombardia. Il secondo, per gli stessi motivi, era conosciuto come Renzi/Boschi. Entrambe le riforme vennero clamorosamente bocciate dal 60% degli elettori. Apparentemente questa accoppiata di risultati ha avuto senso. Si potrebbe dedurre che il 60% degli italiani era contrario a quel tipo di riforma. Il paradosso sta nel fatto che i partiti promotori della prima riforma si schierarono contro la seconda, che pure era poco distante dalla loro.
Secondo gli esperti di analisi elettorali, il grosso degli elettori del Centrodestra votò, a distanza di 10 anni, prima a favore e poi contro la riforma. Lo stesso specularmente fecero gli elettori del Centrosinistra. A rendere ancora più evidente il fatto che si trattò di voto politico e non legato ai contenuti sta la considerazione che nel 2006, quando Silvio perse il referendum, il Berlusconismo era in difficoltà, tanto che Silvio era stato appena sconfitto, sia pure di misura, alle elezioni politiche. Mentre nel 2016 il Renzismo si stava sgretolando. Come sempre, non prendo posizione nemmeno sul voto al Referendum. Spero solo che siano in tanti a votare in coscienza e conoscenza. Ma non ne sono convinto.
Milo Goj
