Il cambio di un regime ha sempre affascinato l’umanità, meglio, quella parte ostile a un certo regime, instauratosi in un paese. Per un dissidente, la lotta contro il dittatore di turno, ha sempre avuto come obiettivo finale la sua destituzione, pacifica o violenta. Condivisa o imposta con le armi. Il tema è ritornato prepotentemente sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo quando Netanyahu lo ha espressamente indicato come obiettivo di massima per l’attacco intervenuto contro l’Iran.
Non solo, eliminare la minaccia atomica ma anche lavorare per la caduta della teocrazia degli Ayatollah, così come si è strutturata dopo la rivoluzione del 1979. Il premier israeliano si è persino rivolto pubblicamente, in lingua farsi, alla popolazione iraniana per aizzarla alla rivolta contro la dittatura. La minaccia di Tel Aviv ha riaperto un dibattito internazionale sul significato di tale locuzione, sui “pro” e sui “contro”.
Sul fatto, condiviso dalla maggioranza degli osservatori di politica internazionale, che l’immaginare la pianificazione di un Colpo di Stato in un paese terzo è un tema delicatissimo e spinoso da trattare con grande prudenza e conoscenza del paese oggetto dell’auspicato cambio di regime. In questo contributo entreremo nel merito di questa tematica, ricordandone alcuni precedenti storici, con riferimento soprattutto ai disastri compiuti da americani e anche da noi europei in questi ultimi 25 anni. Per inquadrare l’argomento è meglio intendersi subito sul perimetro del significato letterale e sostanziale, attribuito alla locuzione “cambiamento di un regime” dai vari dizionari in circolazione.
La più consolidata sintesi è la seguente: “Il cambio di regime è la sostituzione forzata di un regime di governo con un altro. Il cambio può sostituire in tutto in parte la classe dirigente, l’apparato amministrativo o la burocrazia. Il cambio di regime può avvenire attraverso processi interni, come la rivoluzione, il Colpo di Stato o la ricostruzione del governo in seguito al fallimento dello Stato o ad una guerra civile.
Può anche essere imposto, però, ad un paese da attori stranieri attraverso invasioni, operazioni palesi o coperte di stampo militare o tramite diplomazia coercitiva (sanzioni). Il cambio di regime può comportare la costituzione di nuove istituzioni, il ripristino di vecchie istituzioni o la promozione di nuove ideologie”. Con l’utilizzo di questa locuzione, sostanzialmente accettata dalla maggioranza degli specialisti, si intende dunque richiamare una svolta politica, un cambio della forma dello Stato o del governo, la volontà di innescare uno scarto di diversità tra il “Prima” e il “Dopo”.
Inoltre i dizionari ci evidenziano, come detto sopra, che esistono dei cambiamenti di regime “interni” allo Stato dove avvengono o “esterni” ad esso. Per “interno”, si intende quando il cambio avviene per una rivoluzione o da un Colpo di Stato. Gli esempi più evidenti di questa tipologia sono costituiti dalla Rivoluzione Russa del 1917, dalla Rivoluzione Iraniana del 1979 e dallo “scioglimento” dell’Unione Sovietica nel 1989-1990. La caduta del regime fascista in Italia (1943) e la Quinta Repubblica francese (1958) sono due esempi di cambio del regime gestito internamente dalle istituzioni del paese coinvolto.
Il cambio di regime imposto dall’Esterno è rappresentato dalla deposizione di un regime da parte di uno Stato straniero e può essere ottenuta con operazioni sotto copertura o con un intervento militare, diretto e manifesto. Come accade al termine della Seconda guerra mondiale, nel 1945, il cambio di regime avvenne dopo una sconfitta e il cambio fu costruito dai vincitori. Alexander B. Downes ha scritto un volume che rappresenta un po’ il benchmark per tutti gli appassionati di di questa tematica: “Catastrophic Succes: why foreign-imposed regime change goes wrong”(Cornell University Press-2021). L’autore ha calcolato che dal Congresso di Vienna (1815) fino al 2011 sono stati 120 i Capi di Stato destituiti tramite un cambio di regime imposto dall’estero.
Un dato, quest’ultimo, su cui riflettere. Questo è dunque il quadro di riferimento lessicale ed interpretativo a cui dobbiamo rifarci se vogliamo cercare di sbrogliare una matassa non semplicissima e capirne di più in merito. Chiarito tale aspetto preliminare, veniamo a un secondo grande e spinoso tema che ci riguarda tutti, direttamente. Esso costituisce il presupposto intellettuale e politico che scatena, ogni volta, la nostra opinione, il nostro giudizio, la nostra partecipazione al caso concreto a cui ci troviamo di fronte. In una rude sintesi potremmo chiederci quale autorità rilasci il patentino a un “cambiamento di regime” per essere considerato da noi “buono” o “cattivo”: da supportare o da contestare? Un cambio di regime che porta “i buoni” o “gli amici” al potere o che permette ai “cattivi” e “nostri nemici” di prendere il potere ai danni di un nostro alleato?
La risposta potrebbe essere apparentemente semplice. Qualcuno infatti potrebbe dirci: se si abbatte una democrazia, il cambio di regime ha sicuramente la caratteristica di un golpe a favore di soluzioni dittatoriali e quindi è “cattivo”; se invece ripristina la democrazia, sospesa o eliminata dal “cattivo” di turno, abbatterlo sarà sicuramente un cambio di regime auspicato e gradito dalla maggioranza dei paesi coinvolti, quindi da iscriversi alla categoria dei “buoni”. La storia, anche recente, ci insegna che la questione è molto più complessa di quanto possa inizialmente sembrare.
Vi porto alcuni esempi. Ci sono stati cambiamenti di regime in cui il paese coinvolto si è spaccato in due, aprendo le porte a una guerra civile terrificante. Cambiamenti di regime apparentemente democratici e rispettosi della legge ma nella sostanza così divisivi da spaccare in due un paese, innescando un conflitto trasversale. Mi riferisco, in particolare, proprio alla destituzione di Mussolini il 25 luglio del 1943, quando il Re, come abbiamo raccontato in una recente puntata di questo podcast, “dimissionò” dopo vent’anni, il Presidente del Consiglio; oppure, nel luglio del 1935, in Spagna, quando il golpe militare di Franco mirava a eliminare il governo di Madrid, democraticamente eletto.
Mutamenti di regime “buoni” o “cattivi”? Dipende da che parte gli italiani o gli spagnoli, o almeno una parte di essi, si schierò dopo il cambiamento. Ma sempre nell’ottica di offrirvi dei casi concreti sui quali misurare il vostro “sentiment” in materia e per farci entrare in un ragionamento che, a nostro avviso, dovrebbe portarci a concludere che non esiste, in astratto, un cambiamento di regime positivo o negativo: esiste l’opinione della maggioranza dei cittadini di un certo paese, che in quel momento storico, si schiera, pacificamente o in modo conflittuale, a favore o contro quella modifica del regime. Ancora più peculiare si è dimostrata in passato, ma in fondo ancora nel presente proprio nel caso Israele-Iran, la discrezionalità emotiva e poco ragionevole, ondivaga e poco stabile, dell’opinione pubblica internazionale, esterna quindi rispetto ai conflitti interni al paese oggetto del prospettato mutamento di regime.
Ma procediamo con ordine. Durante la Guerra Fredda, sia l’impero americano sia l’impero sovietico hanno spesso utilizzato lo strumento del cambiamento di regime in molte parti del mondo. In base alla strategia del “contenimento” del comunismo ovunque, gli americani, soprattutto in quella parte del mondo che consideravano e considerano il loro “giardinetto di casa”, e cioè l’America centrale e l’America latina, hanno ampiamente abusato della loro forza militare e diplomatica per abbattere governi (democraticamente eletti dalla maggioranza del paese, come il Cile di Salvator Allende) non in linea con la politica strategica di Washington e quindi potenzialmente contaminabili dalle sirene di Mosca. Stessa identica strategia è stata utilizzata dai sovietici sia nel Medioriente sia in Africa dove direttamente o tramite dei propri procuratori (il caso più emblematico è costituito dai cubani e in particolar modo dal loro comandante Che Guevara, finanziati e armati proprio dei russi) hanno partecipato a dei Colpi di Stato che favorivano l’ingresso nella “stanza di bottoni” di uomini di loro fiducia o comunque da loro finanziati.
Quando al termine degli anni 80, dopo la caduta del muro di Berlino, sembrava che il mondo potesse davvero immaginare una coesistenza pacifica generalizzata, ci pensarono i terroristi islamici a scatenare la necessità di rispolverare lo strumento del cambiamento di regime. Gli americani ma anche noi europei, non dimentichiamolo mai, ci inventammo a quel punto (fu George Bush junior a proclamarlo ufficialmente in un discorso pubblico post 11 settembre 2001) lo slogan “esportiamo la democrazia”, con tutte le drammatiche conseguenze che sono ancora sotto i nostri occhi oggi, proprio in Medioriente o in Afghanistan. A questo proposito vale la pena ricordare un episodio avvenuto agli inizi degli anni ‘90 dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq di Saddam Hussein: il Presidente americano George Bush senior, diede ordine ai propri comandanti militari di fermarsi prima dell’invasione finale della capitale Baghdad.
Aveva capito che la complessità e diversità delle numerosissime etnie e sette religiose esistenti in quel paese, imponevano di lasciare il dittatore al suo posto, pur monitorizzando le sue condotte. Un po’ come aveva scelto di fare il generale MacArthur nei confronti dell’imperatore giapponese in quella Tokyo dell’immediato dopoguerra. Bush senior fu aspramente criticato e secondo alcuni, pur avendo vinto la guerra, perse anche la Casa Bianca a favore di Bill Clinton per quella apparentemente dissennata decisione di lasciare in vita il dittatore locale, senza adottare lo strumento del “cambiamento di regime”. Dopo le “Torri Gemelle”, la saggezza visionaria di George Bush padre fu definitivamente dimenticata e abbiamo assistito a dei cambi di regime che hanno prodotto più disastri che non liberazioni da dittatori.
Ci riferiamo alla Libia, allo stesso Iraq che dopo il 2003 venne invaso dalle truppe occidentali, all’Afghanistan dove l’invasione americana portò a un secondo Vietnam per la Casa Bianca, costretta poi ad abbandonare vergognosamente Kabul, lasciando la cittadinanza afghana indifesa nelle mani dei talebani. Insomma, una contabilità di errori e di tragedie senza scusanti. Ma proseguiamo con la nostra indagine. In Italia, per esempio, si assiste a un durissimo confronto tra i media di centro sinistra e quelli di centro destra che si accusano vicendevolmente di usare “due pesi e due misure”, come si usa dire, per situazioni in realtà assolutamente analoghe. Si tifa per uno o per l’altro dei contendenti, a seconda della convenienza politica a breve.
Questo è il delicato contesto in cui stiamo vivendo: i cosiddetti progressisti (con i quali mi sento di condividere alcuni principi e alcune battaglie… non tutte!) dopo aver inneggiato alle primavere arabe mirate alla destituzione di molti dei tiranni in allora al potere, dopo aver abbandonato le speranze che qualcuno destituisse, con le buone o con le cattive maniere, Vladimir Putin, oggi, secondo i media conservatori, inorridiscono al pensiero di un cambio di regime in Iran. La stessa Europa che auspicò la buona riuscita del tentato golpe anti-Putin della Wagner in Russia, non sta supportando la cacciata dei Pasdaran e degli Ayatollah da Teheran.
L’idea di intervenire – ha scritto il giornalista Lorenzo Cremonesi – “In un paese o in una società straniera per mutare a proprio favore la loro forma di governo, ha sortito risultati perlomeno dubbi negli ultimi decenni”. Il quotidiano il Manifesto ha accusato Israele di voler portare il caos nel Medioriente; il quotidiano Domani ha manifestato tutte le sue preoccupazioni per una transizione verso la democrazia imposta “con le bombe”.
Di fronte a questo atteggiamento ondivago dei cosiddetti progressisti (fanno le piroette, a seconda del momento, li accusano gli oppositori!), Alessandro Rico, giornalista della Verità, ha scritto “Esportare stili di vita e sistemi politici come fossero lattine di Coca-Cola é un progetto sgangherato, pericoloso. I neocon (i conservatori) l’hanno data a bere per poco alla gente, ai tempi delle campagne in Afghanistan e Iraq. Solo che, per coerenza, se ne dovrebbe concludere che la dottrina dei diritti umani e del diritto internazionale non può essere oltranzista. Sullo scacchiere, la forza, il potere, il gioco degli equilibri e degli interessi, talora biechi, finiscono per contare di più della giustizia astratta. Altrimenti, spieghino i liberal quand’è che i loro totem etici motiverebbero, in varie forme, un intervento occidentale e quando invece sarebbe lecito tirare avanti fischiettando. Abbiamo mandato armi all’Ucraina perché indignati dagli abusi dello zar: riempiamo le piazze per Gaza martoriata; per Teheran, cosa proponiamo?”.
Se per certi versi è vero che una democrazia liberale non attecchisce, in assenza di una società e di una cultura disposte a svilupparla, è vero anche che quella società, di solito, non può essere liberata che con le armi. Sia che esse vengano imbracciate dai cittadini, sia che la rivoluzione venga favorita dall’offensiva militare di una potenza straniera. “Quali chances avrebbero avuto i partigiani italiani senza il sacrificio degli alleati? – chiosa Rico.
Secondo una certa linea di pensiero, bisogna assumere una posizione netta su questa opzione alternativa: lo strumento del “regime change” é una strada verso l’inferno? In tal caso, bisognerà accettare che l’epoca dell’internazionalismo liberale, con le sue regole di condotta, istituite in buona fede ma pure per blindare l’egemonia americana é al tramonto. L’umanitarismo è ancora un valore assoluto? Se così è, ci si armi e si parta per ogni luogo di sofferenza: gli scempi di Gheddafi non erano peggiori di quelli di Khamenei.
Oppure c’è qualcosa d’altro? – scrive Alessandro Rico – Che il cambio di regime va bene se lo pretende chi ci sta simpatico? E al contrario, quando lo persegue l’odioso e odiato Netanyahu si invoca il negoziato? Proprio il negoziato e sacrosanto quando lo caldeggiano Macron o la sinistra italiana, mentre è un atto di codardia, se Trump, benché abbia schierato il proprio esercito, cerca un ultimo canale di dialogo? L’escalation quindi andava bene in Russia: quella di Biden era controllata, strategica. Il Medioriente? Ci spaventa il prezzo del petrolio e non ci spaventava il prezzo del gas? Secondo questa tesi, la rivoluzione non è mai un pranzo di gala di sicuro, non la si fa a colpi di articoli di stampa”.
Come vedete la materia è complessa e si presta a varie interpretazioni e anche a possibili strumentalizzazioni di parte: d’altronde fa proprio parte della democrazia, il compito di ascoltare tutti, di rispettare le opinioni anche se diverse e poi di assumere le proprie decisioni in merito ad ogni vicenda sottoposta. Il professor Angelo Panebianco ci invita ad analizzare le esperienze accumulate su come siano avvenuti i mutamenti di regime.
“Di sicuro sappiamo come tali mutamenti non avvengono soltanto a causa di un intervento militare esterno né soltanto a causa di manifestazioni di protesta interne. Nel primo caso l’invasione può condurre ad un compattamento del regime oppure può provocarne effettivamente il crollo. Non è affatto detto che in tal caso la dittatura battuta verrebbe sostituita da un altro regime politico: potrebbe invece dilagare il caos, la guerra di tutti contro tutti come sta succedendo in Libia. Non è una garanzia di cambiamento di regime il fatto che il paese sia occupato dalle armate dei vincitori. In Germania e in Giappone questo è accaduto alla fine della Seconda Guerra mondiale, ma altre volte invece tale occupazione ha innescato una guerra civile come in Iraq, proprio dopo l’invasione americana del 2003”.
Per Panebianco neanche le manifestazioni di protesta interne possono da sole abbattere il regime teocratico in Iran. “E’ soltanto un’idea romantica che circola in Occidente – scrive Panebianco – quella secondo cui le proteste di piazza possano causare la caduta di un regime. Perlopiù vengono represse nel sangue. E basta. E allora, cosa può provocare un cambiamento di regime? L’esperienza dice che i regimi dittatoriali perlopiù crollano quando si verifica una spaccatura, radicale e insanabile, all’interno delle classi dirigenti che li sostenevano”.
Bisogna registrare che tra il 1946 e il 2008 su 316 casi di dittature crollate in almeno due terzi dei casi, e cioè più di 200 volte, il dittatore e la sua corte sono stati rimossi da persone e gruppi interni alla classe dirigente su cui il dittatore si appoggiava. L’intervento militare esterno può essere una miccia per innescare un processo, ma l’esplosione dipende poi dalle dinamiche interne al regime e soprattutto da quali siano le relazioni e i rapporti fra le varie bande o fazioni che compongono la classe dirigente del dittatore. Occorre che una fazione decida che è arrivato il momento di cambiare cavallo, che è giunta l’occasione per favorire un mutamento di regime e naturalmente, per assicurare a sé stessa una posizione di rilievo nel regime che verrà. Ma anche questo non basta. Gli eventuali traditori devono anche essere dotati di sufficienti strumenti di violenza, di una forza armata con cui sconfiggere le fazioni fedeli al regime.
Tornando all’Iran, i Pasdaran e altre milizie armate al servizio di Khamenei devono il loro potere e il loro status sociale ed economico al regime. Se esso crollasse ne uscirebbero annientate. “Tutti gli esperti di Iran sostengono che mai accetterebbero di deporre le armi, di lasciarsi disarmare senza combattere. O la fazione golpista riesce a tirare dalla propria parte gruppi adeguatamente armati al fine di neutralizzare i difensori dello status quo oppure verrà rapidamente sconfitta e i suoi membri arrestati ed depurati”– conclude Panebianco. Nel caso siriano, per ora non esploso in una nuova terrificante guerra civile, la caduta del regime di Assad è stata provocata dall’azione di una coalizione di gruppi armati, composta da combattenti esperti e sostenuti da potenze esterne, soprattutto la Turchia.
Anche sulla tragedia di Gaza (da un po’ di tempo finita nelle pagine centrali dei giornali, tutti occupati dalla guerra Usa-Israele-Iran),l’atteggiamento è distopico: da una parte, più o meno ufficialmente come invece ha voluto fare il cancelliere tedesco Merz, ammettiamo che Israele sta svolgendo il lavoro sporco che nessun altro (compresi alcuni paesi arabi moderati), vuol fare (eliminare alla radice tutte le sigle del terrorismo islamico, più o meno pilotate da Teheran, che negli ultimi vent’anni hanno preso in mano il potere non solo nell’area della Palestina ma in Libano e anche in Siria) e dall’altro, noi europei, scendiamo in piazza, ma non riusciamo o forse sarebbe meglio dire… non vogliamo assumere nessuna decisione che obblighi Netanyahu a cessare una strage ormai senza alcuna giustificazione, salvo l’odio razziale.
Dobbiamo quindi tener d’occhio sempre le eventuali crepe che si possono aprire nei ranghi di una classe dirigente di un paese in cui vige un regime dittatoriale.
Panebianco ci suggerisce di usare grande prudenza nell’affrontare questo tema: “Dobbiamo diffidare della semplicistica idea secondo cui sia sufficiente un intervento militare esterno per provocare un mutamento di regime”. Cari amici, se avete le idee meno chiare di quando avete iniziato a sentire questo podcast, il nostro obiettivo è stato paradossalmente raggiunto! La materia è delicatissima e controversa e per questo non può essere semplificata, banalizzandola in uno scontro tra la curva Nord e la curva Sud. La complessità del mondo in cui viviamo va prima conosciuta, poi capita nei suoi dettagli, poi analizzata nell’ottica delle nostre personali opinioni e speranze politiche.
Un processo intellettuale faticoso ma necessario per non lasciarsi andare a scorciatoie quasi offensive per il nostro muscolo celebrale e che si risolvono con i “like”: basta cliccare un emoticon e ho manifestato il mio pensiero… non lamentiamoci poi se i robot dovessero prevalere sugli umani! Buone riflessioni e buona settimana.
Euro
