A pochi giorni dall’esito del referendum costituzionale che ha sancito la vittoria del NO, occorre evitare, come per mesi è avvenuto, di continuare la discussione tra le opposte fazioni senza entrare nel merito delle vere necessità della giustizia in Italia che si riassumono, a mio avviso, in soli due concetti: investimenti in strutture, ad iniziare dalle carceri, ed assunzione di personale.

Il Paese ha necessità, specie in tempi così problematici a causa delle guerre in varie aree del mondo e, in particolare, della crisi energetica, di avere soluzioni condivise sui principali temi all’ordine del giorno, senza farsi distrarre dai “gossip” che ogni giorno riempiono i giornali ed i telegiornali. Occorre, in particolare, che le due categorie (per non dire poteri), cioè i magistrati ed i politici, che si sono aspramente contrapposte nell’ultimo periodo pre-referendum, dimostrino di avere a cuore i problemi dei cittadini e non solo i loro.

I – Prendendo spunto dalle parole condivisibili che aveva già espresso l’avvocato Rossotto nel suo articolo del 2 marzo u.s., apparso su L’INCONTRO a pochi giorni dal referendum (“Nessun pericolo per la nostra democrazia”), va detto che è mancata, in questi anni, da parte dei magistrati, la volontà di autoriformarsi e di porre rimedio ad alcune delle criticità che hanno condotto il fronte del SI a scatenare una forte campagna contro di essi.

Se è vero, come è vero, che la magistratura si regge sul principio costituzionale dell’autogoverno, allora ben potrebbero e dovrebbero essere proprio i magistrati i primi a prendere in esame gli aspetti problematici dell’attuale situazione e collaborare con le forze politiche per trovarvi una soluzione condivisa. Sono le stesse parole che ha detto, in una recente intervista pubblicata su La Stampa del 26 marzo u.s., il dott. Di Matteo, noto magistrato simbolo della lotta alla mafia: “Sarebbe intellettualmente disonesto pensare che la giustizia e l’autogoverno della magistratura funzionino in maniera perfetta” e quindi occorre ”ridurre i tempi del processo garantendo efficienza, senza sacrificare le garanzie” e “recidere il legame patologico fra le correnti dell’ANM e il CSM, con riforme ordinarie”.

II – Così come dovrebbe essere la politica che, abbandonati i toni da “fine del mondo” di questi ultimi mesi, ragioni insieme su soluzioni condivise. Ed in proposito non resta che richiamarmi ad un libro, pubblicato un anno prima del referendum, della prof.ssa Mastromarino, docente di Diritto Pubblico Comparato e già collaboratrice de L’INCONTRO. Ebbene, nel volume intitolato “La costituzione a pezzi” (Ed. Bollati Boringhieri), essa afferma con forza, anche con una certa critica a chi afferma che qualsiasi modifica non sarebbe possibile, che “la costituzione non è un testo immutabile ed eterno”, ma “è un patto condiviso tra tutti i cittadini e le cittadine per operare all’interno di regole certe e impedire soprusi da parte del potere”.

Ed ancora: “Un paese democratico può cambiare la propria costituzione al mutare dei tempi, ma solo se c’è un progetto chiaro e condiviso e un obiettivo da raggiungere che migliori la vita di tutti. E’ dunque necessario passare dalla sacralità alla ritualità quotidiana della costituzione, anche nel caso la si voglia cambiare: perché modificarla è possibile, a patto di sapere dove vogliamo andare e da dove siamo partiti”.

Il libro rappresenta quindi un forte invito a tutti i politici affinchè, avvalendosi anche di soggetti, quali professori universitari (che, come la Mastromarino hanno una visione comparatistica delle varie costituzioni dei paesi democratici, così come dei diversi meccanismi di eventuale riforma) ed avvocati, sia penalisti che civilisti, possano essere avanzate proposte che siano effettivamente a tutela dei cittadini e che possano risolvere i loro problemi. Le prime parole del nuovo Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati dottor Tango, sulla disponibilità a collaborare con i politici alle riforme necessarie, confortano in tal senso.

Alessandro Re

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