Ho molto apprezzato l’intervento del nostro editore, l’avvocato Riccardo Rossotto, che ha fatto luce sulla recente legge sul femminicidio. Oltre agli aspetti strettamente legali, ha illustrato con chiarezza gli aspetti “filosofici” e il contesto culturale in cui la decisione normativa è maturata. Al di là di considerazioni giuridiche (ambito in cui non ho nemmeno lontanamente le competenze di Rossotto) però, la vedo cosi: adesso se per gelosia/possessività Tizio ammazza la moglie (o fidanzata) Caia che lo vuole lasciare, rischia l’ergastolo.
Se per gli stessi motivi è Caia a uccidere Tizio, se la cava con molto meno. Nella sua rozzezza e imprecisione, è così che la vicenda si può leggere ed è così che viene vissuta da molti. In sostanza, due pesi e due misure. Entrando nel campo della sociologia, in cui mi muovo meglio, mi sembra che questa nuova legge si basi sul presupposto che bisogna dare più protezione alle parti deboli e, fisicamente, gli uomini sono più forti delle donne.
Lo si vede nello sport, dove tutti i record maschili, dall’atletica leggera al nuoto, dal ciclismo allo sci, sono più alti rispetto a quelli femminili. Ma questo divario fisico, in caso di omicidio, non si traduce automaticamente in superiorità. È vero, in caso di lite improvvisa tra le mura domestiche, è l’uomo, per la sua forza, a essere avvantaggiato. Ma se vuole uccidere il proprio partner, una donna ha le stesse potenzialità: arma da fuoco, veleno o coltellata nel sonno sono alla sua portata. Non credo poi che l’uomo per sua natura sia più cattivo o potenzialmente violento di una donna. Un dato su tutti: in un recente rapporto ISTAT sull’uccisione di bambini (under 14) da parte dei genitori, in 10 casi su 13 l’assassino era la madre.
Milo Goj
